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Man on Fire (2004): fuoco cammina con Denzel

Si dice che la vendetta è un piatto che va servito freddo, nel senso che va pianificata a lungo termine, anche quando brucia nel petto da tempo, parliamo di questo oggi nel nuovo capitolo della rubrica… Lo Scott giusto!

Il piano a lungo termine di Tony Scott s’intitolava “Man on fire” che, poi, è il titolo del romanzo scritto da A.J. Quinnell nel 1980. Quello giusto della famiglia Scott avrebbe voluto dirigere un adattamento già nel 1983, ma il flop di Miriam si sveglia a mezzanotte, la morte del fratello maggiore Frank e l’obbligatorio ritorno dietro la macchina da presa di spot televisivi lo ha costretto a ripiegare le ali, quando nel 1986 Tony è tornato a volare alto con Top Gun, il romanzo “Man on fire” era già pronto a diventare un film, “Kidnapping – Pericolo in agguato” (1987), in uno strambo Paese a forma di rapimento scarpa, anche noto come “Un uomo sotto tiro”, diretto da Elie Chouraqui. Questo, forse, è anche il motivo per cui Tony alla prima occasione si è gettato anima e cuore su Revenge, titolo con parecchi punti in comune a “Man on fire”.

«Dimmi dove posso trovare una copia del film del 1987, subito!»

Un film per certi versi più vicino al romanzo, innanzitutto perché l’ex agente della CIA e reduce del Vietnam John Creasy (la faccia da duro di Scott Gleen) fa la guardia del corpo a Milano, la ragazzina che deve proteggere si chiama Sam e ha dodici anni, ma del film ricordo soprattutto le facce note: Joe Pesci, Jonathan Pryce, Danny Aiello, ma anche i “nostri” Laura Morante e Alessandro Haber. Riuscissi a ritrovarlo, me lo rivedrei molto volentieri per fare un paragone un po’ più fresco, rispetto ai miei ricordi di allora.

Chiaro che il romanzo di A.J. Quinnell, fosse stato scritto sull’onda emotiva e mediatica provocata dal rapimento di John Paul Getty III avvenuto nel 1976, una storia che al cinema è stata portata nel 2017 dal fratello di Tony con il suo “Tutti i soldi del mondo”, solo che quello giusto della famiglia Scott ci era già arrivato, tiè!
Per i titoli di testa del film, oggi non ho badato a spese.

Quando nei primi anni del 2000 torna a galla la possibilità di un remake del film del 1987, i primi nomi coinvolti sono due che hanno imparato molto dal cinema di Tony: Michael Bay e Antoine Fuqua. Ma il produttore Arnon Milchan che ancora deteneva i diritti di sfruttamento del libro, deve aver pensato che per avere due “discepoli”, tanto valeva provare a vedere se quello forte della famiglia Scott fosse ancora interessato a dirigere “Man on fire”. Cosa dice Creasy a Pita in questo film? Che non esiste forte, uno è pronto o non è pronto. Tony Scott era pronto.

«Vedi dei giaguari smacchiati in giro? No, perché non sto certo qui a smacchiare i giaguari io»

Della sceneggiatura si occupa Brian Helgeland, uno che ha scritto parecchia roba per Clint Eastwood tipo “Debito di sangue” (2002) e “Mystic River” (2003), che ha vinto un Oscar per “L.A. Confidential” (1997) e che lo Scott sbagliato ha preso in prestito per il suo “Robin Hood” (2010). Rispettando le direttive della 20th Century Fox, Helgeland ambienta la storia in Italia, per la precisione a Napoli, ma Tony ha le idee chiarissime: lui vuole un film contemporaneo. E qual è il Paese con più alto tasso di rapimenti nel 2004?Messico? Al grido di «Noi andavamo in Messico. Evviva, viva il Messico» (Cit.)

Il cast già pronto per andare a svernare in Italia, pensando a delle gran belle mangiate, si ritrova in Messico con tutti i problemi del caso. La bella Radha Mitchell viene scortata da alcune guardie del corpo, dopo un tentativo di rapina appena arrivata, pronti via (storia vera) ed il cast è un argomento interessante.
Non vedo una sola ragione al mondo per non mettere una foto di Radha Mitchell.

Per la parte di John Creasy e il suo vecchio compare Paul Rayburn, vengono proposti Mel Gibson e Marlon Brando, due tranquilloni, insomma. Ma Tony impone i suoi pretoriani: Christopher Walken si becca uno dei suoi rari ruoli da buono (anche se con quella faccia, è impossibile non sospettare anche di lui), mentre per la parte del protagonista, Tony non ha dubbi, Denzel Washington, al suo secondo film diretto dallo Scott giusto, ma state tranquilli, di sicuro non l’ultimo.

Giancarlo Giannini nella parte di un poliziotto che ha lavorato in Italia (questo PRIMA di “Hannibal”, dimostrazione che i due fratelli si scambiavano gli attori come figurine) con un cambio di nome al personaggio, può funzionare anche come sbirro messicano baffuto.
«Ti ha mandata la Rekall, non mi fido», «Ed io dovrei fidarmi di uno con la voce da clown

La giornalista Rachel Ticotin è già abbastanza “Latina” di suo, quindi perfetta, mentre il padre della bimba rapita è Marc Anthony, uno noto per essere stato uno dei mariti di Jennifer Lopez e per parecchia musica brutta. Scelta geniale per quello che mi riguarda, quando nel film Creasy gli consegna la pallottola con cui spararsi («La pallottola è l’ultima verità, non mente mai»), tu pensi alla sua musica e capisci che, in fondo, si tratta di giustizia poetica.

«Sei l’avvocato meno credibile, dai tempi di Benicio Del Toro»

Ma l’attrice che Tony Scott ha voluto ad ogni costo, dopo averla vista recitare in “Mi chiamo Sam” (2001) è Dakota Fanning. Ora, per chi se lo fosse dimenticato, c’è stato un momento nei primi anni del 2000, in cui la piccola e tenera Dakota portava i suoi polmoni da cantante Power Metal in tutti i film, l’apice delle sue urla sfrangia timpani (e maroni)? “La guerra dei mondi” (2005) di Spielberg, in cui mi dava fastidio un po’ tutto e credo che i Marziani abbiano lasciato il pianeta pur di non sentire più gli strepiti della Fanning. Che dopo quello è sparita per anni prima di trasformarsi in Elle Fanning ritornare bravissima in roba tipo Brimstone.

Piccola, ma con degli acuti degni di Bruce Dickinson.

“Man on fire” è il punto di equilibrio della sua carriera, Tony capisce che la biondina è perfetta per il ruolo, perché è tenerina e spaccamaroni in parti uguali e il pubblico non ha ancora iniziato a non sopportare di vederla recitare in TUTTI i film, quindi ora o mai più. La piccola protagonista, oltre che beccarsi un nome messicano (Lupita Martin Ramos, per gli amici Pita) diventa una bimba di nove anni proprio come l’attrice che la interpreta, cancellando così di colpo ogni possibile ombra sul suo rapporto con Creasy, quella roba lasciamola fare a Luc Besson che sull’argomento aveva già detto tutto nel 1994.

Pita e Creasy diventano un’altra coppia mal assortita (ma affiatatissima) del cinema di Tony Scott, un precetto che arriva da Walter Hill e che quello figo di casa Scott ha fatto suo alla perfezione, tanto da poterlo rigirare in un altro archetipo narrativo classico, in particolare dei romanzi hard boiled: Tequila che salva bambini all’ospedale, in un capolavoro di John Woo del 1992, oppure per dirla alla Frank Miller in uno dei suoi volumi di “Sin City” «La morte del vecchio per la vita della bambina». Tutta roba dalla grande tradizione su cui finalmente Tony Scott può dire la sua e, ammettiamolo, lo fa davvero alla grande.
I grandi classici, quelli che non passano mai di moda.

Con “Man on fire” ho fatto tutta la trafila, visto al cinema alla sua uscita, acquistato prima in VHS e poi un DVD e ancora oggi quando me lo vado a rivedere lo trovo fantastico. La storia è vista e stravista perché le sue origini sono il rapimento Getty e il romanzo di A.J. Quinnell, ma il film è arrivato con largo anticipo sui vari “Taken”, diventati la normalità nel cinema contemporaneo. “Man on fire” se la gioca ancora con tutti, perché cala gli assi sempre al momento giusto, 146 minuti di tensione vera, di coinvolgimento emotivo, in cui riesci a dimenticarti anche l’acufene che per anni Dakota Fanning ha provocato a tutti, perché dannazione! È così tenera e pura quella bimba, che vuoi solo vedere Creasy fare quello che sa fare meglio, uccidere tutti («… da chi ha preso parte a chi ha fatto i propri interessi a chi alzerà lo sguardo su di me»)

Oh oh oh, I’m on fire… (Cit.)

Samuel Ramos (Marc Anthony) sa che sua figlia Pita ha bisogno di una guardia del corpo, ma malgrado la vita adagia, non può permettersene una troppo costosa, quindi su consiglio del suo avvocato (un Mickey Rourke tirato abbastanza a lucido e particolarmente quieto) cerca qualcuno capace e che costi poco. John W. Creasy è l’uomo giusto, ha un’esperienza infinita, ma è un mezzo rottame d’uomo che beve come una spugna, per lui proteggere Pita è solo lavoro, prima di passare al prossimo, barba fatta, un vestito pulito e la tabella di marcia quotidiana della nana da far rispettare. Zero coinvolgimenti (seee proprio!). Poi a me, questa cosa per cui un personaggio in piena crisi personale (che è anche quello che vorresti avere quando la crisi vera scoppia) di nome faccia Creasy (che suona proprio come “crisi”) manda giù di testa, lo so che è un caso, però lo trovo fighissimo lo stesso.

Pita di suo, è la figlia ricca di due genitori assenti, ha tutto tranne qualcuno che la caghi per davvero, quindi si appiccica al suo “Orso Creasy” (per altro uno stereotipo raziale tremendo, ma Pita è talmente caruccia che può permettersi questo e altro) tipo carta moschicida. Il modo in cui Tony Scott gestisce il loro rapporto, facendoci affezionare ai personaggi è da manuale.
Quei momenti quasi alla Commando, roba da desiderio di paternità.

Dopo una scena di rapimento iniziale, diventa subito chiaro che Città del Messimo è un girone infernale: se sei ricco hai un bersaglio dipinto addosso. Se questo film uscisse oggi, si beccherebbe della accuse alla Rambo – Last Blood, ma Tony per fortuna non ci dà nemmeno il tempo per pensarci perché tiene la tensione ad altissimi livelli, anche prima che nella storia i casini veri comincino sul serio.

Lo Scott giusto non ha bisogno di tante balle per farci capire lo stato d’animo dei personaggi, usa la narrazione per immagini anzichè ammorbarci con dialoghi infiniti. Quando nella scena in auto, Pita in cerca di amicizia viene tenuta a distanza da Creasy, alla bimba basta scendere dall’auto per andare a sedersi sui sedili posteriori, per far capire anche all’ultimo degli spettatori che ha (di mala voglia) compreso l’antifona del burbero Creasy, ma appena Pita apre la portiera, tu che sei spaparanzato comodo sulla poltrona, fai un salto identico a quello della guardia nel corpo, perché scendere dall’auto nel bel mezzo del traffico messicano, è una situazione di massimo pericolo. In un secondo Tony Scott ti fa vedere quello che sente Pita e ti fa provare esattamente lo stato di paranoia da costante pericolo tipica dei genitori della guardia del corpo.
Una scena che ti fa quasi capire quando tua madre ti diceva di metterti la sciarpa (ad agosto)

I due personaggi opposti, però, imparano uno dall’altro, Creasy ad essere meno burbero («Hai sorriso?», «No, non ho sorriso») e Pita ad essere più veloce sui blocchi di partenza in piscina, anche qui, Tony Scott utilizza il suo cinema estremamente visivo per raccontarci quanto forte sia diventato il legame tra i due personaggi. Quando Pita verrà… Ehm, rapita (Brrr! Di colpo è calato il gelo) Creasy per farla correre via al sicuro dai rapitori, spara in aria come se fosse lo starter alla gara di nuoto («Lo sparo non mi impaurisce / sei prigioniera su questo blocco finché lo sparo non ti libera»).

Narrare per immagini: Tony sa come farlo.

Quando ci siamo affezionati ai personaggi così tanto che ormai ci siamo caduti dentro con tutte le scarpe, il rapimento e Creasy che viene ferito a morte sono coltellate al cuore di noi spettatori. Denzel Washington, in questo senso, è il miglior attore al mondo a cui vorresti assegnare un ruolo così ed è chiaro perché Tony Scott abbia voluto proprio lui, non credo esista nessun altro in grado di risultare aggressivo anche quando sta fermo e composto come Denzel, inoltre è uno dei pochissimi che riesce a recitare un sentimento e contemporaneamente farne arrivare un altro allo spettatore. Porto sempre come esempio la scena di “John Q” (2002), un film modesto in cui quando a papà Denzel viene data la peggiore notizia del mondo, con il corpo e con la voce Washington dice cose come «Ok, stiamo calmi, ragioniamo un momento», ma intanto piange calde lacrime come uno che vorrebbe solo rotolarsi in un angolo disperato ad urlare il suo dolore. Uno con un talento così è perfetto per il personaggio di Creasy, uno che il fuoco deve nasconderlo dentro sé stesso, prima di farlo esplodere fuori, in tutta la sua potenza.

Un momento di crisi di Creasy (scusate, non potevo resistere)

Quando arriva la notizia su Pita, Denzel è monumentale nel farci capire in un attimo che qualcosa è scattato dentro il personaggio, fuori è di ghiaccio, pronto ad applicare in maniera chirurgica, senza alcun trasporto emotivo (la scena delle dita sul volante e della “supposta” di C4 allo sgherro, sono liberatorie per noi spettatori, per Creasy è routine) tutto quello che ha imparato in anni di addestramento per raggiungere il suo risultato. Ma dentro è l’uomo in fiamme bruciato dal fuoco della vendetta. Tutto questo Washington lo recita con un semplice cambio di sguardo, ma le parole di Christopher Walken lo descrivono al meglio: «Un uomo può essere un artista in quello che fa. L’arte di Creasy è la morte, sta per dipingere il suo capolavoro».

«… e come vernice uso il tuo sangue»

L’arte di Tony Scott, invece, è il cinema, “Man on fire” è uno dei suoi capolavori perché proprio come Creasy a questo punto della sua carriera ormai aveva un bagaglio tecnico infinito e nessuna paura di usarlo per portare il film a compimento. L’esperienza con i due cortometraggi Beat the Devil e Agent Orange diventa fondamentale per questo film.

Dico sempre che uno i soprannomi se li guadagna sul campo e poi se li tiene tutta la vita, quello di Tony Scott a lungo è stato “Mr. Nove telecamere”, perché per “Man on fire” proprio questo ha fatto, è arrivato a dirigere alcune scene utilizzando nove macchine da presa diverse, anche di tipologia differente girando letteralmente come un pazzo. Forte dell’esperienza accumulata con la post produzione digitale di Nemico Pubblico e Spy Game, Tony Scott dipinge il suo capolavoro, dona al film la stessa palette cromatica fatta di arancioni e verdi usata per Agent Orange, ma la mescola agli zoom implacabili, i “Frame freeze”, la macchina da presa ballerina e perennemente in movimento di Beat the Devil da cui prende in prestito anche l’idea delle frasi dei personaggi che compaiono sullo schermo per rendere visibile (quindi cinematografiche) qualcosa che di solito non ha forma fisica come le parole.
«Tu invece una forma non l’avrai più tra pochi secondi, caro il mio tricheco»

Agent Orange era l’esperimento estremo, in “Man on fire”, Tony tiene i toni (Brrr! Di nuovo è calato il gelo di colpo) un pochino più bassi, ma questo non cambia il fatto che le immagini risultino frenetiche, una scelta estetica forte che quello giusto di casa Scott fa in maniera consapevole, perché l’azione e i momenti chiave sono girati in modo limpido, anche nelle scene d’azione più coreografate da spettatori capiamo SEMPRE dove si trovano i personaggi, grazie ad un totale controllo di tempi e spazi, ma in molti momenti le macchine da presa di Tony ballonzolano, traballano ed ogni inquadratura non dura più di due secondi. Un effetto finale che in certi momenti risulta anche strano e può creare repulsione in più di uno spettatore, però viene utilizzato costantemente per rendere visibile sullo schermo, quello che normalmente è invisibile, tipo il tormento interiore di Creasy e i suoi stati mentali alcolici alterati, Denzel lo fa con la recitazione, Tony Scott con la regia.

Lo si ama o lo si odia, ma rassegnatevi, il film è quasi tutto così.

Descritto così può sembrare ben poco attraente, ma è solo una delle tante armi utilizzate da Tony Scott per dipingere la vendetta del suo “Uomo in fiamme”, le scene d’azione, ad esempio, hanno tutte un respiro enorme, perfettamente opposto ai primi piani ravvicinatissimi che servono a descrivere lo stato interiore di Creasy, il fuoco che il personaggio si porta dentro.

Quando il fuoco divampa, diventa la pittura che l’artista usa per dare forma alla sua arte, Tony Scott sforna dei manuali su come il cinema d’azione dovrebbe sempre essere diretto. La scena del C4 infilato in posti dove di solito l’esplosivo non dovrebbe stare, è scandita da un conto alla rovescia sullo schermo che corre veloce, da spettatore hai il dubbio che potrebbe essere tutto un bluff, ma sei troppo in tensione per pensarci. Solo allo scadere del conteggio sarà chiaro che Creasy non scherza proprio per niente, ma è qui per mantenere fede alla sua parole, una delle migliori “frasi maschie” mai pronunciate in un film d’azione: «Il perdono è una cosa tra loro e Dio, io provvedo ad organizzare l’incontro».
«Il tuo appuntamento con il capo è stato anticipato»

A proposito di momenti epici che hanno fatto scuola, quando Creasy fa saltare un’auto a colpi di Bazooka, l’esplosione è fluidissima anche se Tony trova il modo di mostrarcela da ben quattro inquadrature diverse in contemporanea. Come rendere davvero onore ad un film che il fuoco e le fiamme le ha a partire già dal titolo.

L’ultima scena è talmente epica che non ha bisogno nemmeno di grosse trovate, il tema musicale di Harry Gregson-Williams e Lisa Gerrard (che diventeranno i compositori di fiducia di Tony) sottolinea alla perfezione l’incedere di Creasy, uno che ha trovato il suo modo di vincere il male con il bene e che ha quasi esaurito il fuoco che aveva dentro, utilizzato per trasformare in cenere tutti quelli che hanno avuto l’ardire di mettersi tra lui è Pita. La morte del vecchio per la vita della bambina, citavo lassù da qualche parte: Tony Scott non ha nemmeno bisogno di usare le parole, lo racconta direttamente con il suo cinema. Non so voi, ma ho visto trame di rapimenti risolti a mitragliate, appena un po’ meno poetiche di “Man on fire” e, soprattutto, non di questa qualità.
Per vedere un altro con il 24 sulle spalle così esaltante, devo scomodare Kobe Bryant.

Per questa settimana è tutto, ci vediamo qui tra sette giorni, spero che vi piacciano i giochi da tavolo, io, intanto, scateno qui sotto il fuoco della mia vendetta, nell’ormai classico schemino della “Scottitudine”.

«Portalo a Ridley? Digli che se fa un altro Alien lo mettiamo sulla sua lapide», «Con molto piacere»

Man on Fire (2004)

Se lo avesse diretto Ridley?
Sarebbe tutto un coro di Osanna, per le prove dei protagonisti e per il modo in cui il loro rapporto viene raccontato sul grande schermo, per non parlare delle urla di giubilo per il lavoro della post produzione digitale. Ma lo ha diretto Tony, quindi è una roba con le esplosioni.
Nel paragone diretto, resta comunque molto meglio di:
Visto il tema, risulta comunque molto più interessante e ritmato di “Tutti i soldi del mondo” (2017), ma il paragone diretto va fatto con “American Gangster” (2007), a parità di un Denzel Washington sempre molto intenso (ma in “Man on fire” di più), Tony firma un film molto migliore pieno di momenti memorabile. “American Gangster” qualcuno se lo ricorda? Arrivato e andato via senza fare alcun rumore.
Risultato parziale dopo il dodicesimo Round:
Le fiamme lo avvolgono, Ridley brucia al tocco della vendetta dell’unico Scott che conta, Tony, lo Scott giusto!
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