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Malignant (2021): la donna con il cervello che urla

Un giorno qualcuno dal futuro, farà qualcosa di analogo a
quello che porto avanti io su questa Bara ogni giorno, però utilizzando la
tecnologia del futuro, qualcosa tipo ologrammi, robot assassini e altre
diavolerie moderne che non posso nemmeno immaginare, per scrivere, parlare o
fare ologrammi sulla storia del cinema. Ai pronipoti del futuro toccherà
analizzare i primi anni del 2000 con il compito di riconoscere a James Wan, in
amicizia detto Pupazzo UAN, il ruolo che gli spetta, quello che ha saputo
ritagliarsi. Un breve riassunto per i posteri? Ecco il mio contributo al
futuro!

Scrivendo a quattro mani “Saw – L’enigmista” (2004), Pupazzo
UAN ha contribuito a lanciare una delle saghe più prolifiche del cinema horror
contemporaneo, con “Dead Silence” (2007) ha detto la sua sui pupazzi (come lui)
assassini, con “Death Sentence” (2007) ha firmato il miglior remake di Il giustiziere della notte, anche meglio
di quello ufficiale, anche se ci
voleva poco.

Su Insidious ci
siamo già diffusamente confrontati, mentre con la saga di The Conjuring ha portato l’horror (chiamiamolo commerciale, anche
se mi crea prurito questa definizione) alle nuove legioni di giovanotte e
giovanotti, anche grazie a tutti i vari spin-off che prevedono bambole
maledette e suore inquietanti, cioè mai quanto quella che da ragazzino
mi cacciava sempre dal campetto di basket (storia vera).

“Usa la Forza Luke Wan!” (quasi-cit.)

Le sue sortite fuori dall’horror prevedono un contribuito
alla famiglia Toretto e uno agli eroi
della Distinta Concorrenza, ma ancora
ricordo l’aneddoto di un mio amico (ciao Valerio!), che a qualche festival del
cinema, ha visto James Wan sghignazzare sadico, pronto alle reazioni di paura
del pubblico, davanti al suo primo Insidious
(storia vera). Perché alla fine il cuore del Pupazzo UAN batte per
l’horror, questo eterno ragazzino dai capelli buffi è uno di noi e proprio al
cinema horror è tornato con “Malignant”, com’è andata? Siamo qui per discutere
di questo, anche se per i pronipoti del futuro sarà più facile analizzare la
storia del cinema horror, valutando questo film nell’ottima dei 52 (forse)
seguiti che genererà, ma io qui, incastrato nel 2021, giusto di un film posso
parlarmi, io non ho gli ologrammi, le macchine volanti e il maggiordomo Robot, dannati fighetti del futuro, che mi guardate dall’alto in basso solo perché
guido un mezzo alimentato a combustione fossile! Io riciclo che credete eh!

“Malignant” parte dalla precisa volontà di James Wan di
abbandonare i “Salti paura” (anche noti come “Jump scare”) a tutti i costi, quelli che
hanno caratterizzato da sempre i suoi horror, per provare altro, in particolare
un omaggio agli assassini degli anni ’80, tutti quei Michael e Jason che non
andavano a terra nemmeno tirandogli dentro l’arsenale militare Israeliano,
il fatto che l’aria sia cambiata si capisce subito dalla prima scena.

Quando apri il frigo e ti ricordi che è un mese che non fai la spesa.

In uno spettrale ospedale, una dottoressa parla del temibile
Gabriel, creatura maligna (lo avreste mai detto dal titolo?) in grado di
influenzare le onde radio, il brutto tempo o che so io, comunicando frasi
spettrali tipo: «È il momento di estirpare il cancrooooo!». Quello che sembra
un “inizio a freddo” degno delle serie tv, che per certi versi mi ha fatto
pensare alle scene d’apertura in stile Stuart Gordon, quelle fulminanti, piazzate prima dei titoli di testa dei suoi
film.

Salto in avanti nella Seattle di oggi, qui facciamo la
conoscenza di Madison (Annabelle Wallis. Wan l’avrà scelta perché si chiama
come la bambola maledetta?) incinta e sposata con un marito violento Derek
(Jake Abel). Se questo non bastasse, Madison è tormentata da orribili incubi di
omicidi, che lei rivive come se avesse un qualche assurdo legame con
l’assassino, un losco figuro con lunghi capelli neri davanti alla faccia,
perché il mondo dell’Horror non è mai più stato lo stesso dopo Samara/Sadako.

“Non ci saranno anche VHS maledette spero, il mio videoregistratore è in cantina”

Madison sembra legata all’assassino, tanto da influenzare la
nascita del bambino che la donna desidera e che non riesce mai ad avere, per
aiutarla corre in suo soccorso prima la sorella Sidney (Maddie Hasson) e poi il
detective Shaw (George Young), anche perché tutte le morti che affliggono
Seattle, riportano a Madison e sembrano avere un elemento comune: Gabriel il
tizio del prologo, nonché amico immaginario dimenticato dell’infanzia di
Madison.

Lo dico subito? Se il prologo almeno attira l’interesse,
buona parte di “Malignant” non funziona. Sarà per l’assenza dei “Salti paura”
da cui ormai Pupazzo Wan pare dipendente, ma la noia regna sovrana, la parte
investigativa è piatta, le apparizioni dell’assassino capellone sanno tanto di
già visto (e la CGI con cui lo vediamo arrampicarsi alle pareti non aiuta),
l’unico momento azzeccato è quello finito sulla locandina del film, una sorta
di paralisi notturna dovuta al terrore di Madison, minacciata dalla lama
dall’assassino, il momento in cui la donna lo vede per la prima volta in volto,
ovviamente sfigurato come da tradizione dei Serial Killer degli Slasher degli
anni ’80. Infatti la battuta più simpatichina, una volta delineato l’identikit
dell’assassino è quella della poliziotta che dichiara: «Faccio emanare un ordine
di cattura per Sloth dei Goonies?».
Ah-Ah, grasse risate (ma anche no).

Ci vedo qualcosa di Mario Bava, ma forse è colpa mia che vedo Marione ovunque.

La sensazione che ho avuto guardando tre quarti di “Malignant”
è stata quella di stare guardando uno dei tredici o quattordici film spin-off
nati da una costola di “Conjuring”, diretti da registi scelti da Pupazzo UAN.
Perché possiamo dire quello che vogliamo sul cinema di Wan, i suoi film possono
piacervi o meno (e a me, di norma non fanno impazzire), però il suo stile
registico è sempre brioso, vispo, dietro alla macchina da presa si vede che c’è
qualcuno vivo, ma per i primi due atti di “Malignant” non è così, tutto procede
piatto e senza troppa enfasi, anche ambientare il film nella meno frequentata
(dal cinema) Seattle, citando apertamente Nirvana e i miei Pearl Jam non è servito a scuotermi, ma apprezzo il tentativo James.

Tutto da buttare? Buco nell’acqua? No, perché quando pensavo
di aver gettato via tempo e soldi, improvvisamente James Wan si è ripreso dal
torpore, quel regista che può piacere o meno, ma che almeno è sempre stato
artisticamente vivo, negli ultimi venti minuti di film si gioca il tutto per
tutto, anzi si gioca proprio la “matta”, abbracciando per il suo film la
locura, non trovo altro modo per definirla.

Potreste riempire la sezione commenti di teorie sul legame
tra Madison e l’assassino del film, ma non indovinereste MAI, ma proprio mai
nella vita, perché la soluzione al mistero è talmente folle e sopra le righe da
avermi quasi (e dico quasi) conquistato, non tanto per l’idea stessa o per il
“tarallucciatore” finale (la capacità di far terminare i film a tarallucci e
vino), quanto proprio per l’ammirazione: bisogna essere matti col botto per
portare in scena una soluzione così folle, crederci, spiegarla e applicarla
fino in fondo, James Wan lo ha fatto, quindi mentre pensavo «Ma cosa cacchio
sto guardando?», un pochino come Ian Malcolm pensavo anche: «L’hai fatto. Brutto figlio di puttana» (cit.)

Vi assicuro che il film è un po’ meglio (o meno peggio) delle immagini disponibili.

Diciamo che da qui in poi leggete a vostro rischio? Per
comodità chiamiamolo SPOILER,
anche se cercherò di restare sul vago:

Dimenticate la falsa pista dei fantasmi e delle possessioni,
“Malignant” è l’omaggio di James Wan a quel filone di horror dove i
protagonisti hanno visioni degli omicidi, penso a titoli come Occhi di Laura Mars ad esempio, ma mescolati con i mostri degli Slasher, quelli
indistruttibili, dal volto sfigurato e impossibili da uccidere. Come conciliare
questi due elementi così agli antipodi per stile? Mediando con un tocco da Body
Horror, che mi ha fatto pensare alla scena iniziale (guarda caso, un film dal
prologo molto efficace) come La metà oscura di George “Amore” Romero.

James Wan autore del soggetto, trasformato in una
sceneggiatura da Akela Cooper, si gioca la carta della follia più totale, il
risultato è un assassino dalla fisicità impossibile, che malgrado le
limitazioni del corpo si muove come un super eroe (infatti Wan si inventa anche
una sparatoria con finto piano sequenza, vitaminizzato dalla CGI) in cui fa
fruttare anche la sua esperienza con le super calzamaglie. Non ho ben capito perché
il mostro di “Malignant” sia più a prova di proiettile di Terminator, ma sta di
fatto che quando si scatena, nella scena della cella piena di “ospiti” male
intenzionati, James Wan orchestra un massacro grondante sangue che è in parti
uguali scemissimo ed estremamente convinto dei suoi mezzi. Per un film che non
è chiaro se sia una parodia senza umorismo, oppure il più folle piano di
mescolare insieme generi cinematografici (horror ma non solo) agli antipodi, il
risultato sembra la versione al femminile di un vecchio film con Bruce Campbell
che credo di aver visto solo io (e King Bruce), “The man with the screaming
brain” (2005), così ho anche spiegato il titolo del post. Fine della parte con moderati SPOILER.

Sul serio, non è tutto così il film, ve lo assicuro!

Non so a chi potrei consigliere un film così, forse ai
pronipoti che dalla poltrona comoda del futuro, saranno facilitato a giudicare
“Malignant” avendo a disposizione tutta la filmografia completa di Pupazzo UAN,
se dovessi consigliarlo a qualcuno oggi, anno di grazia 2021, direi che
preparatevi ad annoiarvi molto e poi a vedere James Wan che parte di capoccia
come gli sceneggiatori di Boris, puntando tutto sulla follia più totale.

Ultima prima di andare: in un film che rimescola così tanto,
anche la colonna sonora è spudoratamente citazionista, ma proprio al limite del
plagio, il tema principale di “Malignant” in certi passaggi ricalca l’inizio di
“Where is my mind?” dei Pixies, forse per dare un indizio sulla trama? Non lo
so, di sicuro è un film fuori di testa, forse l’omaggio musicale alla fine, non è così
fuori luogo, anzi.

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