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M. Butterfly (1993): Un bel dì vedremo, levarsi un fil di fumo…

Da uno che è
stato definito come “Il re dell’Horror venereo”, o “Il barone del sangue”, non
ti aspetteresti mai una rilettura di una delle più celebri opere di Giacomo
Puccini, ma è proprio questo uno dei tanti talenti del protagonista della
rubrica… Il mio secondo Canadese preferito!



Se già con
Inseparabili e Il pasto nudo, Davide Birra ha allargato i confini del suo
cinema inaugurando un’ideale seconda parte di carriera, make-up ed effetti
visivi vengono totalmente per “M. Butterfly” un definitivo salto nel vuoto, ma
un salto controllato, fatto da un regista che l’ho detto, lo ripeto e lo farò
fino allo sfinimento: nel corso di tutta la sua lunga carriera ha sempre
sfoggiato una continuità tematica soffocante.

In “M. Butterfly”
ritroviamo tutti i principali temi Cronenberghiani, con una spiccata
predilezione per il melodramma che, comunque, ha sempre fatto parte del cinema
del mio secondo Canadese preferito, da Rabid,
passando per La zona morta, fino ad
essere enfatizzato in La Mosca che
nel suo essere un drammone con tre attori e un paio di location (tutte
d’interni) assomigliava parecchio ad una pièce teatrale, quindi perché non
adattare per il cinema proprio il lavoro del drammaturgo David Henry Hwang che
mescola Puccini e un fatto di cronaca reale?
Nel 1964 il
contabile dell’ambasciata francese in Cina Bernard Boursicot, instaura una
relazione con l’insegnante di cinese e cantante dell’opera di Pechino Shi Pei
Pu, dopo una storia durata fino al 1986, entrambi vengono condannati per
spionaggio, il guacamole viene dal fatto che essere una spia era il secondo
grande segreto di Shi Pei Pu. David Henry Hwang parte da qui, elabora la
critica al Colonialismo presente nella “Madama Butterfly” di Giacomo
Puccini e sforna un’opera che viene replicata a Broadway per due anni di fila
con grande successo di pubblico, nel ruolo del protagonista anche un paio di
fenomeni di cui potreste conoscere il nome, Anthony Hopkins e John Lithgow, scusate se è poco.


Geremia nel ruolo, è in compagnia di un paio di talenti mica da ridere.

Quando il
produttore David Geffen mette le mani sui diritti di sfruttamento
cinematografico, approccia tutti i registi adatti ad una trama del genere, tipo
Peter Weir che, però, rifiuta (storia vera), mai si sarebbe aspettato di trovarsi
alla porta uno famoso per horror viscerali e film di fantascienza grondanti
sangue come Cronenberg, ma il Canadese seduto in poltrona, si è innamorato
della storia vedendola sul palco come René Gallimard fa con Song Liling nel
film.

Trovo clamoroso
come a volte gli astri si allineino e certe tipologie di storie molto simili,
trovino il modo di venire alla luce tutte insieme senza apparenti legami, nel
1993 “Addio, mia concubina” di Chen Kaige trionfa prima a Cannes e
poi alla notte degli Oscar, anche grazie ad una messa in scena sfarzosa e
ancora non si sono spenti gli echi del successo di “La moglie del
soldato” di Neil Jordan (1992). Ora, siccome non voglio fare come
Caparezza quando cantava “Kevin Spacey”, sappiate che da qui in poi rischio di
rovinarvi la visione di tre film con un colpo solo, do per scontato che
conosciate temi e colpi di scena di questo film, ma nel dubbio, da qui in poi
SPOILER!

…Poi il titolo di testa bianco entra nel film, romba il suo saluto…

“M. Butterfly”
non ha lo sfarzo del film di Chen Kaige e se ne frega di essere basato sul
colpo di scena di quello di Jordan, è proprio un film che ha intenti
diversi, ma che va sotto bevendo dall’idrante contro questi due al
botteghino, incassa una scodella di riso e i critici, con meno volontà di
guardare in faccia i fatti di René Gallimard, danno già per spacciato
Cronenberg per questo scivolone.

Sbagliato! Perché
la forma sarà anche diversa ed è chiaro fin dai (bellissimi!) titoli di
testa del film che volano sulle note del solito grande Howard Shore, ma la
sostanza non cambia: “M. Butterfly” è la nuova evoluzione di quel virus che è
il cinema Cronenberghiano. Ogni volta che vado a rivedermelo ritrovo un film sempre più bello, ho la sensazione che con gli anni potrebbe scalare ancora la
classifica dei miei titoli preferiti del Canadese guadagnando ulteriori
posizioni.



Anche la fissa per i motori di Davide trova spazio nel film.

Anche i cagnacci
ignoranti che mangiano la pizza tagliata a fette con i gomiti sul tavolo come
me conoscono la “Madama Butterfly” di Giacomo Puccini (era la sigla
di “Mai dire Banzai” oh!), non la conosce René Gallimard (Jeremy Irons al
secondo film con Cronenberg) contabile nell’ambasciata francese a Pechino che
perde la testa per la cantante d’opera Song Liling (John Lone totalmente
impeccabile), che lo aggiorna velocemente sulla trama dell’opera odiatissima
dai Cinesi non solo perché giapponese nell’animo, ma di fatto una fantasia di
supremazia occidentali, in cui la geisha Chocho-San, viene presa in sposa,
sedotta ed abbandonata da Pinkerton, ufficiale della marina americana sbarcato
a Nagasaki per un breve periodo. Lo yankee invasore torna in Giappone solo per
riprendersi il figlio nato dal matrimonio rinnegato, il sogno d’amore della
“Madama Butterfly” s’infrange sugli scogli della realtà e la donna si uccide,
così vi ho rovinato anche l’opera di Puccini, sono PEGGIO di Caparezza!

Il primo
ribaltamento dell’opera di Puccini lo fa la stessa Song Liling nel film che
descrive, appunto, la “Madama Butterfly” come una fantasia colonialista
occidentale, per il semplice fatto che nessuno crederebbe alla storia di una
bella ragazza Pom Pom americana, disperarsi d’amore per un piccolo burocrate giapponese, ma Cronenberg fa di più, come in una mossa di Judo ribalta
ulteriormente l’assunto, qui un Francese (che sono i veri Americani del mondo!)
come René si lascia illudere dal suo sogno d’amore per la donna perfetta, la
sua Butterfly come la chiama lui, Song Liling che per di più non è nemmeno una
donna, ma il riflesso di essa, perché come dice la stessa Song come nell’opera
cinese: gli uomini interpretano i ruoli femminili perché “Solo un uomo sa come
si comporterebbe una donna”.


Sono bandite le battutacce tipo “Memoria di una Gaysha” ok?

Ma David
Cronenberg non è Neil Jordan (massimissimo rispetto) che vuol stupire il
pubblico con un colpo di scena che faccia parlare del suo film, quello di
Cronenberg è un inganno dichiarato, anzi meglio: una vera è propria
dichiarazione di intenti. Per volontà del regista il nome di John Lone compare
dritto sparato sulla locandina del film accanto a quello di Geremia Ferroso e
malgrado questa trovata sia stata imputata come una delle cause dell’insuccesso
commerciale del film, l’idea di Croneberg è ancora una volta estremamente
coerente: usare il cinema per mostrare quello che non può essere mostrato e
farci dubitare di quello che vediamo, a differenza di quello che fa Gallimard
che abdica la realtà per continuare a crogiolarsi nell’amore della donna
perfetta, una meravigliosa illusione, la sua Butterfly.

Per essere ancora
più chiari, anche il titolo del film è una dichiarazione d’intenti, “M.
Butterfly” ricorda ovviamente Puccini che è la base solida della storia, ma
quella “M” puntata per cosa sta? “Male Butterfly”? Oppure, il punto serve a
nascondere il resto della parola come Gallimard nasconde a se stesso la più
ovvia delle verità?


I’m an Englishman Frenchman in New York Beijing.

Nel ribaltamento
dell’opera di Puccini, Cronenberg non può che tornare ad occuparsi
indirettamente (ma in maniera chiara e senza mandarle a dire) di politica come
fatto ne La zona morta, “M.
Butterfly” funziona alla grande come metafora dei rapporti di potere, su come
la politica sia un inganno, un gioco della parti che somiglia al corteggiamento
tra amanti, in cui i ruoli sono chiari ma spesso invertiti, c’è sempre una parte
dominante e una dominata, ma non sempre chi sta sopra ha davvero il controllo
della situazione, passatami la brutta allusione che sembra scappata dal Kamasutra.

Renè al pari di
tanti altri personaggi Cronenberghiani, prima d’iniziare un’inesorabile e
(melo)drammatica caduta, raggiunge l’apice del suo delirio di onnipotenza
diventando spavaldo e arrogante (come Seth Brundle o Max Renn), la sua
relazione con Song Liling gli dà un’illusione di superiorità che il Francese
sfoggia anche inanellando una clamorosa serie di analisi politiche totalmente
errate, promosso a ruolo di vice-console, convince tutti che l’imminente
attacco americano in Vietnam si risolverà in breve tempo, la sua relazione
illusoria lo porta a credere che l’Oriente, come una geisha obbediente e
remissiva, non attenda altro che farsi dominare dal grande e forte Occidente, (“Quei
piccoli ometti ci ammirano, si sottometteranno sempre”), il progressivo e
testardo rifiuto di guardare in faccia la realtà ha effetto anche sulla
capacità di giudizio dell’uomo, perché come sempre nei film di Cronenberg, la
mutazione (qui non più esteriore, ma totalmente interiore) dei personaggi passa
anche attraverso il sesso e il risultato è una feroce critica al Colonialismo
occidentale.


“Fammi invadere la tua Kamchatka” , “No, la Kamchatka no!”.

Non mancano certo
i momenti in cui Song Liling fornisce indizi al suo amato circa la sua vera
identità (ad esempio, il dialogo durante la bucolica scena della Muraglia
Cinese), ma René Gallimard pur di continuare ad amare la sua donna perfetta
preferisce cullarsi nella sua illusione ed è chiaro anche dal rapporto che
l’uomo ha con le altre donne del film (donne senza cromosoma Y intendo) come
sua moglie, o la tizia tedesca che con lui ci prova apertamente (anzi ci
riesce!).

“Tutta questa strada e ti ricordi adesso che hai dimenticato i panini?”.

Quando Jeanne
Gallimard (Barbara Sukowa) accenna un’aria presa dalla “Madama Butterfly”, Renè
è annoiato, quasi infastidito che qualcuna non al livello della sua Butterfly
canti quella canzone, mentre alla biondona tedesca vedendola nuda dice: “Sei
esattamente come ti immaginavo senza vestiti”, come se il vedere la realtà
sia molto più deludente dell’illusione in cui il protagonista sceglie di
vivere che non è altro che il tema principale di Videodrome riproposto ancora una volta, dimostrazione che la nuova
carne ora è cresciuta, passando ad un livello successivo, interiore, quindi
ancora più drammatico.

Davide Birra
utilizza una regia in perfetta armonia con l’atmosfera classicheggiante
dell’opera di Puccini, pochi movimenti di camera e tanti interni, quasi come
se fossero fondali teatrali, ma in più di un momento utilizza le immagini per
comunicare allo spettatore, come se fosse la voce dell’inconscio di Gallimard,
ad esempio, la scelta di illuminare il volto di Jeremy Irons mentre incantato
vede per la prima volta la sua Butterfly sul palco, è sicuramente una soluzione
ultra classica, ma anche un ottimo modo per sottolineare come il personaggio
non si stia innamorando semplicemente di una donna, ma della sua
interpretazione sul palco, del ruolo che ricopre nella messa in scena.


Resa visiva classica ed efficacissima.

Ancora più significativa
la scena successiva, quando René va nei camerini a complimentarsi con Song
Liling per la sua interpretazione, tra di loro c’è soltanto una sottile tenda,
per altro anche piuttosto trasparente, consistente più o meno quanto
l’illusione dietro cui il protagonista sceglie di barricarsi.

Come sempre nei
film di Cronenberg, la rivoluzione interiore dei personaggi passa attraverso il
sesso, i personaggi si uniscono non attraverso le capsule di teletrasporto o complicate operazioni chirurgiche, ma uniscono i loro corpi proprio facendo
sesso, mai mostrato, però, sempre dietro quell’ideale velo, infatti René
Gallimard sceglie volontariamente di rispettare la sacralità degli abiti della
sua Butterfly, mentre Cronenberg diabolico con una carrello laterale si sposta
dai protagonisti mostrandoci il loro letto intatto, un gioco delle parti
sottolineato da tutte le frasi pronunciate da Song Liling, una in particolare che passa quasi
inosservata, ma è rivelatrice quella prima della loro separazione “I giorni
che ho passato con te sono gli unici in cui sono esistita”.


“Hai da fumare?” (Cit.)

Esistita e amata
come donna ideale, perché procedendo di metafora in metafora, la rivelazione
finale avviene in un altro spazio ristretto, il retro del camion della polizia
dopo il processo, dove Song Liling si spoglia e René Gallimard pur di
continuare a negare, si chiude dietro le sbarre, la gabbia della sua illusione
ed ora che ci penso anche la gabbia dei pappagalli de Il pasto nudo, il momento
della rivelazione in cui il protagonista ammette anche a se stesso la verità: “Sono
un uomo che ha amato una donna, creata da un uomo”.

Il finale è
l’apice del melodramma, il ribaltamento dell’opera di Puccini si completa con
il drammatico harakiri, il grande uomo occidentale che realizza di aver amato
la donna perfetta e che dopo questo non ha più senso vivere, Jeremy Irons nel
corso di tutto il film è teatrale, volutamente immobile come il suo
personaggio, una prova enorme, se dovessi scegliere solo una scena, la lacrima
che riga il viso di Geremia mentre ascolta Puccini a teatro. Enorme, veramente
enorme.


Il degno finale di questo intenso (melo)dramma.

Per quanto mi riguarda,
“M. Butterfly” è stato incompreso ai tempi, dimenticato troppo presto e ancora
più grave, considerato un’anomalia nella filmografia di un regista che delle
anomalie ha fatto arte. Un grande film, ne sono certo, negli anni continuerà a
piacermi sempre di più.

Prossima
settimana, io faccio cinture di sicurezza per campare, ma non so se saranno
sufficienti nemmeno quelle, ci vediamo sempre qui, tra sette giorni.
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