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Men in Black 3 (2012): a spasso nel tempo

Viviamo tempi bizzarri, e di conseguenza guardiamo film bizzarri. Così strambi che se una casa di produzione detiene i diritti di sfruttamento di una saga nota presso il grande pubblico, fa di tutto per spremere il limone e tenerseli, anche far tornare gli uomini in nero al cinema, dieci anni dopo la loro ultima avventura.

Come dicevamo parlando di Men in Black II, Will Smith aveva dei piani per una trama che avrebbe già voluto vedere fin dal secondo capitolo, ma che è diventata reale solo nel 2012, problema: nel frattempo lo scenario attorno ai MIB era leggerissimamente impazzito.

Per la Columbia Picture il 2012 è stato simile all’apocalisse pronosticata dai Maya, dopo aver cacciato a pedate Sam Raimi, dovevano sfornare per forza un film su Spider-Man per restare incollati ai diritti di sfruttamento del ragnetto, com’è andata a finire purtroppo lo ricordiamo tutti. Si ma nella porzione dell’anno in cui era in programma “Spider-Man 4”, ovvero fine Aprile primi di Maggio che cacchio facciamo uscire? Facile MIB, anzi MIB³.

Bisogna fare i conti con alcune novità, i tempi sono cambiati e richiedono sacrifici, come quello di Rip Torn, l’attore che interpreta il capo dei Men in “BlAck” (cit.) fin dal primo film, che per via di qualche problemuccio legale, viene dato per morto dalla Columbia, che lo sostituisce con l’agente O interpretato da Emma Thompson, così, giusto per metterci dal lato giusto della barricata. Anche se Rip Torn è tornato ad interpretate brevemente l‘agente Z nel 2015, nel video sulla sicurezza a bordo delle linee aere della Nuova Zelanda. Avete presente lo “spiegone” su come allacciarvi le cinture quando siete un aereo? Ecco, la loro interpretazione di questa procedura dovrebbe farvi capire quanto “Men in Black” si entrato a far parte della cultura popolare, e di quanto il nostro sia un Paese del terzo mondo, oltre che strambo e a forma di scarpa.

Avevano già fatto il funerale a Rip Torn, sette anni in anticipo (ciao Rip!)

Cos’altro è cambiato nel frattempo? Robetta, solo il protagonista Will Smith. Ve li ricordate i tempi in cui l’ex Principe di Bel-Air si divertiva e voleva solo fare il figo al cinema? Inutile negarlo ci ha fatti divertire tutti, poi ha scoperto Gabriele Muccino, e diventato padre ed è tutto finito. La massima ossessione di Smith è stata a lungo quella di lanciare la carriera di suo figlio, una volta rassegnato alla condizione “Caprina” della recitazione del giovane Jaden Smith – per capirlo ha dovuto sfornare un remake di “Karate Kid” senza il karate e affondare la carriera di M. Night Shyamalan, capra e duro di comprendonio – il suo principale obbiettivo al cinema è stato quello di portare avanti la sua campagna elettorale per essere nominato “Miglior padre della storia dell’umanità”.

“Men in Black 3” è il primo film di Will Smith dopo tre anni di pausa, il tempo di cui ha avuto bisogno per assimilare il fatto che nel frattempo, aveva recitato in un SECONDO film di Gabriele Muccino. Ora, io non so che traumi abbia avuto Smith (a parte Muccino intendo), ma se il tuo produttore esecutivo si chiama Steven Spielberg, l’uomo che ha trasformato il divorzio dei suoi in uno dei più grandi successi della storia del cinema, per altro a tema alieno difficile che proprio lui ti dica di no.

«Questo tizio della Bara Volante fa troppo il furbo, ora vado a sparaflasharlo»

Quindi alla trama del viaggio indietro nel tempo, per salvar il mondo e scoprire qualcosa del passato del burbero Agente K, mettiamoci anche una parte legata a padri e figli così siamo tutti felici, buonisti e contenti.

Ricordo di non aver avuto nessuno aspettativa per “Men in Black 3”, più o meno lo attendevo come il nuovo spin-off “Men in Black: International” che sta per uscire, della prima visione nel 2012 conservo la sensazione di un film abbastanza anonimo, ma comunque senza le battute e la battutacce cretine del secondo capitolo. Rivedendolo per questo ripasso, devo dire che non è così male, certo la storia resta quello che è, con tutti i paletti finora indicati e una svolta di “retro-continuity” nel finale, ma se non altro il film recupera un po’ dello spirito originale della serie, che era andato diluito con il secondo film.

Voto dieci, per l’imitazione del sorriso di Tommy Lee Jones.

Nella prima scena, il terribile criminale intergalattico Boris l’animale (Jemaine Clement, quello di What we do in the shadows, qui conciato come The Undertaker) riceve la visita in prigione di una signorina particolarmente appariscente, una in stile cantante delle Pussycat Dolls, che infatti è interpretata dalla cantante delle Pussycat Dolls. Pensa tu a volte il mondo quanto è semplice!

«Seguimi ragazza, con me avrai una lunga carriera nella musica»

Boris l’animale («Solo Boris!») è un Boglodito (salute!) molto pericoloso che ha perso un braccio quando l’agente K lo ha arrestato, nella scena iniziale lo vediamo fuggire da una base segreta collocata sul lato oscuro della Luna, molto appropriato per uno che è stato arrestato il 16 luglio del 1969, il giorno del lancio dell’Apollo 11. Il suo piano è semplice da descrivere e fantascientifico nell’applicazione: tornare indietro nel tempo per vendicarsi di K.

Ignari di tutto l’agente J (Will Smith) e l’agente K (Tommy Lee Jones che non ha più voglia e si vede) discutono del padre di J, che gli ha lasciato solo un vecchio orologio e qualche ricordo vago prima di sparire dalla sua vita. Ma la discussione s’interrompe quando nel retro di un ristorante cinese, parte una sparatoria per altro nemmeno niente male, la regia di Barry Sonnenfeld ha un buon ritmo e gli effetti speciali digitali fanno sembrare gli aggressori alieni piuttosto variegati. Malgrado tutto, improvvisamente K scompare, e nessuno sembra più avere alcun ricordo di lui, se non il suo compare J, che si ricorda ancora di quel burbero Texano, malgrado l’improvvisa voglia di latte al cioccolato che lo attanaglia. Lo ammetto, la scena della bambina che si vede portato via il latte da questa specie di Barack Obama («Mamma! Il presidente si beve il mio latte!») mi fa sempre molto ridere, che volete farci.

Il presidente degli Stati Uniti d’America, Will Smith.

Boris usando la tecnologia per il viaggio del tempo del suo vecchio compare Obadiah Price ha ucciso K nel 1969 cancellando dal continuum spazio-temporale, lasciando J in preda ad una frattura mentale che solo il latte al cioccolato può alleviare. Per evitare il disastro, bisogna ricorrere alla stessa tecnologia usata da Boris l’animale, attualmente in possesso del figlio di Obadiah Price. Una piccola spiegazione sul funzionamento e un salto giù dal palazzo dopo, J si ritrova nell’anno 1969 pronto per fermare il piano dei Boris, entrambi, quello giovane e quello vecchio. Dai non è difficile su, avete visto tutti Ritorno al futuro il principio è lo stesso!

Meglio chiudere la bocca, i moscerini sono terribili da togliere dai denti.

Il salto nel vuoto di Will Smith è un effetto “Green screen” invecchiato così così, ma se non altro resta un momento abbastanza iconico, ma dove davvero “Men in Black 3” si gioca al meglio le sue carte è nella scelta dell’attore che interpreta il giovane Agente K: Josh Brolin.

Ora, ci sarebbe la piccolissima questione da risolvere dell’incongruenza anagrafica di Brolin (che è del ’68 proprio come Will Smith), ma basta una riga di dialogo («Quanti anni hai?», «Ventinove», «te li sei fatti tutti contromano») per risolvere l’affare, anche perché parliamoci chiaro, Brolin è perfettamente credibile nei panni di un giovane Tommy Lee Jones, non solo perché sono entrambi texani e hanno recitato (senza condividere scene, proprio come accade qui) in “Non è un Paese per vecchi” (2007), ma anche perché si somigliano un casino.

Quando ancora si sceglieva un attore somigliante, senza ringiovanirlo al computer oppure usando FaceApp.

Io continuo con la mia teoria complottista: lo avete mai visto da giovane il papà di Josh? James Brolin in alcuni suoi vecchi film sembra uno che nel futuro potrebbe mettere al mondo Christian Bale. Un giorno scopriremo i veri legami di parentela, non stupitevi quando dopo un cambio di cognome avremo Christian Brolin e Josh Lee Jones.

Avere un giovane, ma già abbastanza scorbutico agente K, permette al film di giocarsi una serie di dinamiche tra agenti che riportano alla strana coppia del primo film, al resto ci pensa l’anno 1969 ad offrire tutte le situazioni possibili ed immaginabili per generare un po’ di ironia. Diventa chiaro che un nero ben vestito che guida un macchinone, sia una minaccia. Lo è nell’America del 2019 figuriamoci in quella di cinquant’anni prima!

Che poi è la battuta del tizio nero alla guida di MIB 2… ancora!

Quando poi la ricerca di Boris prevede di trovare una “Factory”, nel 1969 quella più famosa era quella di Andy Warhol, che in questo film se non altro non è il solito alieno travestito da umano (in questo film l’onore del ruolo tocca a Lady Gaga, Bill Gates, Tim Burton e il cestista Yao Ming, che però lui è un alieno per davvero!) ma in realtà è un agente del MIB sotto copertura. Trovata sfiziosa in un film che però procede un po’ troppo con il freno a mano tirato, come se la trama di Etan Cohen (quello di “Tropic Thunder”, 2008) non riuscisse pienamente a cavare fuori il meglio dalla situazione creata.

In memoria di Frank il carlino, un caro ricordo di quel piccoletto.

Ma la svolta arriva con il personaggio di Griffin (un azzeccatissimo Michael Stuhlbarg) un alieno Arcaniano con la straordinaria facoltà di prevedere il futuro, anzi i futuri, tutti quanti e tutti insieme. Il suo personaggio diventa una specie di “Generatore di anticipazioni” da sfruttare per arrivare a fermare i due Boris, un cattivo che anche raddoppiando di numero, non moltiplica purtroppo il suo carisma. Anche se mi fa ridere il fatto che una delle predizione di Griffin su di lui si avveri, ad un certo punto del film, l’Arcaniano dichiara che Boris distruggerà la galassia, ed in una scena in effetti lo fa per davvero, solo che è una Ford Galaxy, una stupidata che funziona molto meglio in lingua originale come potete intuire.

«Rest in Peace» (Cit.)

Lo scontro finale a Cape Canaveral, il giorno del lancio dell’Apollo 11 è abbastanza divertente e ben ritmato, Barry Sonnenfeld detta un buon ritmo e se riuscite a chiudere un occhio sul modo in cui J e K riescono a convincere i militari a farli salire a bordo, la scena in se non è affatto male. Di suo “Men in Black 3” è un’avventura dall’aspetto retrò – come il design degli alieni di Rick Baker ispirati ai vecchi B-Movie di fantascienzatipo “Gli invasori spaziali”, 1953) come po’ come guardare una vecchia puntata di “The Avengers” (quello inglese) con un’idea di viaggi nel tempo e realtà parallele che sembra anticipare “Avengers” (quello americano).

«Nel futuro vedo, uno spin-off, con Thor nel cast!»

Il finale poi paga pegno, ci vuole una scena “paterna” per assecondare le manie di Will Smith, se non fosse che negli anni l’attore lo ha reso un tema ricorrente nella sua filmografia, fino a farcelo uscire dagli occhi, bisogna ammettere che la scena in se funziona, regalando anche un senso di circolarità a tutta la saga, che quando si parla di viaggi nel tempo, non è poi affatto un male.

Insomma “Men in Black 3” è “praticamente innocuo” per dirla alla Douglas Adams, eppure è decisamente migliore della sua fama, delle condizioni di partenza in cui è stato sfornato e anche meglio del secondo capitolo. Il mio preferito resterà sempre il primo, ma questo terzo film andrebbe rivalutato, oppure dovrebbe aiutarci a capire quanto è cambiato il cinema dal 1997 ad oggi, considerando che sta per uscire lo Spin-off della saga, avremmo presto altro materiale per il confronto.

Sepolto in precedenza giovedì 18 luglio 2019

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