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Men (2022): il villaggio dei dannati maschi

Mi è capitato spesso di soggiornare presso svariati bed and
breakfast specialmente in Irlanda, mi sono sempre trovato benissimo, persone e
accoglienza davvero calorosa, ma l’inconscio di un appassionato di Horror è
sempre in movimento. Ho pensato che Alex Garland volesse cavalcare quella
sensazione un po’ sinistra dietro ai sorrisone accoglienti ma niente, ha solo voluto fare
un film scritto con il più grosso dei pennarelloni a punta grossa.

Alex, Alex, Alex, che ci devo fare con te? Parliamo dello
sceneggiatore che ha scritto 28 giorni dopo, ma anche quello che ha avuto intuizioni alla “The Raid”, prima di essere battuto dal tempo e dalla
storia con il suo Dredd.
Il suo Ex Machina mi ha affascinato e
convinto il giusto, con Annientamento
invece ha tirato fuori tutta la sua strana voglia di declinare in versione pop
Tarkovskij, mancando miseramente il bersaglio.

Bisogna dire che tutti i suoi film avevano un filo di
inquietudine ed essendo (artisticamente) nato con l’horror di Danny Boyle, era
inevitabile che Garland prima o poi ne firmasse uno tutto suo, ecco, è il
risultato che mi ha lasciato abbastanza freddino però. Da qui in poi moderati SPOILER, lo scrivo solo perché il film dovrebbe uscire anche da noi a breve, anche se la strombazzante (ed originalissima) pubblicità che lo vende come un horror che fa collassare la gente in sala è già cominciata.

Sono fuori dal tunnel, del divertimento (anche perché con Garland non si corre il rischio di divertirsi troppo)

La storia è intrigante, anche molto bisogna ammetterlo, Harper
Marlowe (Jessie Buckley) ha passato dei brutti casini con l’ex marito James (Paapa
Essiedu), li scopriremo tutti visto che Alex Garland tempesterà il suo film di
flashback in modo che il suo urlato messaggio arrivi forte e chiaro. Per
prendersi una pausa e staccare dal mondo, Harper affitta una casa di campagna
in un villaggetto della provincia inglese, il classico posto dove ti
aspetteresti di trovare in esilio l’agente Nicholas Angel, e questo spiegherebbe la delirante linea di dialogo sul cigno, ma
sto divagando, torniamo alla trama.

Il proprietario di casa è l’amichevole e strambo Geoffrey (Rory
Kinnear), eccentrico, tutto sorrisi e umorismo da sociopatico, gentile oltre
misura, roba da cinque stelle su Tripadvisor ma non senza una certa dose di
ansia, anche perché per via di alcune vecchie abitudini, Harper malgrado il
divorzio doloroso ha prenotato ancora a nome Marlowe, quindi Gregory come
faceva l’agente Smith con Neo, si ostina a chiamarla con il suo vecchio cognome
da sposata e già qui vedono i segni del pennarellone di Garland, che il
correttore continua a trasformare in Gardaland, forse sta cercando di mandarmi
dei messaggi?

La donna che coglie la mela dall’albero, ah! Il simbolismo!

Harper cerca di rilassarsi con lunghe passeggiate, molto
lunghe, perché il film prodotto dalla A24 si porta dietro uno stile preciso, i
100 minuti di “Men” non sono poi molti anche se percepiti sembrano più o meno
il doppio, visto che la storia avrebbe funzionato alla grande come
cortometraggio, ma se passi il tempo a inquadrare la protagonista che passeggia
o a soffermarti sul corpo putrescente di un cervo morto (una metafora della
condizione di noi spettatori davanti a questo film secondo me), la volontà di
allungarsi verso lo schermo, mimando il classico e universale gesto di “stringi”, si fa molto forte.

All’improvviso un uomo nudo compare in lontananza e comincia
a seguire Harper, il nudista della domenica è il primo di una serie di
personaggi sinistri che popolano il villaggio, ma il primo a rivolgere la
parola alla donna è uno strambo ragazzino con la faccia da vecchio (che entra
in scena indosaando una maschera da donna, e via con il METAFORONE!) che è
interpretato sempre da Rory Kinnear che in questo film fa gli straordinari,
visto che ricopre anche il ruolo del Vicario del villaggio, che cerca di
consolare (oddio consolare…) Harper dicendole che se suo marito si è suicidato
beh, forse è anche un po’ colpa tua cara ragazza. Alla faccia del buon
consiglio.

Kinnear, che da qui a fine carriera interpreterà solo più sinistri stramboidi.

La trovata di rappresentare tutti gli uomini del villaggio
come figli della stessa madre – anche se nel finale Garland farà di peggio –
bisogna dire che non è niente male, per certi versi questi sinistri figuri
tutti con il volto di Rory Kinnear, sembrano la rappresentazione di tutti i
maschietti fastidiosi, quelli che allungano le mani, che insultano e che in
generale non rispettano le donne che qualunque signora nella vita prima o poi
purtroppo ha avuto la sfortuna di incontrare. Insomma “Men” è un metaforone sul maschilismo tossico,
il che non sarebbe affatto un male se Alex Garland (non Gardaland) non avesse
ricoperto tutto con quintali di spocchia come se non ci fosse un domani.

Bisogna dire che il ragazzo sa davvero dirigere, le atmosfere
sospese gli riescono davvero bene, infatti “Men” ha il ritmo e le visioni da
incubo anche un po’ frammentarie e spezzettate tipiche della nottataccia dopo la
peperonata, ma anche quintali di supponenza tanto da risultare urticante, non nel
messaggio che trovo condivisibile, ma proprio nella messa in scena pretenziosa. Sul fronte del film di genere, utilizzato per dare una picconata in faccia al
maschilismo, il suo “Men” va sotto bevendo dall’idrante contro Revenge, giusto per fare un titolo ben più riuscito.

Quello che succede quando metti insieme Garland e la A24.

Dopo aver sottolineato il suo messaggio con il pennarellone
quelle quattordici o quindici volte, in modo che anche il più distratto degli
spettatori possa coglierlo, Garland che già di suo ama i ritmi lenti per le sue
storie, si fa coccolare dallo stile della A24, perdendosi in una serie di scene
molto arty, però farcite di dialoghi
strampalati per sottolineare il messaggio urlato del film.

L’intuizione di prendere ispirazione da L’invasione degli ultracorpi è sempre cosa buona e giusta, ma tale
supponenza nel ribadire il messaggio contro il maschilismo malsano sarebbe meglio perderla che trovarla, non solo fa perdere potenza anche alle
buone trovate che ci sono nel film, ma confermano quanto Alex Garland sia un regista
fighetto, a volte per il solo gusto di esserlo.

Anche Society era
un metaforone, anche molto più urlato di “Men”, che però aveva dalla sua l’effetto
sorpresa e una volontà di sconvolgere il pubblico sincera, da vero Punk,
Garland al massimo è uno che vuole atteggiarsi, infatti nel finale mette su una
lunga sequenza da incubo, che chiarisce perché i personaggi interpretati da Rory
Kinnear abbiano tutti lo stesso volto, per altro realizzata con degli effetti
speciali davvero ben fatti che garantiscono la quota “Body Horror” della
storia, però Alex, benedetto figliolo, se in questa trametta
stiracchiata per arrivare a 100 minuti di durata, mi infili anche quattro parti maschili
uno in fila all’altro, anche meno Alex, anche meno, fai il bravo.

Quando vuoi dire a tutti i tuoi amici del DAMS che hai visto Society.

Se fosse stato un cortometraggio, “Men” sarebbe potuto
risultare anche brillante, ma così è solo l’ennesima conferma di un autore spocchioso
che guarda al cinema del passato ma invece di rielaborarlo, dimostrando di
averne assimilato la lezione, non fa che rendere tutto banale. Una volta arrivati ai titoli di coda (sulle note di “Love song” di Elton John, che simpatico che sei Alex), quello che resta è l’ottima prova di Kinnear, pronto per tutti i ruoli da stramboide da qui alla fine della sua carriera.

Certo il film
farà parlare perché quella sequenza finale è forte, realizzata con buoni effetti
speciali e il tema della critica al maschilismo risulta puntuale, ma “Men” mi è
sembrato un film pensato per fare colpo sugli studenti del DAMS che non
distinguono Brian Yuzna da Stuart Gordon, insomma io e Alex Garland non saremo
mai grandi amici, non se continua a fare film così.

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