
I Safdie si sono separati, eh vabbè, ce ne faremo una ragione, anche perché bravi eh? Ma se mi devo “disperare” per una separazione artistica tra fratelli, scusatemi, ma mi stanno ancora un po’ più a cuore i Coen.
Detto questo, Benny e Josh si sono ritrovati idealmente concorrenti, nella stessa stagione cinematografica, con due biografie che mettono immediatamente in chiaro chi faceva cosa nel loro cinema. Entrambi hanno attirato attenzione, entrambi, forse, si ritroveranno concorrenti anche verso febbraio quando Hollywood distribuirà statuette di zio Oscar, ma se Benny ha voluto dare a The Rock il ruolo drammatico intimista (Copyright La Bara Volante), Josh ha fatto un giro più largo.

Marty Supreme è un film che sembra muoversi costantemente sul filo di un’ambizione doppia: da un lato il desiderio di raccontare una parabola individuale, dall’altro la volontà di portare avanti l’idea di cinema dei Safdie, anche se qui in versione solista. Infatti il buon Josh scrive il film a quattro mani con lo sceneggiatore di fiducia, Ronald Bronstein, il risultato è una sorta di finta biografia, che ad una prima occhiata ha la stessa fotografia saturata e ultra-realistica di un’altra finta biopic come The Brutalist, anche se qui è curata dall’ottimo Darius Khondji.
La storia è molto liberamente ispirata alla vita di Marty Reisman, medaglia di bronzo ai mondiali di tennistavolo, decisamente più famoso in patria che oltre i confini americani, iconico quel tanto da aver vagamente ispirato anche tutta la sequenza del ping pong di un certo film di Zemeckis, in linea di massima famosino. Va detto che “Marty Supreme” le fa tutte per farci superare lo shock culturale, confondere il protagonista con Forrest Gump è impossibile, non solo perché Timothée Chalamet qui sembra Fabio Rovazzi con un gravissimo problema di miopia, ma anche perché il personaggio non fa nulla per risultare simpatico, ma su questo punto ci torneremo a breve.

Va detto che pescando parti a caso dalla vita di Marty Reisman, il film ha comunque così tanto da raccontare da poter riempire con facilità i 150 minuti della sua durata, detta fuori dai denti però, sembra che Safdie e Bronstein abbiano pescato solo le parti più esplicite dell’originale biografia, per nostra fortuna questo permette di avere Tracy McGrady e Kemba Walker nella canottiera da gioco degli Harlem Globetrotters, portando avanti la tradizione di far recitare attori NBA, iniziata con Kevin Garnett in Diamanti grezzi, palesemente un tentativo di corruzione, per convincermi e farmi apprezzare di più il film facendo leva sulla mia passione per la pallacanestro, ti ho beccato Josh!
Il nome del personaggio cambia, ma la volontà di mettersi in scia ad un certo citazionismo, diciamo, di rimbalzo, non proprio diretto come un colpo del tennistavolo mi sembra abbastanza evidente: Marty Supreme (Timoteo) è un commesso in un negozio di scarpe nella New York del 1952, con un talento da pongista professionista. Pur di vincere i British Open e sconfiggere il campione ungherese in carica Béla Kletzki, dando visibilità negli Stati Uniti ad uno sport di nicchia è disposto a tutto, anche ad alleggerire le casse del negozio in cui lavora come dipendente dello zio Murray di settecento fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti.

A Londra, Marty, storia di un timido, schifa gli spartani alloggi degli atleti e si piazza al Ritz, dove seduce l’attrice, molto in là lungo il viale del tramonto Kay Stone (la rediviva, artisticamente parlando, Gwyneth Paltrow) in barba al suo ricchissimo marito Milton Rockwell (Kevin O’Leary). Ma se fuori dal tavolo da gioco Marty è spregiudicato, come la sua idea di dare il suo nome ad una linea di palline da ping pong arancioni, che spiccano nella massa quasi quanto lui – e sono stata anche al centro della massiccia campagna promozionale del film – quando è il momento di giocare il nostro Marty, storia di un timido, batte prima Kletzki e poi le prende da Koto Endo, giocatore giapponese non udente che però, utilizza un tipo differenze di racchetta, uno smacco alla purezza del gioco e all’ego smisurato dell’insopportabile Marty.

Da qui la trama si complica, il punto di arrivo è la rivincita sportiva, da ottenere in tutti i modi a casa del nemico, alla Rocky diciamo così, anche se per arrivarci Marty dovrà mettere su furti, raggiri e scelte discutibili, tra cui una multa salata da pagare, i soldi necessari a farlo investiti nel modo più disgraziato possibile, una mezza rapina finita malissimo e un gangster, Ezra Mishkin (Abel Ferrara) e il suo cane Moses feriti dalla caduta di una vasca da bagno, posso dirlo? Le scuse per mostrare Timoteo Chamacoso nudo mi interessano molto poco, più che altro le sofferenze sul povero cagnone sono al livello del protagonista, insostenibili.
A questo aggiungete un personaggio chiave, l’amante del protagonista, ovvero Rachel Mizler impersonata dalla donna con il nome più bello del mondo, ovvero Odessa A’zion, in una prova molto convincente, per un personaggio che al pari della vendetta sportiva, è un punto di arrivo fermo per il titolare, non ci sono dubbi sulla paternità, visto che Josh Safdie mette in chiaro chi sia il padre fin dai titoli di testa, posso dirlo? Era dagli anni ’90 che nessuno si giocava la fecondazione da parte degli spermatozoi, sulle note di un pezzo pop molto orecchiabile, la differenza con “Senti chi parla?” (1989) consiste nel fatto che Safdie non è ironico, ci crede proprio, e anche tanto.

Va detto che la dipendenza del protagonista, per la fama, il successo, le vittorie, i soldi e la bella vita, sono un po’ il fuoco che lo muove, da questo punto di vista, scegliere Abel Ferrara per il ruolo Ėzra Miškin, penso che sia un po’ più della voglia di Safdie di avere sul set uno dei suoi registi del cuore, penso ci sia una certa volontà di continuare a parlare di dipendenza, che tutti sapete come si dice in inglese, quindi avrebbe anche una certa logica, però non lo so Rick (cit.) mi sembra sempre tutto un po’ fighettino e urlato il cinema dei Safdie, anche se questo film ha davvero tutto per fare filotto quando inizierà la stagione dei premi cinematografici che contano.

Marty è un personaggio che nasce già carico di una tensione irrisolta, un uomo che vive di eccessi controllati, di rituali che sembrano tenere insieme un’identità fragile sotto una superficie apparentemente invincibile e proprio per questo, arrogantissima. Il film non è interessato a spiegarlo, né tantomeno a giustificarlo, preferisce osservarlo mentre si muove in spazi che sembrano sempre leggermente troppo stretti per contenerlo, in ambienti saturi di rumore, corpi e competizione. La messa in scena insiste su questa compressione continua, su una fisicità che non trova mai un vero punto di quiete, e che diventa il vero centro del racconto.
In tal senso Timothée Chalamet è impeccabile, cioè lo sopporto a fatica e lo capisco ancora meno, un tempo un ruolo così lo avrebbero dato ad Al Pacino, oggi ci tocca Timoteo che se la tira come se fosse quello che ha insegnato a recitare a Pacino, ma questo è un problema mio extra cinematografico quindi per voi, ignorabile. Se l’obbiettivo era portare in scena qualcuno di odioso per cui, comunque, in qualche modo, ci si ritrova a tifare (per le sue sconfitte e le sue magre vittorie), vuol dire che Chalamet ha fatto il suo dovere.

Josh Safdie dimostra di saper dirigere e di saper usare la prova del suo protagonista come territorio narrativo, tuttavia, proprio questa centralità assoluta del personaggio finisce per essere anche uno dei limiti del film. “Marty Supreme” sposta poco lo sguardo dal suo protagonista, come se il mondo che lo circonda fosse ridotto a contorno, i personaggi secondari esistono soprattutto per riflettere o amplificare il suo stato d’animo, raramente per entrare in collisione reale con lui.
Credo che rispetto a Diamanti grezzi, qui tutto risulti più levigato, per il film più costoso mai prodotto dalla A24, se volete cercare il paragone vero con Forrest Gump, dovete cercarlo qui, non tanto nello sport al centro della storia, una volta i film acchiappatutto agli Oscar erano come quello di Zemeckis, oggi somigliano più a quello di Josh Safdie, riuscito, fa il suo dovere, ma io non reggo ping pong, tennis e paddle, ma anche questo, è un problema mio, se pensate che una storia così possa piacervi, sapete cosa fare.


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