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Man in the Dark (2016): Fede Alvarez, sei più furbo che bello

Oddio il film
nuovo di Fede Alvarez! Mamma mia sono tutto in fregola per il nuovo film di
Fede Alvarez! Hey, frena la mula, Fede Alvarez, dove ci siamo già visti io e
te?

Ah, già! Il
remake de “La casa” (Evil Dead) uscito nel 2013, ora so che la responsabilità
di rifare un classico del cinema horror come il film originale di Sam Raimi,
non deve essere un lavoro semplice, reso ancora più complicato dal fatto che a
produrlo è la Ghost House Pictures, di proprietà proprio di Raimi. Fede Alvarez
scelto per l’impresa ha dimostrato due cose: la prima, di essere un regista
capace, uno da tenere d’occhio, aprite pure il vocabolario alla voce “Talento”. La seconda è leggermente meno positiva: proprio con il remake di “Evil
Dead” Alvarez ha anche dimostrato di essere molto bravo ad inchinarsi alle
esigenze della produzione, qui più che il vocabolario bisognerebbe consultare
il Kamasutra.

Sam ti voglio bene, ma con quelle manine sembri un maniaco sessuale.

Ho trovato il
remake de “La casa” un film squilibrato nel senso peggiore del termine,
coraggioso nel tentare di stare in piedi con le sue gambe, ma senza una
direzione precisa, l’idea del gruppo di amici che portano la loro amicona in un
capanno nel bosco per aiutarla a disintossicarsi dalla droga era una buona
promessa, per un film paranoico, in cui se la ragazza vede cose strambe, è solo
perché è tudafatta e ripiena di droCa.

Alvarez molla
subito la strada del film paranoico (incapacità di gestirlo? Nessun interesse
nel farlo? Chissà) per mandare a segno almeno un paio di scene sanguigne e
sanguinose davvero ben fatte, il vocabolario alla voce “Talento” di cui sopra. Salvo
poi farsi pavido nel finale, evidentemente qualcuno si è preoccupato del fatto
che questa nuova casa, non somigliasse troppo alla vecchia casa e nel finale avranno pensato: “Mettiamo dentro
della robe alla Ash”. Risultato: spunta una motosega, sangue a fiotti e la
protagonista che, molto poco convinta, snocciola qualche punch line presa in
prestito al più celebre personaggio di Bruce Campbell. Un finale stonato,
evidentemente imposto e ben accettato da Alvarez, forse un passaggio obbligato
per lui, per entrare a far parte del giro che conta. Per chiudere il discorso
sul remake, che come avrete intuito non è proprio tra i miei film preferiti,
posso solo ringraziare che abbiano almeno avuto il buongusto di non prendere un
poveretto e dirgli: “Sai che c’è? Tu ora devi interpretare il nuovo Ash
Williams. Buona notte e buona fortuna”.


Fede Alvarez ricorda con piacere l’esperienza di “Evil Dead” (notare la faccia).

Quando ho
scoperto che Alvarez aveva diretto un secondo film, di genere completamente
diverso, mi sono detto: “Dai Fede! Facci vedere cosa sei capace di fare libero
da imposizioni, prendi i soldi della Ghost House Pictures e fai il tuo film!”.
Infatti, il nostro Alvarez abbandona lo splatter del suo primo film su
commissione optando per un genere tutto diverso: l’home invasion. Com’è
andata? Peggio che andar di notte!

A Detroit tre
amici campano di furti e furtarelli nelle case dei ricchi, un bel giorno (si fa
per dire, visto che agiscono di notte) pensano di prendere di mira un veterano della
guerra del golfo rimasto cieco per una ferita riportata in azione, l’uomo,
inoltre, ha incassato un grosso risarcimento a molti zeri dopo l’incidente che
ha tolto la vita a sua figlia, più avanti nel film scopriremo che il non
vedente si chiama Norman Nordstrom, ma vista la sua storia Fortunato, sarebbe
stato il nome più adatto.


“Ragà non ci vede una mazza qui dentro, ma chi ci vive un cieco?!”.

Ruba i soldi
al cieco e scappa in California, cosa può andare storto? Tutto, a partire dal
lavoro dei titolisti italiani, che, beccami gallina, un loro colpo di genio non
lo negano a nessuno, titolo originale? “Don’t Breathe” che volendo ricorda
anche un episodio del Doctor Who, in
questo strambo Paese a forma di scarpa, perché non tradurlo con un titolo
sempre in Inglese, ma molto meno incisivo come “Man in the dark”? Seguono
applausi per l’ottima scelta.

“Don’t Breathe”
o “Man in the Dark” non brilla certo per originalità, soltanto quest’anno ho
già visto almeno due home invasion che prevedevano personaggi con un handicap
fisico, come la protagonista sorda di Hush
di Mike Flanagan, o ancora meglio, quella agorafobica di Intruders, un film che ha molto in
comune con quello di Alvarez anche per il ribaltamento di fronte tra invasori e
invasi, tra vittima e carnefice, insomma: visto che non puoi contare sull’originalità,
almeno manda a segno una messa in scena impeccabile, no? Ecco, qui cominciano i
guai veri del film.


I nostre tre fresconi, ehm protagonisti! volevo dire protagonisti.

Iniziamo dai
protagonisti. Rocky (la bionda Jane Levy, belnome però!) è giovane e carina, anche se vive con la sua detestabile madre
e il suo ancora più odioso nuovo fidanzato, il tempo libero lo passa a fare da
madre a sua sorella minore, sognando la California come i Dik Dik e il
gruzzolo necessario per raggiungerla. Non manca nemmeno il trauma infantile sul
bagagliaio della macchina e la coccinella che sa tanto di METAFORONE, ma
bisogna ribadire che la mamma di Rocky è cattiva, no?

Il fidanzato della
ragazza si chiama Money (Daniel Zovatto, visto in It Follows), è quello che cerca i bersagli da rapinare, uno che non
si fa troppe remore morali per di mettere la mani sul malloppone, d’altra parte
con il nome che si ritrova…
Ultimo, Alex
(il Dylan Minnette di Piccoli brividi):
occhi a forma di cuore per Rocky, ma incastrato in piena “Friend zone” come
dicono i giovani, mezza riga di dialogo di lui ci dice che lascerebbe la
devastata Detroit, ma beh, suo padre è ancora qui. Sulla base di queste
informazioni che vi ho dato, provate ad indovinare chi muore per primo, chi si
salva e chi arriva (se lo fa) alla fine del film. Se avete visto più di due
film in vita vostra indovinate facile al primo colpo.
Il
proprietario di casa è interpretato da Stephen Lang, che recita con i
bicipiti la canotta e il suo Rottweiler (tenetemi l’icona aperta sul cagnone
che più avanti ripasso…), l’attore di “Avatar” e “Nemico Pubblico” sembra
riprendere il suo ruolo il suo stesso ruolo in “White Irish Drinkers”, film che
avremo visto in due in cui Lang era minaccioso uguale.


“Uhm che alitino, cosa ti hanno dato come pappa? Acciughe marinate?”.

“Man in the
Dark” snocciola motivazioni decenti per i suoi tre protagonisti, spiegandoci in
modo logico perché dobbiamo fare il tifo per questi ragazzotti, anche se di
mestiere rubano nelle case altrui, il cattivo sarà anche cieco, ma è un
cristone tutto muscoli con esperienza militare e un’ossessione per la figlia
morta, insomma: sarà pure in odore di disturbo post traumatico da stress (il
modo gentile per dire che è fuori come un geranio), ma barricato nella sua
casa, armato fino ai denti e con le luci spente che costringono anche chi ci
vede a muoversi a tentoni, non è più lui quello in pericolo.

A questo
aggiungete la location di Detroit, un posto in cui è del tutto credibile che se
esci in strada gridando aiuto, nessuno verrà in tuo soccorso, oppure dov’è
tranquillamente possibile trascinare corpi sanguinanti in mezzo al vialetto
dell’area residenziale (scena di apertura del film). La città dei motori era un
posto pericoloso già prima della crisi economica, ora ha davvero preso le
sembianze della città dove si aggirava Robocop e recentemente al cinema più di un film ha deciso di sceglierla
come scarsamente popolata location.
“Ok giuro che la smetto con le battute su Andrea Bocelli!”.

Ora, dovrei
dirvi che quando le luci si spengono e i protagonisti sono costretti a non fare
rumore per non essere beccati da Stephen Lang, il nostro Fede Alvarez ha saputo
tenermi incollato allo schermo, purtroppo devo dire che tutta la
parte centrale del film, che poi è quella in cui la storia dovrebbe entrare nel
vivo dell’azione, mi ha parecchio annoiato. Ma Alvarez ha saputo fare di
peggio, perché la cosa che azzoppa davvero 
“Man in the
dark” è il modo in cui il regista depotenzia ogni colpo di scena e invece di
creare tensione, oppure orrore, sembra più preoccupato ad attenuare le mazzate
sui denti che la storia dovrebbe dare al pubblico, come se non volesse turbare
nessuno dei suoi spettatori, il che per uno che dirige Horror non è proprio il
massimo.

Ad un certo
punto della storia, arriva un colpo di scena che mette in chiaro che gli
invasori domiciliari sono finiti a fare la parte del topo, purtroppo per
spiegarvi il modo in cui Fede Alvarez si spara in un piede da solo, mi tocca
descrivere alcune scene, cercherò di restare sul vago, ma comunque SPOILER!!!

“Oltre questa porta gli SPOILER regnano sovrani”.
Stephen Lang colpisce in testa Alex e il primo pensiero
che coglie lo spettatore è: “Ok, kaput, abbiamo perso uno dei protagonisti”.
Se, invece, non
siete propriamente dei novellini, capirete che il personaggio in questione non
è morto davvero e tornerà in azione per fermare il cattivo quando la trama lo
richiederà, cosa che puntualmente accade, ma nel frattempo il colpo di scena è
già bruciato, lo spettatore nella sua testa inizia già a pensare al resto del
film, senza Alex sulla scacchiera. Quando poi Lang uccide (questa volta
davvero) il ragazzo, la sensazione è: “Ah ok, questa volta è morto sul serio”
con lo stesso trasporto con cui si dice “Mi puoi passare il sale”, il che per
un film che dovrebbe farci tifare per i protagonisti è un errore mortale, anche
perché la morte di Alex avviene fuori capo, non mostrata, vuoi mica che qualcuno
si spaventi guardando un film dell’orrore?


“Oddio una cosa orribile che per fortuna il pubblico non vedrà mai!”.

Alvarez fa lo
stesso errore banale anche con IL colpo di scena del film, quando il ciecato ci
spiega le sue motivazioni e minaccia di inseminare la bionda Rocky per mettere
al mondo un’altra figlia di cui prendersi cura, Alvarez s’inventa la trovata
(al limite del ridicolo) dell’inseminazione artificiale fatta in casa,
raffazzonata alla bene e meglio pur di non dirigere qualcosa che fa paura
davvero, tipo uno stupro.

FINE DELLO
SPOILER!
Ma io dico,
caro il mio Alvarez, ma perché dirigi dei film Horror se poi fai di tutto per
non spaventare lo spettatore? 

In soldoni, le uniche scene un po’ riuscite di questo
film sono quelle in cui Lang sguinzaglia il suo Rottweiler all’inseguimento dei
protagonisti (ecco l’icona che avevo lasciato aperta che torna di moda), cosa
che, per altro, non è nemmeno originale. Il Rottweiler che corre dietro ai
protagonisti, inseguendoli nelle intercapedini della casa lo aveva già fatto
Wes Craven nel 1991 quando ha diretto “La casa nera” (The People Under the
Stairs), oh, ma Alvarez? Ti sei messo in testa di fare il remake di tutti gli
Horror con la parola “Casa” nel titolo italiano? No, perché avrai parecchio da lavorare allora!

“Cucciolone cosa ti ha dato da mangiare lo Zio Wes?”.

Lo
scontro a distanza ravvicinata in abitacolo tra Rocky e il Rottweiler (no, non
è la trama di “Rocky VIII”) è anche ben diretta, motivo per cui Alvarez mi fa
incazzare e nemmeno con questo suo secondo film è riuscito a convincermi, non
gli manca il talento, ma dalle mie parti si dice sei più furbo che bello, detto
che si adatta al nostro Alvarez. Mi toccherà aspettare il tuo terzo film per
vedere se sei davvero bravo o solamente un bluff, adesso ho capito perché i
tuoi genitori ti hanno chiamato Fede, con te c’è ne vuole parecchia!

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