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Madre! (2017): il Vangelo secondo Aronofsky

A volte la mia
capacità di estraniarmi sorprende anche me, a turno capita di inciampare in un
titolo che per qualche ragione mi perdo al cinema e che riesco a recuperare
solo dopo, come mi è accaduto con “Madre!” l’ultima tanto chiacchierata
fatica di quel discreto matto di Darren Aronofsky.

Ora, io da un po’
di anni sto cercando di recuperare quel modo di guardare i film, che poi è
quello che applicavo da bambino, ovvero semplicemente iniziare a guardarli e
lasciare che sia la storia a conquistarmi (o a schifarmi, a seconda della
fortuna), diventa sempre più complicato farlo oggi, perché tra trailer e
pubblicità varia in rete, di ogni film sappiamo già tutto prima ancora di
vederlo davvero.
Di questo “Mother!”
so giusto un paio di cose: la prima, è che ogni volta che ne pronunci il titolo
italiano, qualcuno nella stanza lo ripete imitando una celebre gag di un comico
italiano che mi dicono essere molto famoso, ma che io non conosco. Vi ho già
parlato della mia capacità di estraniarmi, vero? Capacity (…in amicizia) ti
presento i lettori della Bara Volante, lettori della Bara Volante, vi presento
la mia cara amica Capacity.
Ecco, l’altra
cosa che sapevo su questo film era che ha diviso parecchio il pubblico e che a Venezia è stato accolto con una bordata di fischi, cosa che, per altro, era
già accaduta all’altro film di Aronofsky presentato al Lido, ovvero “Il cigno
nero” (2010) che qui lo dico e non lo nego, a me era piaciuto un botto. Piru piruuu piru piru piiiii (Cassidy
canticchia “Il lago dei cigni” estraniandosi dal mondo con la sua amica
Capacity).
“Guarda quanto spazio vuoto, sembra l’interno del cranio di Cassidy”.


Siccome oltre a
Capacity ho anche amiche non immaginarie, tipo la massima cacciatrice mondiale
di foto e autografici con i VIIIIIPPPPPSSS (Ciao Elisa) che grossomodo dall’ultimo
festival di Venezia mi ripetono che io questo film dovrei proprio vederlo, alla
fine mi sono deciso a farlo, commento secco: “Oh, ma sapete che a me è piaciuto
un botto?”. Bisogna fare delle distinzioni grosse, ma grosse grosse, però cavolo
a me è piaciuto!
Mi rendo conto
che fare una lunga premessa in cui parlo di quanto è figo vedere i film senza
sapere niente della trama e poi parlarvi di trama, svolte, colpi di scena e
possibili interpretazioni è appena appena un paradosso, quindi facciamo così:
se amate i film un po’ radicali nella loro messa in scena, se vi piacciono
quelle storie che sembrano andare in una direzione, poi improvvisamente, invece,
vi portano tutto da un’altra parte e, soprattutto, se non siete allergici ai
METAFORONI voi “Madre!” dovreste davvero vederlo, ma così su due piedi, come ho
fatto io, senza sapere una mazza della trama. Se, invece, tutte le cose elencate
qui vi fanno semplicemente schifo, non dovreste avvicinarvi a questo film
nemmeno armati di bastone acuminato, quindi questo è il mio consiglio, da qui
in poi dovrò snocciolarvi per forza qualche dettaglio che per convenzione
chiameremo SPOILER, così siete tutti avvisati.

Tra le poche cose
che svincolandosi tra i blocchi come Kyrie Irving è riuscita a battere anche la
difesa forte di Capacity, uno dei poster promozionali del film, che ricalca volutamente
quello del capolavoro di Roman Polanski “Rosemary’s baby” (1968) che è in
parte una falsa pista, perché i punti in comune tra i due film sono limitati:
entrambi sono ambientati in interni, hanno grossi tocchi da Horror e una donna
incinta come protagonista, poi per il resto aveva ragione la mia amica (Elisa,
non Capacity) quando mi diceva che il film somiglia più a “La notte dei morti
viventi” di Romero.

La notte degli ospiti indesiderati viventi!

Per quanto sia un
discreto pazzoide, non mi dispiace il cinema di Darren Aronofsky, è uno che può
darti discreti schiaffoni con roba come “Requiem for a Dream” (2000), un
regista che non risparmia su carne e sangue e che quando riesce a restare
asciutto (“The Wrestler” 2008) sforna titoli belli dritti, ma non privi di
metafore belle visibili. Ecco, poi, ci sarebbe l’altro problemino: ogni tanto
gli parte fortissimo l’embolo e, quindi, quelle stesse metafore come il dottor
Banner si trasformano, cambiano di dimensioni e diventano della metafore-Hulk,
insomma dei METAFORONI.

Quando accade
vengono fuori le robe sotto acido tipo “π – Il teorema del delirio” (1998) e “The
Fountain – L’albero della vita” (2006) su cui preferirei fischiettando
allontanarmi facendo finta di nulla, oh, però! Non tutto il metaforone vien per
nuocere, “Il cigno nero” (2010) procedeva a colpi di metaforoni e funzionava alla
grande e nel suo esagerare avevo apprezzato anche “Noah” (2014) il film con
cui pensavo Aronofsky avesse definitivamente esaurito tutte le metafore a
sfondo biblico… Ecco, mi sbagliavo, mi sbagliavo di grosso.



“Quello è lo storyboard Darren?” , “No, l’elenco dei metaforoni che utilizzerò nel film”.

La nostra non ancora
mamma Jennifer Lawrence (e non fate battute facili dai! Un po’ di serietà su!)
vive nella grande casa di lui, Javier Bardem marito scrittore con il blocco
creativo, lui cerca di scrivere, lei di restaurare con amorevole cura la grande
villona di campagna immersa nel niente, un posto che come da tradizione horror
non ha campo per il cellulare.
Un giorno
ricevono la visita dei ehm… Primi uomini (occhiolino-occhiolino!) il primo ad
arrivare è Ed Harris, poi sua moglie Michelle Pfeiffer più panterosa del solito
(questa non ha MAI smesso di essere Catwoman), il primo è un fan dello
scrittore molto malato, la seconda una signora monotematica che continua a
pungolare JLaw sulla sua vita sessuale con il marito scrittore. Ecco, poi le
cose si complicano, cominciano ad arrivare anche i figli della copia e
quando lo scrittore finalmente di sblocca, arriva ancora qualcuno, poi qualcun altro e poi qualcun altro ancora e via così fino al delirio finale.



“Bussano a quest’ora del mattino, chi sarà mai, andiamo a vedere” (Cit.)

Già con “Il cigno
nero” Darren Aronofsky aveva incominciato ad intendersela con il genere horror,
qui fin dalla prima (potente) immagine d’apertura, è chiaro che la storia di “Mother!”
non è ambientata in un mondo realistico, si capisce dal fatto che i personaggi
non hanno nomi, al massimo qualcuno si rivolge alla protagonista chiamandola
prima “Ispirazione” e poi semplicemente “Madre”, il tutto mentre lei pare comunicare
con il cuore pulsante della casa, che con il passare dei minuti sanguina,
nemmeno fosse la Crimson Peak di
Guillermo Del Toro.
Inoltre,
specialmente nel primo tempo Aronofsky strizza proprio l’occhio al genere
horror, ho notato almeno un vistoso omaggio a Luci Fulci ed un altro (la
lampadina sporca di sangue) che grida fortissimo La Casa di Sam Raimi. Avete presente la classica scena del
frigorifero (un tizio dietro la porta aperta che spunta a farvi BUU!) che avete
visto in ogni horror della vostra vita? La trovate anche qui.


Fate ciao ciao con la manina al buon vecchio Sam Raimi.

Il buon Darren ha
dichiarato nelle varie interviste di aver scritto il film in quattro giorni, non
stento a crederci perché le metafore scelte sono davvero le più banali
possibili, roba che davvero sembra di stare al primo giorno della scuola di
scrittura creativa per quanto sono trite e ritrite le metafore, ma, per assurdo,
il film funziona lo stesso alla grande, funziona talmente bene che quasi mi
dispiace che sia stato un mezzo flop, lo ammetto candidamente: Jennifer
Lawrence non mi sta simpaticissima, a mio avviso, è più famosa e bella che
davvero brava, ci sarebbe anche da discutere del fatto che la sua storia d’amore
con Aronofsky sia iniziata e finita sul set di questo film, se questo fosse un
sito di gossip a qualcuno fregherebbe qualcosa, ma siccome siamo sulla Bara
Volante parliamo di perché, invece, questo film andrebbe visto.
Se Aronofsky qui
stava in vena di metaforoni, oggi io scrivendo del suo film, a mia volta, lo
imito, ma utilizzo quelli che conosco meglio, quelli cestistici, il nostro
Darren e la sua creatura con “!” nel titolo di conseguenza, sembrano uno di
quei giocatori talentuosi e difficili da tenere a bada che ad un certo punto
rompe lo schema, decide di partire in palleggio verso il canestro tutto da
solo, provocando nel suo coach in panchina (e a noi spettatori davanti allo
schermo) una serie di “No, no, no, no, no…” che vanno dal sommesso al
decisamente incazzato, salvo poi piazzare un canestro da cineteca che non può
che provocare un enorme “YES!” in noi spettatori/allenatori, roba che proprio
ti viene da alzarti e da andargli a dare il cinque mentre torna in difesa. Bravo Darren bel canestro, ma la prossima volta segui lo schema.
Aronofsky ottiene
il risultato coinvolgendoci pienamente nella sua “Mossa Kansas City” (cit.),
per tutto il tempo tiene la macchina da presa su Jennifer Lawrence,
vicinissima, seguendola per tutti i corridoi della casa, riempiendo lo schermo
di suoi primi piani, il modo che sia chiaro anche all’ultimo degli spettatori
che TUTTO il film ruota intorno a lei, risultato che viene ottenuto in pieno,
sarà che tra lavoro e traslochi non ho mai avuto più voglia di così di stare a
casa tranquillo, ma guardando “Madre!” è impossibile non patteggiare per questa
poveretta che vorrebbe solo prendersi cura della sua casetta, ristrutturarla e
tirarla su al meglio perché sia, usando le sue parole «Un paradiso»
(occhiolino, occhiolino), il tutto mentre questi rompicoglioni non fanno che
arrivare, tocchicciare, rompere, mangiare e in generale spaccare le palle, sordi
ai suoi andate via! Via!!


Come quanto vuoi solo sdraiarti sul divano a guardare l’NBA e continuano a citofonarti.

Ad un certo punto,
da spettatore viene voglia di esortare la bionda a prendere tutti a pedate nel
sedere spedendoli in volo oltre l’uscio, in altri momenti, verrebbe proprio
voglia di entrare nel film, prendere quei rompicoglioni dai capelli e sbatterli
fuori, un coinvolgimento totale (almeno da parte mia) che pare esagerato per
una metafora ad una prima occhiata poverissima di idee.
Sì, perché per la
metà dei suoi 121 minuti, “Mother!” sembra la banalissima metafora su quanto
possa essere difficile la vita accanto ad un artista famoso, su quanto possano
essere invadenti i suoi ammiratori e su come si può giusto vivere nell’ombra
della celebrità della tua dolce metà. Una roba che ti fa pensare, Darren? Ma pensi
di essere così famoso da permetterti riflessioni di tale umiltà, raccontare con
tale esagerato livello di spocchia sopra le righe? Insomma, l’allenatore che
vede il suo uomo di punta sbattersene dello schema, no, no, no…
Poi, ad un certo
punto, la questione degli ammiratori a casa scappa di mano, fulminati dalla sua
ultima commovente creazione, proprio come gli zombie di Romero, questi
arrivano, occupano prima il bagno, poi il divano, poi iniziano a saccheggiare
il frigo, a portarsi via la roba, in un crescendo che Aronofsky ci mostra
sullo sfondo ai primi piani di una sempre più disperata Jennifer Lawrence, un
crescendo di bordello, casino e violenza a cui manca davvero solo Jake Blues
che si mette ad urlare: «C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le
cavallette!
».

Il momento in cui realizzi che Jake Blues aveva ragione da vendere.

Gli ultimi 20
minuti di madre cinematograficamente parlando sono l’allenatore che vede il
gioco che ha disegnato saltare, sono un crescendo di devastazione e anarchia
degna del più tirato pezzo Punk, non manca una grossa svolta horror (di cui
potreste aver sentito parlare) fino a quel finale che quando i titoli di coda
terminano, ti costringe a chiederti: “Ma che ca..o ho appena visto? Cos’era
quella cosa che mi ha colpito?”.
Proprio per
questo, se tutta questa roba vi sembra essere nelle vostre corde, vi invito a
correre a vedervi questo film senza sapere altro, era parecchio che non vedevo
una svolta così anarchica in un film, un crescendo tanto potente da incollarti
allo schermo, se vi piacciono le storie che svoltano, qui Aronofsky con il suo
film ha fatto un’inversione ad “U” da consumare un chilo di gomme lasciando i
segni a terra, se per voi il cinema è ancora un’arte e, quindi, capace di
provocare una reazione nel pubblico, allora dovreste volere bene a questo film
perché in giro trovate poca roba come “Madre!” in grado di provocare reazioni. Citofonare al pubblico del lido di Venezia per conferma.
Quando, poi, la
sbornia ti passa un attimo e inizi a cercare di dare un senso a quello che hai
visto, è chiaro che la VERA metaforona su cui Aronofsky ha costruito tutto il
film è ancora più radicale e banale, eppure efficacissima se raccontata in
questo modo, quello che emerge è un film spudoratamente biblico e, al tempo
stesso, ecologista, non so se le due cose possano convivere, ma ribadisco:
aspettatevi qualcosa di bene poco convenzionale da questo film.


Se vi sembra una strana immagine tranquilli, è solo perché dovete ancora vedere il film.

Abbiamo un uomo e
una donna, i primi uomini che prima toccano una cosa che non dovrebbero
toccare, poi abbiamo due fratelli (e sono proprio due fratelli, visto che sono
interpretati da Domhnall e Brian Gleeson) in cui uno uccide l’altro per
gelosia. Un pacifico creatore, capace anche di gesti di grande furia (Javier
Bardem) che con la sua parola scritta fa proseliti dando vita ad un vero e
proprio culto, a questo punto diventa chiaro che Aronofsky si sta giocando
tutti i possibili METAFORONI biblici che è riuscito a trovare in giro, roba che
a confronto “Noah” (2014) è una favoletta fantasy su un padre che vuole portare
la famiglia in gita in barca.
Il finale è
chiarificatore una volta azzeccata la metafora giusta, ma Aronofsky ci fornisce
indizi fin dalla prima inquadratura e, malgrado io non vada
assolutamente pazzo per il modo di recitare di Jennifer Lawrence, non riesco
proprio pensare ad un’attrice più azzeccata di lei in questo ruolo.


Hey! Io sarei qui sotto impegnato a scrivere una didascalia, qualcuno mi caga?

La prima volta
che compare nel film, Aronofsky ci mostra la protagonista, lo fa controluce
coperta da una canottiera bianca che lascia poco alla fantasia, quindi le forme
generose di JLaw non stanno (solo) lì per farsi guardare dai vecchi maniaci
sessuali come il sottoscritto, ma per mettere in chiaro che il personaggio
stesso è un metaforone di quella che è la mamma più mamma di tutte, madre
natura, prima inquadratura della protagonista e non solo Aronofsky ha trovato
un modo per rendere arte le gomme della Lawrence, ma ci ha già dato la più
grossa chiave di interpretazione per il suo film.
Utilizzare
metafore non è roba semplice, utilizzarne di banalissime ed abusate può non
sembrare una grande mossa e, infatti, non lo è per niente, Darren Aronofsky
spinge sempre a tavoletta sul pedale dei METAFORONI e ogni tanto tira fuori un
gran film, per quanto mi riguarda questa è una di quelle volte. Grazie per
tutta questa clamorosa caciara punk rock Darren!




Visto che siamo in tema, non perdetevi il pezzo di Jack (meglio noto come Genius) su Recensioni Ribelli
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