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Maus (1986-1991): quando il fumetto si è fatto carico della memoria

“Maus” non arriva come un evento spettacolare, ma come una presenza che scava, senza cercare scorciatoie emotive, armato solo della semplicità delle grandi idee, ha segnato un prima e un dopo indelebile per la nona arte.

Nel 1986, mentre il fumetto stava cambiando pelle e per certi versi diventando grande (o ancora più grande se preferite), l’opera di Art Spiegelman dimostrò che la nona arte poteva farsi carico di qualcosa che fino a quel momento sembrava appartenere ad altri linguaggi, la Storia, quella con la lettera maiuscola, quella che lascia ferite e non concede risarcimenti morali.

Raccontare la Shoah in forma di fumetto non era soltanto una sfida narrativa, ma un atto di responsabilità, Spiegelman lo fa scegliendo una strada spiazzante, animali al posto degli uomini, topi e gatti che mettono in scena un sistema di potere antico quanto l’istinto. Non è una trovata estetica, né un’allegoria rassicurante alla Walt Disney, ma un modo per rendere visibile la disumanizzazione, per mostrare come l’orrore funzioni prima ancora di essere compreso, perché in “Maus” la distanza visiva non attenua il dolore, lo rende sopportabile quel tanto che basta per poterlo disegnare.

Un vigliacco simbolo di orrore.

La forza dell’opera sta anche nella sua struttura doppia, nel continuo rimbalzo tra passato e presente, l’inizio, la parte uno intitolata “Mio padre sanguina storia” (pubblicato per la prima volta nel 1986), contiene il racconto di Vladek Spiegelman, padre dell’autore, sopravvissuto ai campi, dall’altra il figlio che ascolta, registra, disegna, e allo stesso tempo fatica a reggere il peso di ciò che gli viene consegnato. Non c’è idealizzazione del testimone, non c’è santificazione del dolore, Vladek è difficile, contraddittorio, spesso respingente come solo un padre per un figlio a volte può essere, ma proprio per questo è realistico. La memoria, in “Maus”, non è mai pacificata, piuttosto risulta essere un’eredità ingombrante che si infiltra nei rapporti, nelle ossessioni quotidiane, nei silenzi che separano le persone.

Però è nel secondo libro, “E qui sono cominciati i miei guai“ (pubblicato per la prima volta nel 1991) nella seconda parte, che “Maus” raggiunge una profondità emotiva quasi insostenibile, tutta la porzione di storia che fatica a lasciarti andare, quella che davvero ti segna, com’è giusto che sia, nella memoria. Ogni volta che provo a rileggerla – e non lo faccio mai a cuor leggero – c’è una scena che torna subito a galla, prima di tutte le altre, quella di uno dei prigionieri ridotto alla fame, i pantaloni che non gli stanno più, troppo larghi e il gesto minimo, del padre dell’autore che gli regala una cintura, un atto semplice che diventa improvvisamente di importanza capitale in mezzo a tutto quell’orrore.

Una storia che solo il fumetto avrebbe potuto raccontare con tale forza.

In questo senso mi ha sempre ricordato un’altra immagine indelebile del 1986, quella della madre in metropolitana ne Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller, due opere diversissime per tono, ambizione e linguaggio, ma accomunate dall’aver tracciato un prima e un dopo nel modo nel fumetto, se possibile, la scena di “Maus” è ancora più potente, perché non ha nulla di simbolico ma è realistica, potrebbe essere accaduta mille volte, in momenti così – e in “Maus” sono davvero tanti – Spiegelman dimostra di aver saputo usare il fumetto per farsi carico dell’orrore da raccontare.

Il segno grafico accompagna questa visione senza concedere appigli, mutuato dal fumetto underground, risulta secco e privo di qualsiasi compiacimento. Ogni vignetta sembra portare il peso di ciò che racconta, come se il disegno stesso fosse costretto a trattenere il respiro, non c’è spettacolo dell’orrore, ma una sua presenza costante, soffocante, che non permette al lettore di sentirsi al sicuro, in un mondo di topi, ci sono gatti ma anche maiali collaborazionisti, una scelta grafica che si capisce di puro istinto.

In questa fattoria orwelliana, non tutti gli animali sono uguali.

Nel contesto del 1986, “Maus” rappresenta uno dei momenti decisivi del salto di maturità del fumetto, non perché somigli ad altre opere capitali di quell’anno, ma perché dimostra che il fumetto può diventare testimonianza oltre che memoria attiva. Non un semplice contenitore di storie, ma un linguaggio capace di interrogare il passato e il presente nello stesso gesto, dopo “Maus”, non è più possibile sostenere che il fumetto non possa affrontare l’indicibile e solo il fumetto avrebbe potuto affrontare l’indicibile così.

C’è però un prezzo, che riguarda l’autore stesso, Spiegelman ha infuso in “Maus” tutto ciò che aveva, fino al punto di esaurire quasi totalmente la propria voce, negli anni successivi, il suo sguardo è rimasto lucidissimo, ma si è espresso altrove, nell’illustrazione, nella scrittura critica, nell’intervento politico e culturale. Quando è tornato alle immagini sequenziali lo ha fatto in modo frammentario, spesso guardando al passato del fumetto, come se cercasse una lingua originaria, meno gravata dal peso della testimonianza. “Maus” non ha solo cambiato il medium ma ha trasformato in modo irreversibile chi lo ha creato, una dimostrazione che la responsabilità della memoria, non è certo semplice, ma comunque doverosa, l’unica volta che un fumetto è stato premiato con il Pulitzer (storia vera).

Il prezzo emotivo per chi si fa carico del dovere della memoria è altissimo.

Forse è anche per questo che, a quarant’anni dalla pubblicazione della prima parte di “Maus”, il giorno della Memoria è il momento giusto per tornare a parlarne, più il tempo passa, più la memoria e il ricordo dell’orrore rischiano di sbiadire, venendo a mancare le persone che erano lì, che possono testimoniare qualcosa che in troppi, vorrebbero derubricare o peggio, cancellare. Opere come “Maus” e Schindler’s List di Steven Spielberg si sono fatte carico di un dovere preciso, mantenere viva la memoria quando i testimoni diretti iniziano a scomparire, quando la Storia rischia di trasformarsi in semplice nozione. Il dovere della memoria non è mai concluso, ma va rinnovato ogni volta che scegliamo di guardare, leggere e in questo caso guardare, visto che con i fumetti si fanno entrambe le azioni.

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