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Miami Vice (1984-1989): G.T.A. (Grande TV Avanguardista)

Con questa Bara ho avuto l’opportunità di sorvolare a volo radente tanti titoli di culto, Classidy e film che sono entrati nell’immaginario collettivo, chi mi legge mi riconosce spesso un certo legame con il decennio degli anni’80, quindi prima o poi sarei dovuto sbarcare anche a Miami, benvenuti al nuovo capitolo della rubrica… Macho Mann!

Incassata una sconfitta sul grande schermo, Michael Mann non si dà per vinto e il 16 settembre del 1984 sul canale televisivo NBC va in onda l’episodio pilota di una nuova serie intitolava “Miami Vice”, l’episodio intitolato “Brother’s Keeper” è diretto da Thomas Carter e sceneggiato dal creatore della serie, Anthony Yerkovich, già autore di fortunati telefilm come “Hill Street giorno e notte”.  La leggenda narra che l’idea per la serie sia arrivata a Yerkovich dal nuovo linguaggio della neonata MTV, infatti il soggetto veniva riassunto spesso così: poliziotti da MTV. Una definizione che a Michael Mann andava strettissima e che il regista di Chicago non ha mai riconosciuto per davvero, già, perché la serie sarà anche nata da un’idea di Anthony Yerkovich, ma il produttore esecutivo e vero responsabile della riuscita e della messa in scena generale, era proprio il nostro Michele Uommo, perché per certi versi gli anni ’80 non sono cominciati davvero, finché non è andata in onda la prima puntata di “Miami Vice”.

Senza mai sceneggiare o dirigere nemmeno un episodio di “Miami Vice”, Michael Mann ha saputo lasciare la sua impronta indelebile sulla serie, per sua stessa ammissione con questo telefilm non hanno proprio reinventato l’Hula Hoop (citando l’avvocato Buffa), ma reso estremamente contemporaneo delle dinamiche che già esistevano, quelle che su questa Bara chiamiamo i film di Strambi sbirri, in cui due poliziotti agli antipodi mettono su un’amicizia virile e risolvono casi insieme, semplice? No, perché è proprio quel rendere contemporaneo che offre la vera dimensione del talento di Mann.

La buoncostume di Miami, tutori dell’ordine e dello stile.

Ogni episodio di “Miami Vice” termina con la scritta in bella vista A Michael Mann production, infatti la serie è basata su due delle principali caratteristiche di questo autore: un’estetica curata fino all’ultimo dettaglio e una ricerca del realismo maniacale. Iniziamo da quest’ultima, applicando quanto già fatto per Strade Violente, Mann si studia tutte le procedure della buoncostume della città della Florida per raccontarle nel modo più realistico possibile nella serie, applicando ai protagonisti una cura maniacale che ha segnato l’estetica, il gusto, la moda e lo stile degli anni ’80. 

Questo lavoro di cesello parte prima di tutto dai due protagonisti, una coppia di “Strambi sbirri” che ha cambiato il volto del piccolo schermo per sempre, da Flat Creek nel Wisconsin, Mann pesca il vero Jolly della serie, quel Don Johnson che aveva avuto parte in piccolo ruoli (anche se qualcuno di culto), ma che ha davvero fatto il botto con il ruolo dello sbirro James “Sonny” Crockett, uno che vive su una barca attraccata al porto, con un adorabile animaletto domestico, un alligatore di nome Elvis. Sonny guida italiano, l’iconica Ferrari Testarossa color bianco, ma soprattutto veste italiano, tanto che le grandi firme della moda si ammazzano per farsi buona pubblicità nella serie con i loro abiti (storia vera) lanciando così quello che verrà ricordato come lo stile “T-shirt Armani”. Sonny, infatti, veste casual, giacche dai colori pastello indossate sopra t-shirt, con pantaloni larghi il più delle volte senza cintura sopra scarpe basse, rigorosamente senza calze, ovvero come far venire il raffreddore a tutti gli imitatori sparsi nel mondo, lontani dalla calura di Miami. 

Non sono stato me stesso mai, no, non c’è niente da capire, Ferrari bianco, si Miami Vice (cit.)

Il suo nuovo compare Ricardo “Rico” Tubbs è interpretato dall’attore Philip Michael Thomas (che dopo questa serie non ha avuto fortuna come il suo compare), di colore sì, ma con gli occhi azzurri e uno stile in linea con la bella presenza, Tubbs sarà anche sbarcato a Miami da New York in cerca di giustizia per il fratello ucciso, ma veste completi impeccabili, non esce mai di casa senza la doppietta e la cravatta, insomma negli anni ’80 Rico e Sonny facevano la moda e dettavano le regole dello stile. 

Un’immagine che crea se stessa, come sempre nel cinema di Mann che è il vero Re senza corona degli anni ’80, perché dire che “Miami Vice” spopolava, non rende davvero l’idea della dimensione del successo, un anno dopo la messa in onda del primo episodio, con quindici Emmy Award accumulati sulla mensola, la rivista Time, a mani basse la più influente testata giornalistica degli Stati Uniti allora come oggi, dedicava una copertina alla serie, con il volto dei due “Strambi sbirri” e la frase esemplificativa: «Cool cops hot show». 

Quando anche la rivista simbolo dei salotti bene americani ti dedica una copertina rock, vuol dire che sei all’apice.

“Miami Vice” aveva ancora la struttura verticale dei telefilm con cui siamo cresciuti, un caso alla settimana per Sonny e Rico, con alcuni personaggi ricorrenti pronti a tornare, in un accenno di trame orizzontali che ha anticipato le moderne serie tv, perché, per certi versi, insieme a Twin Peaks è stato proprio Michael Mann con questa serie a portare il cinema sul piccolo schermo, contribuendo a fare un salto di qualità alla televisione che di colpo non era più il cimitero degli elefanti per le carriere di attrici e attori, ma la festa più figa alla quale tutti volevano essere invitati, infatti “Miami Vice” poteva contare su una colonna sonora composta dal meglio del meglio della musica di quel periodo (dai Dire Straits a Peter Gabriel, passando per gli ZZ Top e il mio odiato Phill Collins che qui ha un ruolo determinante), a cui bisogna aggiungere l’incredibile colonna sonora originale composta da Jan Hammer, davvero iconica, ma anche su tutte le facce note o pronte a fare il santo, della musica e del cinema, qualche esempio? 

«Dio si chiama Zappa Frank Vincent» (cit.)

John Turturro e Pam Grier (1×17), Gene SImmons dei KISS nei primi due episodi della seconda stagione, Frank Zappa nella parte di un narcotrafficante nell’episodio 2×19, lo stesso in cui Michael Richards (il Kramer di “Seinfeld”) minaccia il figlio di una leggenda vivente del basket come Bill Russell. E ancora: Thomas Milian (2×09), Liam Neeson terrorista dell’IRA (3×01), Ron Perlman e Laurence Fishburne (3×04), ma l’elenco sarebbe infinito, da Don King ad una Lori Petty super sexy (4×10), Steve Buscemi (3×07), Brad Dourif, John Leguizamo, Stanley Tucci, James Brown e Chris Rock, Lou Dimond Philips (in un episodio inedito in Italia, 3×19), George Takei, Julia Roberts e persino Melanie Griffith, bellezza che quel dritto di Don Johnson aveva impalmato ventiduenne appena sbarcata ad Hollywood e che ha diretto recitando con lei nell’episodio 3×20 (“By hooker by crook”), quando i due erano tornati a fare coppia fissa. 

In quanto giocatore di basket, non potevo che scegliere l’apparizione di Bill Russell.

Da bambino non ero riuscito a seguire al meglio la serie per via del palinsesto, ma quando Italia 1 organizzò una replica più o meno attorno ad ora di pranzo, ho cercato di vedere quanti più episodi possibili, attratto dalla presenza di Bruce Willis in un ruolo da viscido cattivo picchiatore di mogli, in uno degli episodi migliori della prima stagione, diretto da David Soul (l’Hutch di “Starsky & Hutch”) la puntata 1×07 era originariamente intitolata “Three eyed turtle” una pratica sessuale su cui non scenderò in dettagli (usate la fantasia) che Mann ha pensato di re intitolare con il meno controverso “No exit”. 

«Vieni in California Florida, vedrai che bello, ci divertiremo da matti» (quasi-cit.)

Già, perché gli episodi di “Miami Vice” oltre ad un alto tasso di realismo nelle procedure di polizia e di moda negli abiti, erano caratterizzati da violenza senza tirar via la mano, sparatorie notevoli, inseguimenti (tra auto, ma anche terra/acqua, tra auto e motoscafi) e finali spesso cruenti e dolorosi, uno tra tutti, quello della poliziotta sotto copertura infiltrata tra le prostitute, nell’episodio 2×05, per altro diretto dal regista Abel Ferrara

Difetti? Sostanzialmente uno, per quanto mi riguarda, dopo una lunga e piacevolissima maratona di recupero di questa serie, devo dire che fino alla terza stagione, “Miami Vice” procede come una spada, con i protagonisti riconoscibili da una stagione all’altra per via del loro stile (entrambi capelloni nella seconda stagione, tutti dal barbiere per la terza e Tubbs con la barba nella quarta), il calo arriva nel finale della quarta stagione, dopo il classico episodio messo insieme con gli spezzoni della puntate precedenti (4×20), arriva il finale di stagione degno di una soap opera, con Sonny che perde la memoria e passa al “lato oscuro” convinto di essere Sonny Burnett la sua identità utilizzata per le tante operazioni sotto copertura, ma bisogna dire che a quel punto della serie, Michael Mann era già volato nella sua Chicago, per cercare di replicare il colpo di “Miami Vice” con “Crime Story”, durata una sola stagione e ambientata tra i Gangster di Chicago, una serie inedita in uno strambo Paese a forma di scarpa che non ha cambiato l’immaginario collettivo come ha saputo fare Miami Vice, ma che tornerà a fare capolino nel corso di questa rubrica su Michele Uommo. 

La quarta stagione è quella dove sul set girava roba buona e i barbieri erano chiusi.

Inutile girarci attorno: “Miami Vice” è stato un successo micidiale, in grado di influenzare la moda e lo stile, cogliendo in pieno lo spirito degli anni ’80 e della città, tanto che la neonata squadra di basket nella NBA a lungo ha rischiato di chiamarsi proprio Miami Vice, salvo poi perdere lo spareggio in favore del nome che utilizzano ancora oggi, Miami Heat (storia vera), la curiosità è che Heat in qualche modo, rimanda sempre a Michael Mann. 

Sonny e Rico sono due uber fighi che di fatto hanno saputo imporsi come i Fonzie degli anni ’80, ma “Miami Vice” è un poliziesco puro che ha le sue radici nei modelli giusti, tanto che i due poliziotti protagonisti sono uno bianco e l’altro di colore, come impone la tradizione creata da Walter Hill, ma per Mann il colore della pelle di Tubbs non è troppo una faccenda sulla quale montare tematiche razziali, perché al regista di Chicago principalmente interessava creare immagini esteticamente belle, almeno quanto i suoi due stilosi protagonisti, infatti tra gli episodi di “Miami Vice” è possibile trovare molto del cinema futuro d Michele Uommo. Anche se bisogna dire che l’elemento politico non è del tutto spazzato via dall’estetica, anzi ad esclusione di un album dei Clash, la prima volta che ho sentito parlare di Sandinisti è stato in un episodio di “Miami Vice” (storia vera).

«Noi, facciamo, tendenza» (cit.)

Fin da subito, fin dalla puntata pilota della serie, per Michael Mann le auto sportive, lo stile e il gusto nel vestire dei suoi protagonisti, sono figli del lavoro di pura estetica applicata alla storia iniziato con Strade violenteper Mann il piccolo schermo diventa la palestra in cui allenare soluzioni visive che renderanno grande il suo cinema fatto di azioni mostrate, sguardi più che parole, dove la musica spesso prende il sopravvento e comunica più di mille righe di dialogo, quell’etica che ha sempre caratterizzato gli eroi Manniani, professionisti rappresentanti in pieno dal loro mestiere, nel caso specifico di Sonny e Rico i poliziotti. 

Vi ho già raccontato che ho avuto dei trascorsi violenti con Phill Collins che, per altro, compare in “Miami Vice” come attore nell’episodio 2×12 e per mia somma gioia viene maltrattato dai due protagonisti per tutta la durata della puntata, eppure il maledetto Filippo Collina ha un ruolo chiave anche nel pilota della serie che si conclude con una lunga sequenza che è puro Mann al 100%: sulle note di “In the air tonight” Sonny e Rico guidano verso il porto dove avverrà la sparatoria finale, andando oltre l’effetto videoclip ed elevandolo a puro cinema. I due guidano tra la strade illuminate dai neon, in cui tutto, dall’asfalto al cofano dell’auto, è una superfice riflettente spinta al massimo della sua potenza estetica. Sonny prima della resa dei conti si ferma ad una cabina del telefono (per i più giovani alla lettura, i cellulari degli anni ’80) per chiamare la moglie da cui sta divorziando, per Sonny è importante chiederle se prima di tutto il casino con gli avvocati, quello che c’era tra loro era vero, chiarito questo Sonny è pronto per lo scontro finale ed io un minimo ho fatto quasi pace con Filippo Collina. Quasi eh? Ora non esageriamo. 

Michele Uommo riesce a rendermi accettabile anche il maledetto Filippo Collina.

Nel corso della serie, però, le visioni del Mann che sarà non mancano, nell’episodio 2×04 nei panni di un reduce fuori di testa, compare un attore destinato a diventare uno dei pretoriani di Mann, Bruce McGill, che di certo ricorderete per il ruolo del pilota Jack Dalton in “MacGyver”, ma fosse solo questo. 

Nell’episodio 3×06, Sonny dà la caccia ad un Serial killer che perseguita e uccide le famiglie, dopo averle a lungo osservate, nel corso dell’indagine il poliziotto si cala così tanto nella mentalità dell’assassino da rischiare un tracollo nervoso totale, ma è chiaro che per il discorso Manniano chiave, quello sullo sguardo (vi farò due maroni così da qui fino alla fine della rubrica) questa puntata sembra una grande prova generale per il “Manhunter”, a breve su questa Bara. Sono io che mi sono calato a mia volta troppo nei meandri del cinema di Mann? Forse, ma l’episodio 1×20 termina con Sonny in pace sulla spiaggia dopo una difficile indagine, sulle note di “Heartbeat” dei Red 7 che, non a caso, è lo stesso pezzo che sentiremo anche sui titoli di coda e sul finale quasi identico del già citato “Manhunter”. Mi sa che sto iniziando a mostrare più segni di ossessione di Sonny, andiamo avanti. 

Il mare, che per Mann è sempre sinonimo di libertà per i suoi personaggi e in sottofondo questa.

Michael Mann riesce a dare potere alle immagini e alla musica che il più delle volte hanno il sopravvento sulle parole e i dialoghi, mettendo a punto uno stile che per troppi anni presso la critica frettolosa gli è valsa l’etichetta di regista tutto estetica e poca sostanza… Niente di più sbagliato, perché nel cinema di Mann (e anche nella cinematografica “Miami Vice”) i sentimenti dei personaggi sono come fuoco che brucia sotto la cenere, tutto può sembrare scintillante, freddo esteticamente bellissimo e distaccato, ma dentro ogni sguardo, ogni silenzio e ogni primo piano, bruciano i tormenti e i sentimenti viscerali che guidano i personaggi, una puntata molto rappresentativa di questo stile secondo me è l’episodio 2×08 (“Bushido”). 

«La regola del samurai impone l’immediatezza, dunque è meglio attaccare frontalmente» (cit.)

Il tenente Martin “Marty” Castillo, il capo di Sonny e Rico è interpretato dai baffi e dalla faccia che pare una cartina geografica di quel gran mito di Edward James Olmos, in questo episodio il personaggio cerca di salvare la moglie e il figlio di un amico da un agente del KGB che dà loro la caccia. Nel corso della puntata Castillo finirà per raccontare la sua etica al bambino, ma per farlo utilizzerà il racconto di un Samurai legato appunto alla filosofia del Bushido, tutto questo poco prima di concludere l’episodio con un duello, da una parte l’agente del KGB armato di mitra, dall’altra Castillo armato di Katana, una roba che urla Michael Mann ad ogni fotogramma.

Così come gli episodi legati al passato di Castillo, i suoi trascorsi in Vietnam lo legano ad una donna orientale, una bellezza dagli occhi a mandorla che sarà un altro elemento ricorrente nel cinema Manniano, insomma “Miami Vice” non ha solo dettato la moda e lo stile degli anni ’80, ma è stata la palestra del cinema Manniano che sarebbe arrivato di lì a poco, un allenamento che ha fatto fare un salto di qualità enorme al piccolo schermo nell’evoluzione dai vecchi telefilm alle attuali serie tv. 

La frase su un posto con acqua calda, drink freddi e dove non si conoscono i nomi di tutti gli spacciatori chiude alla grande una serie che ha fatto la storia.

Anzi, mi piace pensare che una delle migliori mosse di Don Johnson in qualche modo sulla lunga distanza, abbia avuto una sua influenza sul cinema di Michael Mann, perché il vecchio Don, padrone assoluto della serie sul set e fuori, ama spesso concludere le giornate di riprese dicendo a tutti: «Stasera? Messicano per tutti? Ho già prenotato!», la risposta era più o meno «Ok Don, in che ristorante si va?», «No no, aeroporto, ci aspettano già sulla pista con il motore acceso, si va tutti a città del Messico, cena e fiesta e domani mattina si torna in tempo per girare la nuova puntata belli freschi» (storia vera). Mi piace pensare che in qualche modo la mossa “Noi andavamo in Messico, evviva, viva il Messico” (cit.) di Don Johnson sia stata ispiratrice per la scena del Mojito a Cuba dell’altra interpretazione di Mann di “Miami Vice”, ovvero il film del 2006, anche quello in programma nel corso della rubrica, intanto visto che so che gradirete, beccatevi la notevole sigla della serie, la miglior pubblicità mai fatta alla città di Miami.

Sta di fatto che la cura per le immagini e per il dettaglio imposta da Michael Mann con “Miami Vice” non solo ha rivoluzionato per sempre il panorama del piccolo schermo, ma ha colpito la cultura popolare con la potenza di un uragano partito dalla Florida per influenzare il cinema, la moda maschile, il fascino per un’intera città e più in generale tutti gli anni ’80. Perché i film, i fumetti, i videogiochi (uno su tutti “Grand Theft Auto”) e i film che hanno beneficiato dell’iconografia creata da “Miami Vice” sono stati centinaia, ancora oggi penso che Sonny e Rico siano un’immagine di stile e fascino maschile impressi a fuoco nella memoria del pubblico di tutto il pianeta, non ho mai pensato ai Classidy delle serie tv, ma sicuramente “Miami Vice” sarebbe parte di questo club e anche questo dice moltissimo dello straordinario talento di Michael Mann. Prossima settimana? Se vi è sembrato che questa rubrica fino a questo punto abbia scherzato, tra sette giorni entrerà nel vivo, si va a caccia di serial killer, non mancate!

Sepolto in precedenza venerdì 25 marzo 2022

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