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Martha Washington (1990-2007): libertà armata fino ai denti

“Martha Washington” è uno di quei fumetti che sembrano rifiutare una definizione univoca, non è soltanto una distopia fantascientifica, né un racconto di guerra, né una parabola supereroistica in senso classico. È piuttosto un’opera che utilizza il futuro per parlare del presente, spingendo all’estremo tensioni sociali, politiche e morali già inscritte nella realtà contemporanea. Frank Miller costruisce una narrazione che procede per accumulo, eccesso e provocazione, ma che sotto la superficie iperbolica nasconde una riflessione lucida e spesso amara sull’idea stessa di libertà.

L’America in cui nasce Martha Washington è un paese in rovina, frammentato, in cui il concetto di comunità è stato sostituito da quello di sopravvivenza. Le istituzioni esistono ancora, ma sono svuotate di significato, la retorica patriottica continua a essere ripetuta, mentre il tessuto sociale si disgrega, un futuro che non appare mai davvero lontano, perché Miller non lo costruisce come un mondo altro, ma come una naturale degenerazione di dinamiche già riconoscibili. Il risultato è una distopia che non ha bisogno di grandi spiegazioni, funziona perché è immediata, brutale, fin troppo plausibile. Basta guardare un telegiornale a caso per capirlo.

Martha cresce ai margini, in un contesto che non offre alcuna protezione, al Cabrini Green di Chicago, la sua infanzia è segnata dalla perdita e dalla violenza, ma Miller evita accuratamente di trasformarla in una figura melodrammatica, Martha impara presto che il mondo non premia la bontà, ma la resistenza. La sua formazione non passa attraverso ideali astratti, bensì attraverso una serie di adattamenti forzati, compromessi e scelte difficili, una protagonista che si costruisce strada facendo, senza mai apparire predestinata.

Cabrini Green, il quartiere di Candyman e della nostra Martha, un bel posticino.

Il cuore dell’opera sta nella sua capacità di tenere insieme azione e critica sociale, la guerra, in “Martha Washington”, non è solo un evento bellico, ma una condizione permanente che permea ogni livello della società, una guerra economica, guerra mediatica, guerra culturale. Miller utilizza una satira feroce, spesso volutamente sopra le righe, per mostrare come concetti come libertà, democrazia e sicurezza siano diventati strumenti retorici, svuotati e manipolabili.

Quando Martha entra nell’esercito, non lo fa per fede ideologica, una scelta di sopravvivenza la sua, l’unica via possibile per uscire da un’invisibilità destinata a diventare annichilimento. La sua trasformazione in soldato non viene celebrata come un’ascesa eroica, ma raccontata come un processo ambiguo, che comporta una perdita progressiva di innocenza e una ridefinizione del proprio rapporto con il mondo, il cambio di colore di capelli è la prima di tante trasformazioni esteriori che rappresentano un cambio interiore del personaggio. Miller sembra più interessato alle conseguenze morali della guerra che alla sua spettacolarizzazione, anche quando la narrazione accelera e si fa più dinamica, ogni avanzamento comporta un sacrificio, ogni vittoria lascia dietro di sé macerie, materiali e simboliche, oltre che satiriche, la guerra contro la famosa catena di Hamburger ad esempio è puro Miller.

Big Kahuna Burger, dove gli hawaiani fanno gli hamburger (cit.)

Con il procedere della saga, il racconto si espande, “Give me liberty” il primo ciclo di storie resta quello più crudo satirico e riuscito, la dimensione inizialmente urbana e politica lascia spazio a un respiro sempre più ampio, fino a toccare scenari globali e poi apertamente fantascientifici. Martha attraversa conflitti sempre più grandi, mentre la sua figura smette gradualmente di essere solo quella di una persona e comincia a funzionare come simbolo. Questo passaggio segna un cambiamento importante nel tono dell’opera. La rabbia immediata dei primi episodi si attenua, sostituita da una narrazione più epica, quasi mitologica, una scelta che affascina, ma che comporta anche una certa perdita di tensione politica diretta, che va di pari passo con il coinvolgimento del disegnatore Dave Gibbons, che lima bene le esagerazioni di Miller, mantenendo coerente esteticamente tutta l’opera.

Il disegno di Dave Gibbons accompagna questa evoluzione con grande equilibrio, la sua linea chiara e controllata riesce a mantenere leggibilità anche nei momenti più caotici, dando ordine a una narrazione che tende spesso all’eccesso. Le tavole iniziali restituiscono un senso di oppressione e disperazione, mentre quelle successive si aprono, si dilatano, seguendo l’ampliarsi dello scenario narrativo. Un lavoro che non cerca mai di sovrastare la storia, ma che ne sostiene il ritmo e la struttura con grande consapevolezza. Anche se l’opera si è diluita nel tempo, un po’ per la minuzia delle matite di Gibbons un po’ per la distanza sempre maggiore tra lui e le idee (anche politiche oltre che narrative) del Co-creatore Miller.

Dave “Teorico della linea chiara” Gibbons

Nel capitolo conclusivo, “Martha Washington salva il mondo”, Miller porta la sua protagonista fino all’estremo naturale di questo percorso, il mondo è letteralmente sull’orlo della distruzione, e la posta in gioco non potrebbe essere più alta, una minaccia che per certi versi, rimanda a Ronin, sempre di Miller. Ma anche qui, la salvezza non assume mai i contorni rassicuranti di una redenzione definitiva, il mondo viene salvato, sì, ma senza promesse di stabilità duratura, senza l’illusione che il conflitto possa essere eliminato una volta per tutte, un nuovo status quo da ottenere combattendo, per altro, il tema dell’intelligenza artificiale maligna, nata proprio tra le pagine di “Ronin” viene ampliata qui.

In questo finale che compare Big Boy, il gigantesco robot dal sapore volutamente retrò, quasi caricatura, John Wayne d’acciaio di un’altra storia di Miller, la sua presenza ha un valore che va oltre la funzione narrativa, è un elemento apertamente ironico, una strizzata d’occhio al lettore che conosce la storia del fumetto contemporaneo. Miller costruisce una situazione che richiama chiaramente il celebre espediente della minaccia aliena artificiale, ma lo fa per smontarlo dall’interno. Il meccanismo viene esibito, reso evidente, quasi ridicolizzato, trasformandosi in una riflessione metanarrativa sul potere della paura come strumento di controllo. Il fatto che tutto questo sia disegnato da Gibbons rende il gioco ancora più esplicito, come se l’opera instaurasse un dialogo diretto con la conclusione di Watchmen.

Dimmi che sei un fumetto di Frank Miller, senza dirmi che sei un fumetto di Frank Miller.

Nella pietra miliare di Alan Moore, il superuomo viene rappresentato come una figura che si arroga il diritto di decidere per l’umanità intera, qui il discorso prende una direzione diversa. Non c’è l’idea di un’intelligenza superiore che manipola gli eventi dall’alto, né la celebrazione di una mente illuminata che giustifica ogni mezzo in nome di un fine più grande. Miller è più sensibile alla questione del potere e dei suoi limiti, e affida questa riflessione a un personaggio che non si è mai posto davvero al di sopra degli altri, anche perché ammettiamolo, Moore critica il concetto di super uomo, a Miller invece beh, piaciucchia, lo scrittore del Maryland ci va a nozze con questa ideologia, anzi, a volte sembra che la sua protagonista, Martha, abbia la testa più sulle spalle del suo creatore.

Martha diventa una super donna, ma non secondo i canoni tradizionali, non è tale per nascita, per destino o per investitura morale, non incarna un’eccezionalità astratta, né rappresenta una superiorità ideologica, la sua forza deriva dal percorso che ha attraversato e dalla sua ostinata adesione a un’idea di giustizia che non coincide mai con l’interesse del potere, non è nel giusto perché americana, è americana perché nel giusto, una differenza fondamentale, che rovescia la retorica patriottica e ne smaschera le malefatte.

«ti ho riconosciuto Tiger Jack, salutami Tex Willer!»

Il finale della saga non offre soluzioni definitive, né una pacificazione totale, anzi l’ultima storia di poche pagine – di cui non vi rivelerò il titolo – sembra un po’ tirata via, rimane una sensazione di instabilità, la consapevolezza che ogni equilibrio è temporaneo e che ogni vittoria porta con sé nuove contraddizioni. Martha Washington non è la risposta ultima al caos del mondo, ma la prova che anche in un sistema profondamente corrotto può esistere una forma di giustizia che non ha bisogno di essere assoluta per essere autentica.

In questo senso, “Martha Washington” resta un’opera irregolare, a tratti eccessiva, ma profondamente onesta, un fumetto che non cerca di rassicurare il lettore, ma di metterlo a disagio, costringendolo a interrogarsi sul rapporto tra forza e responsabilità, tra ideali e realtà. Riletto oggi, appare forse meno futuristico e più inquietantemente attuale, ed è proprio in questa sua capacità di resistere al tempo, pur mostrando tutte le sue crepe, che risiede la sua forza più duratura.

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