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Mad God (2021): Phil Tippett ci odia tutti quanti (ma resta un genio)

Nel 1993 Phil Tippett era già una leggenda, parliamo di
un artista considerato come il massimo esperto vivente di animazione a passo
uno, che in carriera aveva lavorato alla trilogia originale di Guerre Stellari, animato l’ED-209 di Robocop e avrebbe ritrovato Verhoeven
per gli aracnidi di Starship Troopers
e qui mi fermo, perché l’elenco sarebbe molto più lungo.
Per riportare in vita i dinosauri Spielberg non ci pensò
due volte, aveva bisogno della magia di Tippett, che si mise al lavoro su un
enorme Tirannosauro alto quasi tre metri e completamente animabile in ogni suo
movimento, il tutto mentre studiava come rendere il più realistiche possibili
le movenze dei Raptor, ovviamente tutto un fotogramma alla volta, come si fa
con la stop motion.
Ora vi racconto tutta la storia, occhio eh!

La storia la conoscete, mentre Stan Winston si occupava
degli animatronici per i primi piani dei dinosauri, la rivoluzione bussava alla
porta, gli animatori Mark Dippé e Steve Williams armati di una certa dose di caparbietà
fecero arrivare a Spielberg la loro animazione, pochi secondi di camminata per
un Tirannosauro. Spielberg in quella manciata di fotogrammi vide il futuro del
cinema, si potevano ottenere quasi lo stesso risultato della stop motion con un
terzo del tempo e molti meno costi, ora però bisognava dirlo a Phil Tippett.

La conversazione tra i due è leggenda, perché davanti al
piano di Spielberg e al meteorite della CGI, Tippett a metà tra l’incazzato e
l’abbattuto aveva come intuibile, l’umore sotto le scarpe, alla domanda di
Spielberg «Come ti senti?» rispose: «Estinto» (storia vera), una scelta di
parole tanto azzeccata che il regista chiese di poter usare la battuta nel
film, la pronuncia Sam Neill dopo aver messo piede nel parco.
Animare a passo uno non è stressante, disse Phil Tippett, 30 anni (per realizzare il film)

Cosa ha fatto Phil Tippett da allora? Molto, anche se
d’istinto vi risponderei covato rancore. Per trent’anni ha portavo avanti un
suo progetto personale, rigorosamente tutto animato a passo uno, “Mad God” ha
richiesto trent’anni di meticolosa fatica e cura per vedere la luce, presentato
all’ultimo festival di Sitges e a Locarno, ha lasciato tutti senza parola perché
non esiste niente di minimamente paragonabile a questo film. Avete presente le
espressioni da cinéfili nell’era dell’Internét tipo: “fuori di testa”, “un
pugno nello stomaco” e via dicendo? Bene, sono tutte da considerarsi estinte
davanti al lavoro di Phil Tippett che porta la follia (e il disagio) ad un
altro livello.

Tentare di interpretare la trama di “Mad God” è
praticamente impossibile, il film consiste in 80 minuti di suggestioni
orrifiche spesso incastrate una dentro l’altra come scatole cinesi, basta un
trapano che perfora un cranio e una sonda infilata al suo interno per far
cominciare una nuova porzione della storia, legata e tenuta insieme
da una cornice che inizia con un anatema Biblico e termina, boh con
l’apocalisse? Forse è meglio dire che termina con un’antica sinfonia per Xilofono giapponese sui titoli di coda, che
mi ha messo in chiaro da dove Hans Zimmer abbia preso l’ispirazione per la sua You’re so cool? In “Mad God” trovate tutto
questo è molto altra follia ancora.
Facciamo luce su questo strambo film.

Si comincia con un uno scenario di guerra da cui quello
che per convenzione indicheremo come il protagonista (un soldato con il volto
coperto da una maschera anti gas, tipo trincea della prima guerra mondiale), si
cala nelle profondità della terra portando con se un bomba per esplorare quelle
che potrebbero tranquillamente essere gli Inferi, visto che tra statue
orribili, teschi umani e gnomi deformi questo è giusto l’antipasto di un film
che sembra voler portare in scena il disagio, se non proprio il mal di vivere.

Uno dei personaggi ricorrenti è una sorta di Jabba con la
dentiera, un mostro che sembra uscito da una notte sudacchiata e tormentata
dopo una cena a base di peperonata, per passare poi a giganti fritti su sedie
elettriche e il ticchettio costante, per tutti gli ottanta minuti di questo
film muto (gli unici “dialoghi” sono mugolii e grugniti senza senso), il
costante accompagnamento sonoro sarà l’inarrestabile tick tock del tempo che
scorre, mentre davanti agli occhi Phil Tippett ci regala la sua magia.
Questo Han Solo invece di tenerlo nella grafite se lo sarebbe sgranocchiato.

Si perché gli eventi, i mostri e gli orrori portati in
scena saranno anche raccapriccianti, ma il talento e la cura per il dettaglio
di Phil Tippett non si mette nemmeno in discussione, certo come sostiene Genius il film si sforza di portare in
scena la merda in tutte le sue varianti, quindi fior fiori di animatori si sono
impegnati tantissimo ad animare mostri che cagano, tanto che ad un certo punto
gli escrementi che sembrano un elemento di rottura messo nel film per
provocare il pubblico, ad un certo punto diventano complementi d’arredo. Tippett
ci mostra un mondo fatto di orrore talmente vasto che quello che ti disturba
nei primi minuti del film, un attimo dopo viene sostituito da qualcosa di
ancora più fastidioso per il tuo cervello di spettatore. Non ci credo di aver
appena scritto di un film dove la merda è complemento d’arrendo, ma il Dio
pazzo di Tippett non ci ama, al massimo ci tormenta.
 
Quello messo su da Tippett è un quadro di Hieronymus
Bosch filtrato secondo la sensibilità di un video musicale di Marilyn Manson,
il risultato è un viaggio di 80 minuti all’interno della copertina di un disco
Death Metal, in cui ci potrete trovare di tutto, ad esempio ad un certo punto
nella carrellata in cui il protagonista (che rappresenta lo sguardo di noi
spettatori) vede un minotauro impegnato a farsi sollazzare da alcune demoniache
pulzelle, mi è sembrato di rivedere la scena della fellatio sotto minaccia
delle armi di Deadman, ma a quel
punto avevo già assistito a così tanti orrori in plastilina che probabilmente
il mio radar per le citazioni potrebbe essere andato un po’ in palla.
Vi dico solo che questa è una delle scene più normali di tutto il film (storia vera)
 
Dal punto di vista visivo “Mad God” è un gioiello, oscuro
e terribile certo, ma il modo in cui Tippett cura i dettagli è ammirevole, la rifrazione
della luce sulle sue creazioni di plastilina o l’infinità quantità di dettagli,
fa di “Mad God” un film incredibile, che non ha pari con niente che abbiate mai
visto o che mi spingo a dire, potrete mai vedere per molti anni ancora. Se
avete l’ardire di seguire Phil Tippett giù nella tana del bianconiglio,
potreste ritrovarlo fatto arrosto su uno spiedo, io vi avviso, però
difficilmente troverete così tanto disagio e maestria tutti insieme riassunti
in 80 minuti così lisergici.
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