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Mary Reilly (1996): con gli occhi di una donna… Frears lo sa fare

Compie trent’anni uno dei pochi film da Bara Volante dell’altra Roberts, Julia, sorella del più Baristico Eric. Nel 1996 questo film è stato fin troppo criticato, Julia aveva capito che il film di genere erano il futuro e per parlare di questo titolo, ho scomodato la nostra Rebel Rebel, buona lettura!

«Non ti preoccupare Rebel Rebel, sarà un post semplicissimo da scrivere…»

La grandezza di Stephen Frears è abbastanza inopinabile. Inglese, classe 1941, ha piazzato una serie di filmoni che levati. Di certo una creatività dai confini molto larghi, piena di sfumature e di colori diversi. Ogni film è una storia a sé, ognuno un’esperienza diversa, ma per tutti quelli che ricordo e che ho visto con grande trasporto (tipo quasi tutti) ci sono dei paletti comuni che collocano le sue opere nell’attico del grande cinema. Un immancabile lavoro certosino sulla psicologia dei personaggi, avvalendosi tra l’altro spesso di cast sopraffini con alcuni nomi che ricorrono, come per altro nel film di oggi. Lui è uno che nel mestiere dell’attore ci crede per davvero e lo pone su un piano di parità rispetto alla regia: sceglie attori che stima oltre la capacità professionale, a cui sa di poter lasciare libertà e autonomia nella costruzione del personaggio. Me lo immagino come uno che diventa amico dei suoi interpreti aldilà del rapporto artistico. Un attestato di fiducia che non tanti registi sanno concedere. E poi c’è quel tratto sociale prettamente europeo, più precisamente britannico, nel perseguire in ogni impresa cinematografica quella direzione costante e ostinata nel voler descrivere le dinamiche del potere e del tipo di società che da esso deriva… In un modo o nell’altro Frears ci fa guardare ai tanti lacci stretti attorno alle caviglie. Uno studio attento e coinvolto delle ricadute che le costrizioni, le dinamiche accusatorie, i pregiudizi, le imposizioni morali, tutta l’impalcatura del vivere comune ha sugli individui. Non c’è mai un giudizio morale, né intento educativo (questo viene da sé con le riflessioni lasciate allo spettatore sui titoli di coda) ma c’è un sincero interesse, una passione umana autentica, o almeno la si percepisce come tale e tanto basta, verso le storie delle persone in perenne lotta con la vita che si sono ritrovati ad affrontare. E poco importa che esse siano un immigrato pakistano omosessuale (My beautiful Laundrette, 1985) oppure una regnante sola al comando (The Queen, 2006), lo sguardo con cui Frears approccia i suoi esseri umani è sempre caldo. Caldo e indagatorio. Il film che oggi festeggia i suoi primi trent’anni è Mary Reilly e mi tolgo subito il dente dicendovi che a mio gusto non è uno dei suoi più riusciti.

Stephen Frears uno di noi, uno che ok lavorare, ma non toglietemi il caffè!

Nel 1990 la scrittrice americana Valerie Martin dà alle stampe il romanzo Mary Reilly (in Italia La governante del dottor Jekyll) nel quale affronta in maniera inedita la stra-nota, stra-rappresentata anche al cinema, vicenda letteraria del Dottor Jekyll e del suo oscuro alter ego Mr. Hyde (Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di R.L. Stevenson – 1886). L’originalità del suo romanzo è che sceglie di raccontare la storia dalla prospettiva di una giovane cameriera a servizio a casa del medico. Questo è il punto di vista che Frears e lo sceneggiatore Christopher Hampton (lo stesso de Le relazioni pericolose, ma sulla parentela con questo film torneremo sopra più avanti) si trovano a maneggiare dato che il progetto passa a loro dopo la rinuncia di Tim Burton. Avendo ravveduto nel romanzo un discreto potenziale, la TriStar Picture in collaborazione con Tanen/Heyman Productions metteva sul piatto qualche decina di milioni di dollari, un budget stimato di circa 47, per realizzare un gran film. Frears dal canto suo, avrà immaginato quanto l’ottica femminile avrebbe restituito centralità alla sfera sentimentale.

In una non meglio identificata città inglese dell’epoca (potrebbe essere Londra) tetra, umida e annerita come se fosse reduce da una serie di incendi, Mary Reilly (Julia Roberts) è una ragazza dal passato duro e crudele che ha avuto un’infanzia miserabile come poteva facilmente capitare ad una figlia delle classi povere nell’Inghilterra Vittoriana. Mary lavora duramente, ma con il piacere di poter svolgere un lavoro onesto e dignitoso, a servizio nella dimora del dottor Jekyll (John Malkovich) individuo enigmatico e ombroso ma non di meno gentile e sinceramente interessato alla ragazza in quanto persona degna perciò di rispetto. Le attenzioni del suo padrone di casa lusingano la giovane che pur di umili origini -diciamo pure pezzenti – sa leggere ed è dotata di quella curiosità esistenziale propria delle persone intelligenti. Il dottore da parte sua non è indifferente alla storia di soprusi subiti dalla giovane soprattutto da parte di un padre violento e alcolizzato. L’interesse reciproco produce tra i due, che non potrebbero essere più distanti per rango sociale, istruzione e storia personale, un legame di fiducia e rispetto. Lo sguardo dell’uno si rivolge verso l’altro e viceversa. C’è forse tra le righe, non chiaramente esplicitato ma lo si annusa eccome, un campo magnetico erotico che si attiva ogni volta che rimangono soli. Ma, noi lo sappiamo già, il nostro dottore vive in compagnia di un doppio che egli spaccia ai suoi servitori come il suo assistente: Mr Hyde. Un individuo con le sue stesse fattezze (perfettamente incarnate dalla perfidia irresistibile che sa emanare Malkovich) ma tuttavia irriconoscibile agli occhi di chi lo incrocia, Mary compresa. Egli è più giovane del dottore, inquietante, molesto, violento. È il lato oscuro, il mostro che alberga in ogni uomo e che può scatenarsi se si decide di prendersi il rischio di lasciargli il suo spazio. Eppure nella sua semplicità d’animo Mary è attratta in modo uguale e speculare anche dalla malvagità di Hyde. Lo teme sì, non approva le sue malefatte, ma la portata del puro sentimento e della comprensione delle sfaccettature dell’animo umano di cui è capace, forse proprio in virtù delle sofferenze subite, fanno sì che s’innamori, se vogliamo chiamare così un sentimento di attrazione intellettuale che sfocia anche in altro, di entrambi gli uomini senza capire che si tratta dello stesso individuo. Ma perfino Hyde non è indifferente ai gesti e alle parole di Mary, alla sua presenza fisica e spirituale. Sulla ragazza dei bassifondi, sull’uomo d’intelletto tormentato, sul mostro sanguinario, aleggia un soffio che potremmo definire grossolanamente amore.

Lo strano caso del dottor John e del signor Malkovich

Impossibile non cogliere alla prima apparizione di Malkovich/Mr. Hyde quanto esso sia la riproposizione perfino estetica del personaggio, indelebile per le ragazze quale ero io quando vidi per la prima volta il film, del Visconte di Valmont di Le Relazioni Pericolose. Anno di produzione 1988, altra trasposizione di un’opera letteraria affrontata dalla coppia Frears/Hampton e sfociata in un film perfetto. Ancor più sorprendentemente il doppio malvagio e assassino di Jekyll si accompagna e si fa spalleggiare da un personaggio difficile da rendere al modo che solo una fuoriclasse poteva restituire. La tenutaria del bordello Mrs. Farraday che ha la faccia trasfigurata di Glenn Close. Con una bravura oltre misura, la maitresse della Close quando sorride solleva il labbro superiore mostrando i denti, che più che un sorriso vediamo un ghigno come quello di una iena intorno alla carcassa. E seguendo il medesimo parallelismo come non sovrapporla alla spregevole Marchesa de Merteuil cheordisce il trappolone fatale ai danni della vittima di turno, che in quel caso recava il volto celestiale di Michelle Pfeiffer. Lo stesso triangolo distruttivo, uguale analisi svolta da Frears e dai suoi attori della dinamica vittima/carnefice laddove però in entrambi i film, si indugia, si insiste sul lato umano, con i suoi chiari ed i suoi scuri, su entrambi i lati della relazione. Da un lato la vittima si ostina a non voler riconoscere il carnefice che la distruggerà come ne Le Relazioni Pericolose o che comunque è in grado di farlo, come in Mary Reilly. Non lo può fare perché il credere nel sentimento che si è sviluppato nei confronti dell’individuo che potrebbe spazzaci via con un dito è quanto di più naturale il nostro essere sa fare, crogiolarsi in un’idea che fa star bene, che fa provare la gioia della vita. Dall’altro lato il carnefice non può non farsi scalfire da un sentimento che non rinuncia a sé stesso neanche quando diviene pericoloso per chi glielo offre gratuitamente. Da ognuna delle due parti ci si mette in qualche modo a rischio in nome di una sfida che si lancia alla vita per far sì che divenga degna di essere vissuta. In questo Frears dimostra una capacità di leggere le relazioni con gli occhi e per le orecchie delle donne e con ciò intendo puntando sulla potenza delle emozioni. Davvero notevole a mio parere, molto raro.

«Dovremmo rifare qualche film in costume insieme, magari uno tratto da Robert Louis Stevenson»

Mary Reilly è un film che non annoia per un solo istante e le prove attoriali sono tutte di alto livello compresa a mio modesto parere quella di Julia Roberts e lo dico nonostante sia stata malignamente candidata per questa interpretazione al Razzie Awards ovvero alla Nomination come Peggior attrice protagonista… Non condivido. John Malkovich pressoché insuperabile nei ruoli magnetici e disturbanti e della Close abbiamo già parlato. Nel cast non mancano altri volti importanti e di pregio quali George Cole nei panni del severo maggiordomo Poole oppure il caro Ciaràn Hinds nei panni del parlamentare depravato che frequenta il bordello. Alcune scene rimangono impresse con una certa forza quali per esempio quella dell’anguilla enorme, destinata alla pentola, che si dibatte senza posa tra le mani di una Mary terrorizzata o la visione da trauma della madre della ragazza cadavere, infilata in un armadio senza alcun riguardo trattandosi di un’umile cameriera quale è lei stessa. Non passa indifferente neanche la scena della trasformazione del dottor Jekyll in Mr. Hyde con una fusione corporea lacerante e combattuta. I bellissimi costumi, le ambientazioni pregevoli e una fotografia molto potente si accompagnano a dialoghi intensi e battute sospese quali “volevo essere il coltello che ferisce e insieme la ferita” pronunciata dal dottore cercando di far comprendere a Mary in quale abisso abbia cercato refrigerio la sua anima tormentata.

L’unico altro colore che tiene testa al grigio dei muri anneriti della città, al nero del buio delle stanze del bordello e della notte minacciosa, è il rosso acceso del sangue sull’asfalto, sul bianco delle lenzuola, della carne macellata e nauseabonda. Come in una roulette di sopraffatti e sopraffattori, sfruttati e sfruttatori, c’è il nero e c’è il rosso, nulla più. La produzione è raffinata e il film si guarda d’un fiato. Non esattamente acclamato sia dal pubblico che dalla critica forse anche in ragione di una produzione che ha dilatato a dismisura i tempi di lavorazione del film, ammetto che qualcosa manca e mi risulta perfino difficile identificare cosa sia. Sulla fine non ci si sente ri-catapultati a terra come è accaduto in altri suoi film. Forse un finale diverso avrebbe aiutato? Chissà. Resta l’impressione di un bel film che avrebbe potuto essere qualcosa di più e sappiamo che Frears ne è capace.

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