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Matrix (1999): dopo il 1999 il mondo non è più stato lo stesso

Non importa se andate pazzi per questo film oppure trovate che si tratti di una roba scopiazzata. Non conta nemmeno se negli anni lo avete elevato a vostra pellicola di riferimento oppure riciclato come comodo zerbino, la costante è una sola: Ricorderete tutti per sempre dove eravate e come eravate, la prima volta che avete visto “Matrix”, laggiù nell’anno Uno, Nove, Nove, Nove.

Si perché ridendo, scherzando e schivando pallottole a rallentatore come Remo Williams Neo, sono passati vent’anni dalla sua uscita. Ed io che alle tradizioni ci tengo, lo commento proprio come l’ho visto questo film, ovvero un po’ in ritardo. Uscito il 31 marzo 1999 nei cinema americani, da noi è arrivato dopo, a maggio, che più o meno è quando l’ho visto io, anzi forse anche un po’ dopo considerando che ero andato a vederlo nel mio vecchio cinemino di provincia, che ogni tanto rispunta fuori nei miei sproloqui cinematografici.

Non ero completamente digiuno riguardo al Cyberpunk, parola bellissima e usata per vent’anni malissimo, che dopo “Matrix” è stata abusata. Avevo giù consumato la vhs di Johnny Mnemonic, conoscevo “Neuromante” di William Gibson, a cui questo film deve molto, John Woo e i fumetti Marvel erano già tra i miei punti fermi, malgrado i miei quindici anni di allora, non era proprio così sprovveduto. Eppure niente, il film mi colpi al centro degli occhi facendomi esplodere il cervello lo stesso.
No, non dovete riavviare, la Bara Volante vi sta solo riportando nell’anno 1999…

Il Corvo era già un film di culto, Blade Runner lo è diventato negli anni perché alla sua uscita è stato ignorato da tutti, e come mio padre mi ricorda ogni volta che può, non ero ancora nato quando Guerre Stellari uscì nelle sale, infatti il signor Cassidy senior ci portò mio madre a vederlo (storia vera). Eppure ora anche la mia generazione aveva un titolo di quella portata, qualcosa in grado di fare da spartiacque, potente abbastanza da segnare l’estetica di tutti i film a seguire per vent’anni. Quanti personaggi al cinema avete visto schivare roba con pose plastiche? Oppure sfoggiare pastrani lunghi fino alle caviglie? Quante volte abbiamo detto la frase “Una roba alla Matrix” in vita nostra? Tante, citando le immortali parole della mia personale versione dell’Oracolo (ciao Sergio!): Dopo il 1999 il mondo non è più stato lo stesso. Classido? A mani basse muovendomi al rallentatore con il “Bullet time”.

Il leggendario produttore Joel Silver in vita sua qualche talento notevole lo ha anche visto, anche qualche enfant prodige, ma con i Wachowski è andato sotto bevendo dall’idrante. Negli anni li ha difesi come se fossero stati figli suoi, quei due Nerd di Chicago, schivi tanto da centellinare foto e interviste, che andavano in giro conciati come se fossero due gemelli, anche se a guardarli sembravano Stanlio e Ollio con berretto da baseball girato all’indietro. Avevano lavorato un po’ nei fumetti e diretto “Bound” (1996), ma quando si sono presentati con la sceneggiatura di “The Matrix”, Silver ha dato loro 63 milioni di fogli verdi con sopra le facce di altrettanti presidenti defunti e concesso carta bianca.

Come eravamo, ma soprattutto, come erano questi due nerd qui!

Per il ruolo di protagonista i Wachowski avrebbero voluto qualcuno sullo stile del povero Brandon Lee, mentre la produzione avrebbe preferito il lanciatissimo Will Smith, che però preferì optare per “Wild Wild West” (gran bella pensata!). A quel punto abbiamo seriamente rischiato Johnny Depp dentro il cappotto di Neo (storia vera) anche perché il tonfo al botteghino di Johnny Mnemonic vedeva Keanu Reeves sfavorito per i produttori, ma proprio in virtù del suo ruolo in quel film e quello più mistico in “Piccolo Buddha” (1993), facevano del nostro Keanu il beh… prescelto dai Wachowski per il ruolo.

Keanu porge i suoi saluti all’agente di Will Smith, prima di
occuparsi di beh, l’agente Smith.

Il resto del cast si completa per eliminazione, si perché pare che nessuno riuscisse a capirci un’infiocchettatissima della sceneggiatura, quindi gli attori a cui venivano proposti i vari ruoli si auto eliminavano, il più clamoroso? Sir Sean Connery era la prima scelta per il ruolo di Morpheus, anzi pare che il mitico 007 dopo aver rifiutato questa parte, e quella di Gandalf in “Il signore degli anelli”, si sia convinto ad accettare quella porcheria di “La leggenda degli uomini straordinari” (2003) per compensazione, salvo poi mandare tutti al diavolo e ritirarsi a giocare a golf nella sua amata Scozia (storia vera).

«Grazie Sean, spacciando pillole blu mi sono fatto una carriera»

Laurence Fishburne dopo una vita di ruoli più o meno piccoli, era appena sceso dalla nave Event Horizon, solo per ritrovarsi nuovamente capitano, questa volta della Nabucodonosor, fondamentalmente per una ragione: Lui la sceneggiatura l’aveva capita, e gli era anche piaciuta. Considerando che Morpheus è ancora oggi il suo personaggio più famoso e riuscito, ha fatto bene a scegliere la pillola rossa.

Accettare caramelle dagli sconosciuti.

Il numero di volte che ho visto e rivisto “Matrix” in vita mia nemmeno più si contano, ne quantifico l’impatto su di me con il mio solito modo: le frasi prese da questo film diventate parte della mia parlata non si contano nemmeno più. Ancora oggi davanti a certe trovate assurde me ne esco con «L’ignoranza è un bene», oppure a qualche quesito particolarmente filosofico, rispondo spesso «Il cucchiaio non esiste», e questo vi dice dei miei problemi.

“The Matrix” scopre le carte poco a poco, mi ricorderò sempre quando ho portato a casa la VHS (oh gente, vent’anni sono passati mica due!) e sul primo salto di Trinity a rallentatore mio padre che mi guarda con la faccia di chi dice: Cos’è sta cagata che vuoi propinarmi? Gli ho risposto di fidarsi che ne sarebbe valsa la pena, quindi per finire a vedere e rivedere il film a rotazione alla  fine eravamo in due (storia vera).
Carrie-Anne in: Il calcio volante della gru! (Karate Kid levati, ma levati proprio)

Fin dai primissimi minuti tutti i riferimenti dei Wachowski sono chiarissimi, i numeretti verdi che precipitano sullo schermo, che per anni tutti hanno identificato con questo film, in realtà sono una rapina a mano armata ai danni di Ghost in the shell, e avessero preso solo quello in prestito dal film d’animazione di Mamoru Oshii! Anche tutta la sparatoria nell’atrio del palazzo con le colonne che si sbriciolano sotto i proiettili arrivano da lì. Perché questo film è tutto così, di originale non ha quasi nulla, eppure rielabora tutti i suoi elementi per riproporli ad un pubblico più vasto, in un’operazione post moderna che è arrivata proprio nel momento migliore possibile.

Non si cammina con le scarpe sul pavimento puli… vabbè buona notte.

Sul finire degli anni ’90, le teorie complottistiche andavano per la maggiore, i terrificanti agenti, ben rappresentati da Smith (Hugo Weaving in stato di grazia) sembravano dei “Men in black” usciti dalla fantasie di Chris Carter, di fatto i Wachowski non facevano altro che elaborare il mito della caverna, esattamente come aveva fatto “The Truman Show”, ma immergendolo a forza nella fantasie di due nerd particolarmente all’avanguardia e con una certa propensione a volgere lo sguardo ad oriente.

I personaggi con gli occhiali da sole, il cappotto lungo fino alle caviglie, che saltano e sparano usando un’arma per ogni mano non sono certo un invenzione dei Wachowski, arrivano dai film di Ringo Lam e soprattutto John Woo, anzi a ben guardare in un episodio della serie classica del Doctor Who intitolato “The Deadly Assassin” (1976) la trama ruotava intorno ad una rete neurale in grado di generare una realtà virtuale che pensate un po’, si chiamava proprio Matrix.
Mi state ancora leggendo, oppure state guardando la ragazza con il vestito rosso?

Il gran minestrone messo sul fuoco dai Wachowski tirava dentro tutto, buddhismo e arti marziali, Bibbia e John Woo, ma anche tanta letteratura, dal “Neuromante” di William Gibson a Philip K. Dick passando per Lewis Carroll e la sua “Alice nel paese delle meraviglie”, che nel film è citatissima, ma anche gli “Invisibles” di Grant Morrison. Il risultato finale era qualcosa che nel 1999 un enorme fetta di pubblico non conosceva nella sua forma originale, ma ha istintivamente attribuito come un’invenzione di questo film, come di solito accade con le opere post moderne.

Remember what the dormouse said, Feed your head, feed your head (Cit.)

Per mia fortuna quando mi appassiono a qualcosa, di quella cosa voglio sapere tutto, quindi per me “Matrix” è stato un ottimo modo per approfondire tutti quelli spunti che mi mancavano, un po’ di sana curiosità mi sembra la risposta naturale ad un film che ti chiede di farti qualche domanda sulla realtà che ti viene proposta no? In questo senso, l’impatto culturale di questo film andrebbe rivalutato alla luce delle tante fonti da cui i Wachowski hanno attinto, ma resta il fatto che questo minestrone, beh fa ancora la sua porca figura.

Se non fosse per il vecchio Nokia “a banana” che Neo utilizza per seguire le indicazioni di Morpheus (il primo modello pubblicizzato con la rivoluzionaria possibilità di inviare pensate, degli SMS… altri tempi) e per gli effetti speciale pessimi di Smith che esplode nel finale – che comunque facevano pietà anche nel 1999 – il film è invecchiato alla grande. Il tono verdastro della fotografia di Bill Pope rende tutto sospeso nel tempo, al resto ci pensa un estetica che ha fatto scuola, anzi storia.
«Quando senti il bang, vuol dire che sei morto»

Su le mani tutti quelli che si sono comprati occhiali da sole e cappotto dopo aver visto “Matrix”! Siete tanti lo so, basta dire che Carrie-Anne Moss ha lanciato la moda dell’eroine over trenta in latex nero, e per essere un film di fantascienza “Matrix” ha fatto una cosa che può sembrare da poco, ma non lo è affatto: Per poter raccontare una storia nel modo migliore possibile, si è andati alla ricerca della tecnologia più adatta a farlo, è la storia a comandare. Purtroppo non è sempre stato così, se pensate ai film moderni, abbiamo spesso CGI e 3D fantastici, applicati a storie che non hanno nulla da dire, e spesso sono ancora più derivative di quella di “Matrix”.

Il “Bullet time” – schermo verde e macchina da presa che ruota attorno ai protagonisti su un binario – è l’evoluzione delle scie delle pallottole di “Blade” (1998) ma anche un modo per portare al grande pubblico le sparatorie di John Woo. Ma in ogni caso è sempre la storia a giustificare tutto, quella è ancora così appassionate ed efficace da non mostrare i segni del tempo nemmeno vent’anni dopo, quando ora tutti siamo sempre più interconnessi con le rete.

Diffondere il verbo di John Woo alle masse, un esempio pratico.

I personaggi sono degli archetipi pescati dai film di arti marziali: abbiamo l’eletto, il mentore, il traditore, tutto molto canonico. I nomi suggeriscono il ruolo e danno un tocco un po’ mistico alla vicenda, anche qui pescando a piene mani da tutte le religioni senza porsi troppi problemi. Sul nome Trinity non credo ci sia troppo da cavillare, Morpheus ironicamente da Dio dei sogni diventa quello che risveglia le persone, il traditore non può che chiamarsi (lu)Cypher, mentre Neo è un anagramma di “One” nel senso di “Chosen one”, il prescelto.

Ci sono un sacco di dettagli da piccoli Nerd che forse oggi sono più facili da intuire, ad esempio a me ha sempre fatto impazzire il fatto che l’Oracolo (Gloria Foster) dopo aver fatto la sua predizione a Neo, gli chiedesse di accettare dei “Cookies”, sotto forma di veri biscotti, insomma cosette di questo genere.
La Bara Volante fa uso di “Cookies” (al cocco preferibilmente)

L’idea stessa che la nostra realtà, fosse un programma pensato da una mente artificiale per tenerci buoni poi, è il mito della caverna ripensato da William Gibson. Dopo “the Truman Show” un sacco di psicologi nel mondo si sono visti arrivare pazienti convinti che la loro vita fosse come quella di Jim Carrey (storia vera), non so se esiste un corrispettivo in campo medico anche per “Matrix”, ma avendo dei riferimenti meno scientifici, posso dirvi che un sacco di amici, diciamo in preda agli effetti di alcune sostanza, sono stati pronti a giurarmi che era tutto come in Matrix. E no, non sto usando l’espressione “dei miei amici” per indicare me, malpensanti che non siete altro, tanto lo so che qualche amico così lo avevate pure voi!

Quello che sicuramente rientra tra le discipline prese dalle mani di un ristretto numero di appassionati, e gettate al grande pubblico, metteteci dentro di sicuro le arti marziali. I Wachowski pur di avere il leggendario Woo-Ping Yuen a curare le coreografie del loro film, hanno risposto «Si!» ad ogni sua richiesta, anche quella di avere gli attori dedicati per quattro mesi allo studio delle arti marziali. Ora, io credo che se dedichi quattro mesi completi a qualunque disciplina, questo è il tempo giusto per poter essere finalmente nella condizione di poter affermare: Si, ora ho chiaro la vastità della mia ignoranza in tema di… in questo caso arti marziali. Me lo immagino un maestro come Woo-Ping Yuen, con un ciocco di legno come Keanu Reeves, guardarlo come se lui fosse Morpheus e tutti gli altri, umani dai muscoli atrofizzati appena scollegati dalla gelatina di Matrix.
Keanu è talmente fluido nei movimenti che sembra costruito dalla Foppapedretti.

La mitica «Conosco il Kung Fu» di Neo è una delle frasi simbolo del film perché riassume proprio la filosofia di come “The Matrix” è stato pensato, prendo qualcosa dall’enorme tradizione, la riassumo frettolosamente e posso dirmi esperto, quasi un anticipazione dell’era del tuttologi del web moderni, che poi è anche l’unico vero difetto del film. Più assumi consapevolezza, più riesci a distaccarti da Matrix stesso, senza nemmeno che Laurence Fishburne ti dica «Benvenuto nel mondo vero.»

Malgrado tutto “Matrix” resta il rito di passaggio di una generazione, uno di quei film che vanno visti per forza nella vita, anche solo per rendersi conto della sua capacità di indirizzare i gusti del pubblico per i vent’anni successivi. Devo resistere alla tentazione di raccontarvelo tutto scena per scena, perché tanto sarebbe inutile, lo avete visto tutti un milione di volte.
Il primo classificato alla gara di Limbo.

I Wachowski rendono tutto impeccabile, a partire dal ritmo, in un film che richiede almeno un paio di momenti espositivi per spiegare al pubblico cosa cazzarola sta succedendo sullo schermo. I due erano talmente in palla nel 1999, da rendere incredibilmente potente, anche un emaciato ciocco di legno come Keanu, mentre parla con Morpheus con i suoi strambi occhiali da sole, che ogni volta che li guardi pensi “Ma come fanno a stargli sul naso se non hanno le stanghette?”, il tutto davanti ad uno schermo bianco, impegnati a discutere di pile Duracell e di campi di umani da coltivare. Non è roba per tutti credetemi.

«Comunque dura più della carica del vostro i-Telefono»

Ogni elemento del film diventa figo, vogliamo parlare della colonna sonora? “Spybreak!” dei Propellerheads è una di quelle (tante) cose che sono state etichettate come “è quello di Matrix”, persino “Rock is dead” di Marilyn Manson (che sta alla musica come i Wachowski al cinema, stesso livello di rimaneggiamento di vecchi classici) funziona alla perfezione. Ma dove personalmente vado giù di testa ogni volta, è la scena della discoteca in cui parte “Dragula” di Rob Zombie, a mio avviso ancora il suo pezzo migliore della sua carriera da solista.

In “Matrix” ogni cosa è figa, oppure perfettamente al suo posto, Keanu Reeves ha dimostrato anche recentemente di essere legnoso come una marionetta, e non utilizzo questa parola a caso visto che parliamo di un personaggio che deve emanciparsi da coloro che tirano i fili. Proprio per questo anche le movenze e le espressioni di Reeves lo rendono il prescelto perfetto, e “Matrix” il film di cui avevamo bisogno, ne avevamo bisogno proprio nel 1999, non solo perché anche l’anno 1999 era figo da scrivere con quel triplo nove, ma perché questa storia da fumetto, ha anticipato vent’anni di film tratti da fumetto. Per anni abbiamo definito “Matrix” usando la definizione Cyberpunk – genere da cui prendeva giusto un paio di spunti – solo perché non avevamo ancora una parola più adatta per definirlo.
«Portiamo tutt’e due gli occhiali da sole» , «Vai!» (Cit.)

Oggi è più facile riconoscere nel film, il cammino dell’eroe tipico di tanti cinefumetti, travestito da ricerca del prescelto, se questo film fosse arrivato poco dopo, anche il bacio dell’aMMMore che Trinity da a Neo nel finale, sarebbe stato massacrato da un pubblico meno smaliziato. Quindi l’abilità dei Wachowski è stata quella di elaborare tanto materiale diverso, metterlo tutto insieme, e farlo funzionare alla grande con un’unità d’intenti e un tempismo, come non se ne sono più visti, di sicuro non nello loro carriera, andata leggerissimamente a sud. No, non voglio sentir parlare di “Sensotto” esattamente come non voglio sentire parlare dei seguiti di questo film, due affari di rara inutilità ed inspiegabile bruttezza.

A destra: qualcuno che cerca di spiegarmi perché i seguiti di Matrix sono belli. A sinistra: io che smonto le sue argomentazioni.

“Matrix” resta un film grandioso perché non solo per 136 minuti ti porta in un mondo strutturato con le sue regole chiare, come dovrebbe sempre fare un grande film di fantascienza, ma perché riesce ad intrattenerti ed esaltarti con scene d’azione memorabili (l’elicottero contro la vetrata del palazzo è ancora grandiosa) e farti addirittura riflettere sul mondo in cui vivi. Se poi sei curioso abbastanza, ti fornisce anche tanto di quel materiale da studiare, da poter arrivare a dire, magari non «Conosco il Kung Fu», ma John Woo e William Gibson sì, o per lo meno, non vedo l’ora di conoscerli come meritano.

Come tutti i film giusti poi, termina proprio quando dovrebbe, conclude l’arco narrativo dei personaggi, ma ti lascia con quella scena finale che sembra l’antipasto ai vent’anni di cinema che sarebbe arrivato dopo “Matrix”. Quella singola scena ha cambiato per sempre il modo di infilarsi gli occhiali da sole a tanti, e trovo sacrosanto che un film che chiede ai suoi personaggi di svegliarsi, termini con il ringhio di Zack de la Rocha che ti urla di farlo, Rage against the machine, in tutti i sensi.
Dai, quante volte avete imitato Neo mettendovi gli occhiali? Vi conosco mascherine.

Vent’anni dopo parecchio è cambiato, persino Andy e Larry Wachowski sono diventati Lilly e Lana Wachowski, ed io sto ancora aspettando che facciano il loro secondo bel film. In base a quanto siete curiosi, vent’anni è un tempo molto lungo per cambiare idea su qualcosa e “Matrix” resta molto soggetto a modifiche di questo tipo. A restare inalterato, il fatto che questo é davvero un gran film, uno di quelli che ha cambiato molte cose. Dopo il 1999 il mondo non è più stato lo stesso, nemmeno noi a dirla tutta, e se la cosa vi turba, ricordatevi l’unica verità: il cucchiaio non esiste.

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