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M – Il mostro di Düsseldorf (1931): il mostro tra di noi

Se dici che ti piacciono i film di Fritz Lang, rischi di fare la figura del professor Guidobaldo Maria Riccardelli di Fantozziana
memoria. Ma cosa ci possiamo fare se Lang firmava capolavori come quello di
oggi, che è arrivato nei cinema Italiani il primo settembre del 1960, quindi
insieme al Zinefilo abbiamo
organizzato questa piccola celebrazione.

Difficile a sessant’anni dall’uscita Italiana e a quasi
novanta da quella nei cinema Tedeschi, scrivere qualcosa di davvero innovativo
su un classico come “M – Il mostro di Düsseldorf”, un film che viene studiato
nelle scuole di cinema, perché ha ancora tutto per insegnare grandi lezioni
cinematografiche.
Si perché per essere così datato “M – Il mostro di
Düsseldorf” è un film di una modernità abbacinante, con questa pellicola Fritz
Lang ha saputo davvero scavare nell’animo umano, criticando la società e allo
stesso tempo, portando sul grande schermo concetti e soluzioni che sarebbero
diventate il modello di riferimento di parecchio cinema futuro, basta dire che
ancora oggi questo film è considerato l’iniziatore del genere noir, ma a ben
guardarlo anche parecchio cinema horror e volendo, tutto il filone dedicato ai
serial killer, esploso negli anni ’90, deve comunque un debito di riconoscenza
a Fritz Lang. Nel mio piccolo, non posso che fare spazio per ospitarlo nel
piccolo club dei Classidy!

Chi ai tempi non voleva saperne di riconoscere niente a
Lang, era quel signore ben poco simpatico con i baffi come Charlie Chaplin, che
in una birreria di Monaco fondò il suo partito diventato tristemente famoso. Si
perché il titolo originale “Mörder unter uns” (letteralmente, l’assassino tra
di noi), sembrava un po’ troppo un richiamo al nazismo e quindi venne
modificato (storia vera). Anche se era una dichiarazione d’intenti da parte di
Lang, perché il suo film parla proprio di questo, della mostruosità dentro gli
essere umani e nella nostra società, in meno di due ore di durata il grande
regista non risparmia schiaffoni a nessuno.
Liberamente ispirato a fatti di cronaca (nera) realmente
accaduti, “M – Il mostro di Düsseldorf” racconta la storia di Hans Beckert,
assassino seriale che come i vampiri in molti film horror, non viene mai definito apertamente pedofilo, anche se i
fatti parlano chiaro. La città di Düsseldorf è tenuta in scacco da quello che
oggi definiremmo un serial killer, esattamente come è accaduto a San Francisco
per Zodiac o a New York per il figlio di Sam, simpaticoni che in epoca recente
sono stati portati al cinema da David Fincher e Spike Lee, giusto per ribadire
l’importanza del lascito di Lang al cinema contemporaneo.

Soluzioni visive moderne (primo estratto): come far comprendere a tutti l’area delle ricerche.

Bisogna però prima di tutto ricordare un dettaglio
fondamentale, “M – Il mostro di Düsseldorf” è stato il primo film sonoro di Fritz
Lang, i suoi precedenti capolavori come “Il dottor Mabuse” (1922) e
“Metropolis” (1927) solo per citarne un paio, erano tutti film muti. Oggi diamo
per scontato che un film abbia la sua componente sonora, ma il passaggio per la
settima arte è stato traumatico, fior fiori di attori e attrici sono rimasti
senza lavoro perché perfetti divi del muto, ma dotati di gracchianti voci a
citofono. Per riuscire a gestire il passaggio ci voleva una certa dose di
talento, non è un caso se Lang ma anche Alfred Hitchcock, si siano formati con
il cinema muto e abbiano mantenuto intatta la capacità di narrare per immagini,
anche con l’aggiunta del sonoro nelle loro pellicole.

Soluzioni visive moderne (secondo estratto): dicono che rompere uno specchio porti sfortuna, invece uno contornato di coltelli porta bene!?

Fritz Lang con questo film, si presenta alla prova del
suo primo lavoro dotato di sonoro come Jack Burton, non semplicemente pronto, ma nato pronto. Cosa vi dico sempre dei
primi cinque minuti di un film? Bravi, ne determinano tutto l’andamento,
l’inizio di “M – Il mostro di Düsseldorf” è un esempio perfetto non solo di
inizio pellicola fulminante, ma anche di come utilizzare immagini e sonoro per
narrare.

«Scappa scappa monellaccio, se no viene l’uomo nero, col
suo lungo coltellaccio, per tagliare a pezzettini proprio te!». Non è la
filastrocca di Mana Cerace, ma è la
conta che fanno i bambini all’inizio di questo film, per altro saltando la
corda e cantilenando questa nenia ben poco rassicurante. Siamo nel 1931 è Fritz
Lang ha gettato un seme che non sarebbe stato colto fino al 1984 da Wes Craven,
con la filastrocca di Freddy Krueger di Nightmare – dal profondo della notte. Vi ho già detto della modernità di questo
vecchio film vero?

A nightmare on elm Düsseldorf street.

Ma la scena continua ribaltando il punto di vista, la
mamma “cazzia” i figli colpevoli di giocare in strada, un posto ben poco sicuro
da quando il mostro è in circolazione, eppure un’altra donna le fa notare che
finché si sentono cantare, anche una filastrocca sinistra come quella, vuol dire
che stanno bene, ah! Il caro vecchio pragmatismo teutonico! Infatti Lang
introduce così il sonoro nel suo film, con una cantilena e con la sua assenza,
perché quando le rime terminano, ad annunciare l’entrata in scena dell’assassino
è il suo allegro fischiettare un motivetto, un perfetto esempio di musica fuori
contesto che per certi versi anticiperà un altro classico del cinema horror: Bruce entrava in scena sullo zan zan zan
zan di John Williams, Michael Myers
con il cinque quarti composto da Carpenter e
Jason con il suo ch-ch-ch-ah-ah-ah. Ogni buon assassino del cinema horror
deve avere il suo sinistro motivetto, altra lezione insegnata da Fritz Lang a
molti dei colleghi arrivati dopo di lui.

La piccola bimba che scompare all’inizio del film è la Georgie Denbrough della situazione,
afferrata dal mostro e sacrificata (cinematograficamente) in modo da poter
tenere sul filo noi spettatori, ed essendo un regista che arrivava dal cinema
muto, Lang l’assassino non lo mostra apertamente, ma ci fa vedere solo la sua
ombra di profilo mentre fischietta, anche qui, può sembrare una mossa da poco, ma quanto risulta brillante affidare il ruolo ad uno dei volti più
riconoscibili della storia del cinema, come quello di Peter Lorre, solo per poi
centellinarlo, distillando l’attesa in cui quel volto, lo potremo finalmente
vedere, anche se largamente anticipato dalla locandina del film? Ammazza se vi ho fatto attendere questo punto interrogativo, ho presto troppo spunto dalle attese di Lang.

Uno potrebbe capire tutta la trama del film solo da questo fotogramma.

Prima del Bruce di Spielberg, Lang ha bisogno che il suo
mostro sia invisibile, per poterci raccontare l’effetto della paura sui
cittadini. La paranoia serpeggia tra gli abitanti di Düsseldor, pronti a
scannarsi e ad accusarsi uno con l’altro, e se ancora non siete convinti che
questo film sia ancora incredibilmente moderno, fate mente locale su tutte le
belle scene di grande umanità (si nota il tono sarcastico?) che avete
collezionato in Fase Uno, tra un #Andràtuttobene e l’altro, poi magari ne
riparliamo.

Intanto ci tengo a sottolinearvi ancora la capacità di narrare per
immagini di Lang, quando il vecchio gentile si propone di aiutare una bambina
per strada, il tipo grosso lo minaccia credendolo il mostro, il regista
inquadrata lo spaventato vecchietto dall’alto, mentre l’energumeno sul nervoso
andante dal basso, dandoci subito un’idea precisa della differenza di mole
fisica tra i due personaggi. Un semplice campo e contro campo, ma con
l’inquadratura giusta si può davvero narrare alla grande lo stato d’animo dei
personaggi sullo schermo.

“Non ti hanno mai detto che non si picchia uno con gli occhiali?”

Penso che potrei stare qui tutta la giornata a
raccontarvi il film scena per scena, sottolineando molte delle soluzioni
brillante portate in scena da Lang, ma visto che prima (e meglio) di me in
tanti hanno già scritto numerosi saggi e manuali di cinema, inutile che io
perda tempo, non potrei fare di meglio nemmeno in dieci vite. Piuttosto mi
preme sottolineare come il regista abbia saputo utilizzare questa storia per
non fare sconti proprio a nessuno.

Il mostro tra di noi è senza ombra di dubbio il
personaggio di Peter Lorre, ma è anche quello che spinge i cittadini a sospettare
gli uni degli altri, ma per certi versi il mostro è anche la burocrazia, un
sistema fatto di regole che però sembrano muoversi troppo lentamente, incapaci
di stare al passo dell’assassino, tanto meno di catturarlo. Ecco perché per
provare a smuovere questo stallo alla messicana tedesca generato dalla
paura, ci pensa un consorzio composto da tutti quelli imprenditori che
dall’immobilismo generato dal terrore, stanno perdendo profitto: i criminali
della città.

Una giuria di tuo pari, nel senso di criminali proprio come te caro mostro.

Con scelta volutamente satirica, Lang ci racconta che gli
unici in grado di fare davvero qualcosa non sono le istituzioni classiche, ma
gli strozzini, gli spacciatori e i papponi, insomma la peggio feccia della
società è più organizzata delle autorità, una scelta narrativa provocatoria,
per un tema che sarebbe ritornato molto simile anche in altri film del regista.

“M – Il mostro di Düsseldorf” funziona su più
livelli perché Lang ha saputo assorbire la situazione politica del suo Paese,
portandola sullo schermo con un taglio anche molto realistico, quasi
documentaristico si potrebbe dire, però potenziando quel messaggio di
malcontento utilizzando le armi proprie del cinema, un insieme di immagini e di
sonoro che Lang padroneggia alla grande, come l’inquadratura sul palloncino
della bimba, impigliato tra i cavi del telegrafo, un modo di suggerire la
triste fine della piccola e la situazione generale, meglio di mille parole.

Il telefono telegrafo… la tua voce (quasi-cit.)

Per catturare il mostro, Lang alla fine utilizza tecniche
proprie del cinema, ad incastrare Hans Beckert è la “M” disegnata sul suo
cappotto, un simbolo visivo ma anche il suo caratteristico fischiettare, che
viene riconosciuto da un personaggio non vedente, che in quanto privo della
vista può affidarsi solo sul sonoro che Lang dimostra di padroneggiare già così
bene, fin dal suo primo film sonoro.

Pochi altri film hanno saputo far valere il sonoro e le
inquadrature così bene come “M – Il mostro di Düsseldorf”, tanto da
guadagnarsi il suo bello spazio nella cultura popolare, magari non avete mai
visto questo film (anche se sono sicuro che lo abbiate fatto), però
probabilmente se siete della mia leva ricorderete la vecchia pubblicità di MTV ispirata a questo classico, un modo per
ribadire quanto questo film sia diventato parte dell’immaginario collettivo.

“Ditemi almeno che questa lettera sta per mostro e non per qualche altra parola…”

Potrei stare qui a tediarvi su quanto il montaggio del
film abbia saputo portare in scena soluzioni moderne, mutuate in parte
dall’opera di Ėjzenštejn, ma per evitare di fare la figura del cinéfilo
nell’era dell’Internét, passo subito all’argomento che mi sta più a cuore in
assoluto: l’incredibile talento di Peter Lorre.

La scelta volutamente grottesca portata in scena da Lang,
è quella di far processare il suo assassino, da una corte di suo pari, nel
senso di avanzi di galera come lui, il vecchio principio per cui ci vuole un
ladro per beccare un ladro, vale anche per i mostri della società, ed è
proprio qui che il talento di Lorre può finalmente esplodere. Quando l’attore
si volta e riflessa vede la “M” sul suo cappotto, grazie all’espressione sul
viso di Lorre, tutta la paura seminata dal mostro passa dagli abitanti della
città a lui stesso, e Peter Lorre è grandissimo nel dare forma ad un mostro che
improvvisamente diventa patetico, quasi degno della nostra pietà, perché in
fondo è un ometto dal volto tondo, gli occhi a palla che Lorre riesce a rendere
viscido e debole allo stesso tempo, anche perché il più delle volte, quando una
paura riusciamo finalmente a guardarla negli occhi, il più delle volte risulta
meno spaventosa.

Un mostro di bravura: Peter Lorre.

La prova di Peter Lorre è talmente intensa, che l’attore
è rimasto a sua volta “marchiato” da questo film, diventando al cinema il prototipo
del personaggio paranoico, del criminale, oppure del traditore, padre nobile di
tanti Bad to the bone cinematografici, ma anche uno di quei volti, che appartenevano di forza
alla settima arte.

Il monologo di Lorre poi è una prova di puro talento per
l’attore, dentro troviamo tutta la disperazione, la paura di un personaggio che
prima viveva del terrore generato ed ora letteralmente, se la fa sotto dalla
fifa, ma troviamo anche tutto il suo complicato castello mentale, un tentativo
di auto assoluzione da parte di un personaggio che è solo un mostro in una
società non tanto migliore di lui. In tal senso l’esito del “processo”
organizzato dai criminali, non passa come spugna sulla storia, offrendo un lieto
fine, anzi tutt’altro, la madre che in lacrime alla fine dichiara, che comunque
tutto questo non servirà a far tornare in vita i bambini, ci ricorda che il
mostro è davvero tra di noi, anche se non fischietta e non ha gli occhi a palla
di Peter Lorre.
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