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Mad Max – Fury Road (2015): abbiamo SEMPRE bisogno di un altro eroe (bentornato Max!)

Se non ricordo male, fu Thomas Jefferson a dire che agli Americani servirebbe una rivoluzione ogni 50 anni. Purtroppo per lui, il buon vecchio Tommy non è vissuto nell’era in cui George Miller ci ha insegnato a guardare il futuro post-apocalittico al cinema, altrimenti con molta probabilità, avrebbe concordato sul fatto che l’umanità ha bisogno di un Mad Max ogni 30 anni.

Già, perché ridendo e scherzando, sono passati proprio 30 anni dall’ultima apparizione di Massimino Pazzarello al cinema, era il 1985 quando siamo andati tutti oltre la sfera del Tuono. George Miller, in realtà, non ha mai abbandonato il suo personaggio (il titolo “Fury Road” è in giro da moltissimi anni), nel frattempo il nostro Miller, però, ha avuto successo (e Oscar) con film differenti, dedicati a future salsicce in gita in città e a pinguini ballerini.

Mel Gibson in questi tre lustri ha dimostrato a tutti che l’aggettivo “Mad” sa davvero come sfoggiarlo e, anche per motivi squisitamente anagrafici, ha dovuto cedere giacca, doppietta e V8 ad un collega più giovane. La prima foto in costume di Tom Hardy risale a parecchi anni fa, anni passati a curare i dettagli, in funzione di questo quarto capitolo della saga, anni in cui Max Rockatansky è diventato l’icona che tutti conosciamo. Io personalmente sono cresciuto con Mad Max, sono un po’come uno dei bambini di “Oltre la sfera del tuono”, la leggenda di Max è stata tramandata di generazione in generazione, come quella del Capitano Walker, quindi questo nuovo capitolo, che si pone l’obiettivo di rilanciare il personaggio, è una cosa grossa, molto grossa… Sapete che vi dico? Forse il film non sarebbe stato così bello senza questa interminabile attesa.

«Tu! Catena! Sono trent’anni che aspetto di tornare in azione»

Di fatto, George Miller prende il meglio da tutti i film precedenti della saga. Dal primo capitolo riporta l’attenzione sul tema della follia di Max, dal secondo prende sicuramente il mitico inseguimento finale (espandendolo fino all’eccesso ed oltre), mentre dal terzo film ritrova il gusto di delineare personaggi esagerati, fumettistici, ma comunque del tutto credibili come abitanti di un deserto Post-Apocalittico in cui sopravvive chi è più matto di tutti.

«Tu che dici Tom? Ci metto qualche altra auto che si sfascia in duemila pezzi o una bella esplosione?»
 

Conoscete l’espressione “My cup of tea” riferita a qualcosa che coincide perfettamente con i propri gusti personali? Ecco, siccome io sono un tipo un po’pane e salame, uno da pizza mangiata a fette con i gomiti rigorosamente sul tavolo, mi trovo costretto ad adattare la frase di cui sopra per dirvi che, per quanto mi riguarda, “Mad Max: Fury Road” è proprio “My pint of Beer”: in 120 minuti c’è tutto quello che mi piace vedere in un film.

La trama è quella che ti aspetti:

ritroviamo Max con la sua V8 e i capelli lunghi, la voce fuori capo (dello stesso protagonista) mette sullo stesso piano tutti gli spettatori, quelli che conoscono il personaggio dal 1979, quelli che con lui sono cresciuti, ma anche coloro che non ne hanno mai sentito parlare. Max si presenta come un ex poliziotto del futuro, divenuto successivamente un Road Warrior, ora vaga nel deserto, sopravvivendo, perseguitato da visioni (lisergiche) di tutti quelli che ha provato a proteggere e che non è riuscito a salvare. A questo punto abbiamo tutto quello che ci serve sapere sul personaggio, quindi possiamo iniziare con il primo (adrenalinico, tiratissimo, esaltante) inseguimento. Siamo al minuto tre del film, ne dura in totale 120 di minuti, fatevi due conti voi.

Anche la lucertola a due teste è felice di rivedere Max Rockatansky.
 

In tutta onestà fino ai titoli di testa credo di non aver mai respirato. In un attimo Max passa da essere un personaggio molto simile a quello con cui sono cresciuto, ad essere uno schiavo tatuato, donatore di sangue involontario (detto “Sacca di sangue”) con tanto di vistosa museruola sul viso. A questo punto Miller mette volontariamente da parte per un po’il suo mitico protagonista e attraverso il suo punto di vista, legato e sballottato come un sacco di patate, ci sbatte fortissimo in faccia il nuovo “Mondo” di questo film. Allacciatevi le cinture perché da questo punto in poi per un’ora buona, il film non alza MAI il piede dall’acceleratore procedendo a tavoletta! (Yeah!)

George Miller ci ha dimostrato negli anni di essere un ossessivo compulsivo dei dettagli ed io gli voglio bene anche per questo, perché secondo me sono i dettagli a rendere belle le cose. Bene, “Mad Max Fury Road” (per coerenza in Italia avrebbero dovuto intitolarlo “Interceptor: Furiostrada”…) è un’apoteosi di dettagli, guardare questo film è come prepararsi una siringa ripiena di un concentrato puro al 100% di tutti gli episodi di “Ken il Guerriero” (il fumetto/anime che deve più di tutti qualcosa ai film di Miller), mescolato con un estratto dei film di Mad Max e poi iniettarsi il letale composto dritto nel bulbo oculare.

La vostra faccia, mentre guardate la prima mezz’ora di questo film…
 
Il risultato è qualcosa che vi lascerà completamente storditi (o impazziti, fate voi) e solo quando sarete lì, con le pupille completamente dilatate, allora potrete godere, di ogni singolo fotogramma del film. Sì, perché “Massimino Pazzarello: Furiostrada” è esteticamente bellissimo, poi potreste prendere qualunque scena del film, stamparla con il plotter su carta fotografica e appendervela sulla parete del soggiorno di casa.
Prossimamente appeso nel soggiorno di casa mia.

La cura dei dettagli è maniacale, lo schermo è sempre strapieno di cose da guardare, dal mattissimo design delle automobili (letteralmente costruite mettendo insieme pezzi tanti altri mezzi a motore), fino alla realizzazione dei costumi. Durante la visione, specialmente nella prima mezz’ora, mi sono sentito sopraffatto, sballottato di qua e di là dal film proprio come succede a Tom Hardy nella pellicola, mi sono detto: “Mi ci vorranno tre o quattro visioni per cogliere tutti questi dettagli e considerato che il film è fighissimo non mi va nemmeno così male.”

Per dirvi del livello di dettaglio: Nux (Nicholas Hoult) si è disegnato degli smile sulle masse tumorali che gli spuntano dal collo, oppure, cosa c’è di meglio del logo di una vecchia Mercedes, da utilizzare come mirino montato su una mitragliatrice? Ecco, il film raggiunge questo tipo di ossessione nella messa in scena visiva del futuro post-apocalittico. George Miller riprende il discorso da dove lo aveva abbandonato e crea altra iconografia, alzando ulteriormente l’asticella del mostrare il futuro apocalittico al cinema.

Ciocchi fortissimi di automobili che si spatasciano elevati a forma d’arte.

La trama è semplice, ma perfetta: Max si ritrova ancora una volta (controvoglia) ad aiutare delle persone in pericolo, ha un altro camion (la BLINDOCISTERNA… Yeah!) da portare a destinazione con il suo prezioso carico, di nuovo inseguito dagli uomini di un Super Cattivo. Immortal Joe si professa capo della sua comunità (come Master Blaster), ma anche incarnazione di un Dio da seguire con fedeltà cieca e assoluta (come Lord Humungus) e per altro, è interpretato da Hugh Keays-Byrne, ovvero lo stesso attore che nel primo film della saga, interpretava il folle capo della gang di motociclisti. Tra i due personaggi non esiste correlazione, ma idealmente è come se Max, fosse ancora inseguito dai fantasmi che lo hanno reso “Mad Max” creati da Miller sulle polverose strade dell’Australia nel 1979… I fazzolettini per asciugarvi le lacrime sono laggiù, vicino alla macchinetta del caffè.

«Vi ricordate di Toecutter? … Sono tornato!»

“Mad Max: Fury Road” è un rilancio della saga, un po’come già accaduto per il secondo capitolo (godibilissimo anche senza aver visto il film del ’79). I tre film precedenti sono stati una coerente evoluzione dell’Apocalisse. Avevamo lasciato Max e soci in un futuro dove ormai la benzina era esaurita (sostituita dagli escrementi di maiale), in questo film invece, considerando il numero esorbitante di mezzi a motore in movimento, direi che la benzina è di nuovo disponibile, ma George Miller non rinuncia comunque ad aggiungere un tassello a quell’Apocalisse futura cinematografica che ha di fatto inventato lui.

Seguitemi nel mio (folle) ragionamento: se la razza umana, diciamo gli uomini via, per un camion pieno di benzina, sono disposti a lanciarsi in un selvaggio inseguimento, della durata di quasi 40 minuti, come quello visto in “Mad Max 2 – Il guerriero della strada”, secondo voi, cosa potrebbe convincerli ad inseguirsi per un tempo totale di 120 minuti? Senza diventare volgare, please, diciamo solo che la risposta è facile: le donne off course!

Ho come l’impressione che questo sia un grosso METAFORONE femminista.

Sì, perché Miller sembra idealmente andare da Luc Besson e dargli un coppino fortissimo a mano aperta sulla nuca, dicendogli “Francesino? Te lo faccio vedere io come si fa un mondo Post-Apocalittico al Cinema”. Se in “le dernier combat” Besson (Ispirato da Mad Max) ci mostrava dei folli guerrieri in un futuro senza donne, Miller si riprende la paternità di tutta l’operazione. Il bene più prezioso per Immortal Joe sono le sue donne (“Quanto vuoi per tue done?” CIT.), ho trovato fantastico che in un film così “Maschio”, con un duro che parla poco come protagonista, strapieno di automobili che si sfasciano, mortiammazzamenti e un tipo di azione che di solito piace più al pubblico maschile, ci sia così tanta attenzione ai personaggi femminili.

L’imperatrice Furiosa, interpretata da Charlize Theron, si divide lo spazio sulla locandina del film insieme a Mad Max, capisco anche perché: di fatto lei e il protagonista sono quasi speculari, due disperati in cerca di redenzione, duri come chiodi da bara. Vi dico solo che il personaggio mi è piaciuto così tanto, che sto spulciando le carte, per capire se la legge di uno strambo Paese a forma di scarpa, mi permetterà un giorno di chiamare una mia ipotetica figlia “Furiosa” (Storia vera).

«Vieni tesoro di papà, ora ti spiego come mai ti chiami Furiosa»
 

Il volto dipinto, i capelli rasati (per recitare in “A million way to die in the west” Carlina Terrona ha dovuto indossare una parrucca perché non gli erano ancora ricresciuti), la protesi meccanica al braccio, Charlize Theron è talmente brava, bella e cazzuta in questo film, da meritarsi il titolo di co-protagonista.

Ho scoperto di recente, con relativo senso di ribrezzo, che esiste un genere pornografico con le donne vittime di amputazioni, ora, non so come si chiami e non ci tengo nemmeno a scoprirlo, ma sono sicuro che dopo questo film, grazie a Charlize Theron questa tipologia di “film” (chiamiamoli così) avranno un Boom!

«Andateci piano ragazzi, le mani bioniche costano»
 

Visto che ho aperto il vaso di Pandora del cast femminile (e devo farmi perdonare la battutaccia di poche righe fa, scusatemi, ve l’ho detto che sono un po’grezzo…), devo dire che le attrici scelte da George Miller sono una meglio dell’altra. Sanno incarnare alla perfezione il loro personaggio, il più delle volte ben riassunto nel nome, tipo la preferita di Immortal Joe, si chiama Splendid ed è interpretata da Rosie Huntington-Whiteley. Mentre la pragmatica Capable ha il volto della bellissima Riley Keough. Invece, quella con la faccia incazzata del gruppo è Zoë Kravitz, figlia del cantante Lenny Kravitz e dell’attrice Lisa Bonet. Ve la ricordate la figlia con le trecce de “I Robinson”? Ecco: è lei.

Miller tira dentro al cast anche una sua vecchia conoscenza. C’è stato un periodo in cui Giorgino avrebbe dovuto dirigere un film sulla Justice League of America (che sarebbe stato sicuramente migliore della baracconata di “Superman vs Batman” di prossima uscita), per la parte di Wonder Woman, aveva scelto la compatriota Megan Gale. Proprio lei! Vecchia conoscenza degli abitanti di uno strambo Paese a forma di scarpa, in questo film Miller ha l’occasione per regalarle qualche minuto in cui fa la “Wonder Woman”, in maniera del tutto credibile. Megan Gale è talmente azzeccata, sia quando fa l’esca nuda, sia quando scalcia culi e stende cattivi, che vi verrà voglia di cambiare il vostro operatore telefonico e tornare in Omnitel!

Uh uh i wanna touch the sky, i wanna fly so high…
Come dicevo Miller ha preso il meglio dai tre film precedenti e dirige questo come uno che ha passato gli ultimi 30 anni aspettando di poter tornare a far sfrecciare auto nel deserto. Di fatto, il film prende l’inseguimento finale di “Road Warrior” e lo spinge al limite, mi sono anche chiesto se il trucco potesse reggere per tutta la durata del film, la risposta è: Sì, cazzo se regge! Anzi non ho dubbi a farlo entrare già da ora di diritto tra i Classidy!

Perché Miller, dimostrando di aver fatto sua la fighissima tag-line del film (the future belong to the mad) mette su una trama da vero folle, senza Spoiler (giuro!): la prima ora di film è un enorme, grossissimo, gigantesco, fottutamente pazzesco inseguimento. Segue un momento in cui succedono delle cose e poi, l’inseguimento ricomincia, ma questa volta… Tornando indietro! Un’ora per fuggire in una direzione, un’altra ora per tornare indietro, seguendo il piano folle di Max.

Ecco, se i minuti finali di “Il Guerriero della strada” hanno per intere decadi influenzato tutto il modo di mostrare gli inseguimenti al Cinema, cosa volete che vi dica io di un “Mad Max: Fury Road”? Qui il concetto stesso di auto che si inseguono nel deserto, viene elevato a forma di arte. Ho notato una sola scena realizzata in CG, quella in cui l’auto cade in una trappola nascosta sotto la sabbia. Sicuramente ci sono anche altre scene realizzate in CG, ma il tutto è diretto, montato e fotografato con un tale livello di maestria, che proprio non me ne sono accorto.

California Love (2.0).

La qualità degli Stunt, molti dei quali reali, con vere auto che tirano dei ciocchi fortissimi contro altre vere automobili (YEAH!!) è superlativo, non solo per la messa in scena, ma anche per il livello dell’inventiva: non ci potevo credere quando ho visto i Warlords, appesi ai pali, “molleggiando” in aria, come tanti pirati pronti ad abbordare le auto nemiche.

Miglior scena romantica del 2015.
 
Nel 1979 Miller ha contribuito a cambiare per sempre il modo di mostrare gli inseguimenti di auto al Cinema, nel 1981 ha diretto LA SCENA capolavoro di questa specialità e nel 2015 ha preso tutto questo, lo ha portato ad un livello ancora superiore, ignorando completamente l’utilizzo del pedale del freno, al pari dei personaggi nel film. Ora, io ritengo che un buon ritmo, tante volte serve a coprire tante pecche in un film, bene, il ritmo di “Massimino Pazzarello: Furiostrada” è Indiavolato con brio, cercate una sala cinematografica con un impianto sonoro da TERREMOTO e andate a vedervelo, un giorno lo racconterete ai vostri bambini… Ma non azzardatevi a chiamare vostra figlia Furiosa, l’ho detto per primo quindi pretendo questo primato!
«Te lo giuro Charlize, quel pazzo di Cassidy mi ha scritto per chiedermi se può chiamare sua figlia Furiosa»

Per altro, un enorme plauso anche alla favolosa colonna sonora del film, firmata da Junkie XL. Sembra fatta facendo suonare in maniera ordinata, lamiere delle macchine che si sfasciano, in un tripudio di distorsioni di chitarra e di sintetizzatore. Ad esempio, ora io ESIGO di vedere uno Spin-Off dedicato al personaggio con il look più folle di tutto il film: il Chitarrista di guerra. Sì, perché l’automobile carica con i tamburi di guerra la posso ancora concepire, Immortan Joe guida le sue truppe in battaglia, quindi ci sta che si porti dietro dei tamburi di guerra, ma un chitarrista messo a motivare le truppe, è qualcosa che poteva essere concepito solo da un folle!

…Adesso invece voglio uno Spin-Off su di lui!

Nei Credits, troverete una lunghissima lista di nomi, sotto la voce “Computer Graphics”, ma troverete un elenco molto, ma molto più lungo di persone, nelle voci “Stunt”, “Costume” e “Prosthetic”, perché “Furiostrada” è un film che si affida molto ai costumi e all’ottimo design, in questo senso è davvero un film fatto alla vecchia maniera (my pint of beer). La cosa che mi ha sempre colpito di Miller, è che in “Fury Road” mi ha percosso con la forza di un pugno dato da Rictus Erectus (Il wrestler Australiano Nathan Jones, ebbene sì: anche in questo film c’è un culturista bruciato dal sole! Ormai marchio di fabbrica dei film di Miller) è il fatto che ogni personaggio abbia un look che racconta la sua storia.

«Non ci vuole un fucile grande ma un grande FUCILE!»

Noi sappiamo bene tutti gli Step fatti dalla giacca di pelle di Max, quella giacca racconta la sua storia, allo stesso modo tutti i personaggi sembrano essere il frutto di esperienze passate. La signora dei semi che non sbaglia mai un colpo quando spara (avrei sempre voluto una nonna così!) è vestita come una abituata ad appostarsi per sparare. Immortal Joe? Assistiamo alla sua vestizione, come se fosse un novello Darth Fener, il suo look serve a incutere timore nel cuore dei suoi nemici, ma anche a sottolineare la sua condizione di Semi Dio, infatti ho amato moltissimo il fatto che Miller (al pari di Lord Humungus) non ci abbia mai mostrato il suo viso.

Cose che succedono davvero laggiù in Australia…

A proposito di personaggi degni di uno Spin-Off, vi avevo già raccontato che sono anni che sogno un film dedicato al ragazzino di “Beyond Thunderdome” quello truccato come un panda, con il pupazzetto di Bugs Bunny. Ecco, i Warlords di questo film sembrano tutti cugini fisicati di quel ragazzino. Ho amato moltissimo il modo in cui, attraverso questi folli invasati, Miller sia riuscito a dare (ancora) un po’di Satira sui nostri tempi: ditemi cosa volete, ma un branco di toccati che si esalta all’idea di morire in battaglia (“Ammiratemi!”) per raggiungere il Valhalla, mi sa tanto di METAFORONE satirico.

Per altro, il personaggio di Nux è del tutto funzionale a introdurre allo spettatore i folli cattivi del film e i loro ancora più folli costumi sociali (e di scena). Nicholas Hoult si aggirava già per deserti apocalittici in Young Ones, ma qui si è fatto decisamente perdonare per la sua partecipazione a quella fetecchia di film che risponde al titolo di “Warm Bodies”. L’idea di renderlo protagonista di una piccola parentesi rosa, tra un’auto che esplode e un inseguimento, non mi ha disturbato. Ok, è un passaggio di trama che sa un po’di clichè, ma trovo comunque geniale aver sfregiato il belloccio di “Warm Bodies” regalandoci una disperata storia d’amore, nata nel bel mezzo di un enorme casino. Un passaggio di film che secondo me serve a caratterizzare i personaggi dandogli spessore e, soprattutto, facendoci affezionare a loro.

«AMMIRATEMI! … Mentre mi faccio perdonare per Warm Bodies»

Il meglio per la fine… Quello a cui vogliamo bene più di tutti, ovvero Mad Max, in questo film come si comporta?

A mio avviso alla grande, dimostra in un paio di occasioni di essere l’anti-eroe che tutti ricordiamo (minaccia di far saltare il braccio a Nux con la doppietta e poi si frega la blindocisterna). Ma è anche lo stesso eroe perseguitato dal suo passato, pronto ad aiutare gli altri (anche se costretto) con cui siamo cresciuti. Personalmente ho amato moltissimo i flash lisergici provenienti dal passato di Max, danno proprio la dimensione della sua follia e servono a caratterizzarlo.

Come ho già detto in precedenza parlando di Tommaso Resistente, l’attore ha davvero la capacità di far percepire la follia sotto la pelle dei personaggi che interpreta, in questo film non ha mai un singolo momento in cui la sua pazzia esplode furiosa, sembra più qualcosa si serpeggiante, che gli si può leggere negli occhi. Inoltre, Tom Hardy ha il “fisico di ruolo” e il colore di occhi giusto per ereditare il personaggio di Mel Gibson.

«Non sarà mica Mel Gibson quello laggiù vero?»

La cosa che mi ha fatto riflettere è il modo in cui Max ritrovi se stesso, anche in mezzo al gran casino di auto sfasciate e folli assassini che è “Furiostrada”. Ad inizio film è nel pieno del Look alla Mad Max, in un attimo lo perde e si ritrova intrappolato dentro una museruola. Ci mette una mezz’ora buona per liberarsene e ritornare ad indossare la giacca di pelle. Se volessimo fare della dietrologia spiccia, sembra quasi che per tutto il tempo Max cerci di ribadire se stesso: è possessivo nei confronti dei suoi simboli, lo sentiamo urlare rabbioso “Quella è la mia giacca!”, oppure “Quella macchina è mia!”, ci mette un intero film, a pronunciare il suo nome e quando lo fa è come se avesse ritrovato (in parte) la redenzione che cercava. Come se Tommaso Resistente (e noi spettatori insieme a lui) dovessimo ritrovare il nostro Mad Max, quello che si lancia in missioni suicide guidato dalla follia e dalla voglia di morire che è sempre con lui. Ci sono due momenti in cui l’ho davvero riconosciuto:

l’unico sorriso che Max/Hardy fa in tutto il film viene visto soltanto da un personaggio… Che dopo pochi minuti muore. Ditemi se questo non riassume Max più di mille parole. Per altro, ora che ci penso, come spettatore ho visto anche io il sorriso di Max. Aspettate un attimo che faccio due scongiuri, tanto non mi potete vedere… Ok, fatto! L’altro momento è nel finale, non dico nulla, ma in una folla rivolta in una direzione, lui va in un’altra, riprendendo il suo (eterno) cammino, l’eroe solitario, cavalca di nuovo verso il tramonto.

«Sto di nuovo guidando un camion sparando alla gente, più le cose cambiano, più restano sempre le stesse»

Sfido chiunque ora a fare ironia su “Babe” ed “Happy Feet”, George Miller per quanto mi riguarda ha vinto tutto, firmando il film dell’anno, sono pronto a scommetterci. La leggenda di Mad Max è di nuovo pronta per essere raccontata ad un’altra generazione di pubblico pronta ad ascoltarla, sì, penso che Thomas Jefferson avrebbe concordato: abbiamo bisogno di grandissimi film come questo, l’umanità ha bisogno di un Mad Max ogni 30 anni, perché abbiamo sempre bisogno di un altro eroe.

Bentornato Max, però cerchiamo di non farne passare altri 30 adesso, alla tenera età di 60 anni, ti seguirò comunque, ma non so se riuscirò a reggere ‘sto ritmo indiavolato. What a lovely day!

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