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May December (2024): l’arte della finta di corpo secondo Todd Haynes

Per qualche oscura ragione, l’ultima fatica di Todd Haynes uscita su Netflix in mezzo mondo alla fine dello scorso anno, qui da noi è sbarcata direttamente in sala, forte forse del fatto che ai Golden Globe “May December”, detto “Maccembre” (o “Dicaggio”) è stato presentato come commedia. Commedia!? Con quel ritmo blando? Con quella propensione alla satira che comunque, va anche un po’ colta? Ma che commedie guardano quelli dei globi coloro oro? Vabbbè, andiamo avanti, sorvoliamo.

Anche perché parliamoci chiaro, Todd Haynes è campione di quella che nella pallacanestro viene definita l’arte della deception, ovvero far sembrare una cosa e farne un’altra, ma andiamo per gradi come avrebbe detto Anders Celsius, partiamo dalla trama scritta da Samy Burch e molto liberamente ispirata ad un fatto reale che ha fatto parecchio discutere in patria. Mi riferisco a Mary Kay Letourneau, insegnante nota alla cronaca statunitense per l’adescamento del suo allora alunno Vili Fualaau, dodicenne all’epoca dei fatti e in seguito divenuto suo marito.

Foto a caso di Natalina Portuale per distrarvi!

Noi giudichiamo? Tutti voi avrete sicuramente una sacrosanta posizione in merito, ma la Bara si occupa di film non di cronaca Yankee e se Todd Haynes non sale sul podio di chi esprime giudizi (come dovrebbe fare sempre il cinema) non serve farlo nemmeno a noi, perché la storia si muove in quelle zone di grigio che mi piacciono tanto, e spesso lamento essere assenti al cinema, quindi bene così perché a tutto si aggiunge una pennellata proprio di cinema, portata nella storia da Natalina Portuale.

Natalie Portman interpreta la famosissima attrice Elizabeth Berry, fino qui tutto facile, in abbondante zona meta-narrativa. In piena furia da metodo stanislavskij la nostra si appresta a passare diverso tempo con la vera donna che dovrà interpretare sul grande schermo, ovvero Gracie Atherton-Yoo (zia Julianne Moore) assorta alla cronaca per aver sedotto il suo allora studente minorenne Joe Yoo (Charles Melton), essere finita in carcere per questo ma aver comunque costruito una famiglia con il suo amato di origini orientali.

Membri della squadra cinofila della Bara sguinzagliati per guardare in cagnesco Bariste e Baristi (quindi cinefili).

Dove sia esattamente la parte commedia sbandierata dai Golden Globe io francamente, non l’ho proprio capito, “May December” sicuramente ha elemento satirici, c’è una parte di sfottò all’industria cinematografica, alla ricerca di soggetti torbidi e alla moda da trasformare in film, in tal senso Natalie Portman è alle prese con un’altra donna che visse due volte, nel mezzo di una trasformazione non da donna a cigno come già fatto per Aronofsky, ma da Elizabeth a Gracie, tenendo conto delle sfaccettature dei personaggi coinvolti nel suo studio sociologico votato alla prova sul grande schermo.

Joe Yoo ben interpretato da Charles Melton è decisamente l’oggetto del desiderio, ma anche un uomo-bambino cresciuto rispetto agli eventi al centro della cronaca, ma per certi versi mai davvero maturato, dettaglio non da poco considerando che con un Elizabeth in vena di immedesimazione in casa, non aver fatto un passo in avanti rispetto a quando era tredicenne, risulta essere dinamite pronta ad esplodere.

Buonaseraaaaaaa” (cit.)

Se poi io avessi ancora aggettivi superlativi per Julianne Moore vi assicuro che li utilizzerei, ma sono seriamente in crisi, ne avete qualcuno da prestarmi? Sul serio, anche alle prese con il soggetto più bislacco, Moore recita sistematicamente con un coinvolgimento e un’intensità rara, quando c’è lei nel cast sai che una che recita la trovi, ma da questo punto di vista “May December” è ben coperto alla voce recitazione, veniamo ai problemi.

Todd Haynes firma il classico titolo per cui di testa, una volta capito il gioco (molto in linea con la sua filmografia, tra poco ci arriveremo) il film risulta riuscito e tutto sommato anche valido, ma “de panza” sembra un grosso: Ok, esattamente cosa sto guardando e dove stiamo andando a parare?

Bisogna ricordarlo, pare che nessuno abbia mai visto Todd Haynes e Mark Hamill nella stessa stanza.

Inutile girarci attorno, affrontiamolo di pancia questo soggetto, mentre guardavo “May December” il mio mono neurone di cinefilo continuava a mandarmi messaggi Depalmiani, in particolare il titolo più vicino all’ultima fatica di Haynes mi sembrava Passion, con decisamente meno scene lesbo ma la stessa idea di sovrapposizione tra personaggi. L’idea che mi sono fatto è che “May December” sia un noir, anzi, l’idea di Todd Haynes della decostruzione di un noir, insomma sì, è ora di fare riferimento alla filmografia a cui appartiene il film.

Quindi Cassidy sta parlando ancora di De Palma? “,” Quando vede uno specchio parte in automatico”

L’arte della deception si diceva, la finta di corpo da una parte per poi andare a canestro dall’altra, “Velvet Goldmine” (1998) ad una prima occhiata sembrava un titolo musicale, in realtà era una biografia raccontata in modo atipico. “Lontano dal paradiso” (2002) dietro alla sua facciata da dramma “in costume” ambientato nell’epoca d’oro degli Stati Uniti, scavava in un muro di menzogne, un po’ come l’indagine di Cattive acque, fredda, gelida e distaccata ad una prima occhiata, con la sacrosanta rabbia nel cuore dentro. In tutto questo rientra alla perfezione anche Carol, che in più aveva due donne come protagoniste, il che ci riporta a “Maccembre” (o “Dicaggio”).

Elizabeth e Gracie sono spesso inquadrate in primo piano, la prima parla molto spesso in camera avvezza a rilasciare interviste o ad essere ammirata al cinema e nelle pubblicità (o nella locandina del film a dirla tutta), entrambe poi si confronta il più delle volte davanti ad uno specchio, quanto sono importanti gli specchi nei film noir? Quindi l’idea che mi sono fatto di “Maccembre” (o “Dicaggio”) è tutta qui, l’ennesima occasione per il regista di distrarci con il movimento della mano sinistra e poi di colpirci con la destra, il punto di arrivo è un’altra bionda, in odore di Alfred Hitchcock da far rivivere sul grande schermo.

Infatti l’ultima scena è volutamente l’apoteosi del posticcio (con quel serpente, lo sceneggiatore del film-nel-film ci ha dato dentro con i METAFORONI), una trappola che Elizabeth, partita per utilizzare il cinema per mettere alle berlina certi comportamenti, finisce per scavarsi da sola continuando a perpetrarli nella finzione cinematografica, tutto molto giusto, tutto molto di testa, se solo avesse avuto la passione di beh, Passion, che non sarà il miglior De Palma di sempre, ma maneggiava il materiale con ben più coinvolgimento.

“Vieni a mangiare che si fredda!”

Il problema di “Maccembre” (o “Dicaggio”) sta tutto qui, di testa un soggetto che ha molto per intrigarmi, di pancia un film con il ritmo delle produzioni Netflix, abbiamo tempo quindi usiamolo tutto fino alla fine. Se pensate che questo Noir decostruito come il tiramisù possa fare per voi, risulta essere un gioco di specchi pensato bene, se cercate ritmo ed emotività lanciata in faccia al pubblico però no, lasciate perdere, la serie di finte di Todd Haynes potrebbe risultare stordente.

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  1. Mi sbilancio e dico che se la gioca con Povere Creature per miglior film tra tutti quelli con nomination agli oscar

    • Ha dei numeri, anche se non ha raccolto gli stessi consensi di “Povere creature”. Cheers!

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