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Ma come si può uccidere un bambino? (1976): l’orrore sotto il sole

Nel 2026 “Ma come si può uccidere un bambino?” compie cinquant’anni, mezzo secolo dopo la sua uscita, il film di Narciso Ibáñez Serrador conserva intatta la propria capacità di perturbare, forse oggi persino più di allora. Non perché ricorra a una violenza esplicita o a effetti scioccanti, ma perché costruisce il suo orrore nel modo più scoperto possibile: alla luce del sole, in un paesaggio estivo che sembra negare qualsiasi forma di minaccia, o possibilità di nascondersi dalla luce.

Un film che lavora contro le aspettative, il regista Serrador sceglie deliberatamente di allontanarsi dall’iconografia classica dell’horror, fatta di notti, ombre e spazi chiusi, qui tutto avviene in pieno giorno, sotto una canicola opprimente che non concede tregua né ai personaggi né allo spettatore. Il sole non è un elemento neutro, ma una presenza costante, quasi aggressiva, illumina ogni cosa, rende impossibile nascondersi, costringe a guardare.

«Ho la sensazione di essere osservata»

La sensazione del caldo attraversa l’intero film come un elemento fisico, le strade bianche, il mare immobile, l’aria ferma contribuiscono a creare un’atmosfera di sospensione, un mondo apparentemente pacifico, ma svuotato, come se qualcosa si fosse già spezzato prima ancora che il racconto entri nel vivo. Serrador costruisce l’inquietudine non attraverso l’azione, ma attraverso l’attesa, lasciando che il disagio si accumuli lentamente.

L’isola su cui approdano i protagonisti è uno spazio chiuso, quasi astratto, non è soltanto un luogo geografico, ma un microcosmo separato dal resto del mondo, in cui le regole della convivenza sembrano non valere più. Il film evita spiegazioni immediate, preferendo disseminare indizi minimi, dettagli che inizialmente appaiono insignificanti. Uno sguardo che chiede pazienza e attenzione, un cinema che non accompagna lo spettatore ma lo mette alla prova.

Il momento esatto in cui ti passa tutta la voglia di paternità.

Quando l’orrore si manifesta apertamente, il film colpisce per la sua semplicità disarmante, “Ma come si può uccidere un bambino?” affronta uno dei tabù più profondi del nostro immaginario culturale: l’infanzia come territorio intoccabile, simbolo di innocenza e promessa di futuro. Serrador non utilizza questo tabù come mero strumento provocatorio, ma come centro morale dell’intero film, la domanda implicita non riguarda solo ciò che accade sullo schermo, ma il limite stesso dello sguardo dello spettatore.

Il titolo, in questo senso, è già una dichiarazione di intenti, non è una provocazione fine a sé stessa, ma un interrogativo etico che non trova risposta. Il film costringe a confrontarsi con l’impossibilità di una scelta “giusta”, con una situazione che annulla ogni certezza morale, ed è proprio questa assenza di soluzioni rassicuranti a rendere l’esperienza così disturbante.

«Che ne dici, adottiamo un gatto?»

Un altro elemento che rafforza l’impatto del film è la mancanza di una spiegazione razionale definitiva, perché Serrador evita di ridurre l’orrore a una causa facilmente comprensibile o archiviabile. Ciò che accade sembra appartenere a una dimensione archetipica, quasi mitica, in cui il conflitto tra generazioni assume una forma estrema e irreversibile, il film non offre chiavi interpretative consolatorie: lascia che l’angoscia resti aperta, irrisolta.

Dal punto di vista formale, la regia è asciutta, controllata, priva di virtuosismi evidenti, le inquadrature sono spesso statiche, il montaggio mantiene un ritmo regolare, quasi imperturbabile. La macchina da presa osserva senza enfatizzare, lasciando che siano le immagini, nella loro apparente normalità, a generare disagio. Anche le interpretazioni seguono questa linea di sottrazione, evitando eccessi emotivi che avrebbero rischiato di spezzare l’equilibrio del racconto.

I bambini ci guardano, non proprio con affetto.

A distanza di cinquant’anni, “Ma come si può uccidere un bambino?” resta un film difficile da classificare e da dimenticare. Non è solo un horror, ma un’opera che utilizza il genere per interrogare paure profonde e universali, un film che mette in crisi l’idea stessa di futuro, incarnata simbolicamente nell’infanzia, e la trasforma in fonte di angoscia.

Rivederlo oggi significa confrontarsi con un cinema che non cerca di proteggere lo spettatore, perché Serrador lo espone senza filtri, sotto un sole implacabile, privandolo di qualsiasi riparo emotivo. Ed è forse proprio per questo che, mezzo secolo dopo, il film continua a disturbare: perché ci costringe a guardare, anche quello a cui non vorremmo pensare mai, tipo alla risposta alla domanda del titolo.

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