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Million Dollar Baby (2004): tutto nella boxe funziona al contrario

«Frankie amava ripetere che la boxe era qualcosa di innaturale, che nella boxe si fa tutto al contrario. Quando vuoi spostarti a sinistra, non fai un passo a sinistra: spingi sull’alluce destro. Per spostarti a destra usi l’alluce sinistro. Invece di allontanarti dal dolore come farebbe qualunque persona sana, gli vai incontro». Che è un po’ quello che dovrò fare io oggi per scrivere questo post e in generale, chiunque ancora oggi, decida volontariamente di vedere o rivedere “Million Dollar Baby”, un film bellissimo che potrei liquidare con la classica frase da cinefilo, quella sui pugni, ma francamente ho altro da raccontare.

Come ad esempio il mio solito mantra, quello per cui la lunghissima carriera da regista di Clint Eastwood per molti, sembra iniziata con Gli Spietati, proseguita con Mystic River e culminata con questo “Million Dollar Baby”, la sacra trilogia che per effettivi meriti e manifesto amore da parte del pubblico, ha oscurato tutti gli altri titoli di Eastwood, anche se prima di arrivare a lui, la sceneggiatura ha fatto un lungo percorso.

«Stai leggendo di nuovo la premessa della Bara Volante?», «Non è colpa mia se sono chilometriche»

Nel 2002, Paul Haggis trasformò in un copione l’antologico “Rope Burns: Stories from the Corner”, scritto da F.X. Toole, pseudonimo dell’ex-pugile Jerry Boyd, in parte dedicato al suo mentore, l’allenatore Dub Huntley. Avete presenta la porzione di film che vede protagonisti il personaggio di Eastwood, Frankie Dunn ed Eddie Dupris, ovvero Morgan Freeman? Stessa cosa.

Huntley a lungo è stato “cutman” e allenatore, nell’angolo per svariati altri pugili, compresa Juli Crockett, imbattuta con tre vittorie zero sconfitte, prima del ritiro e la svolta professionale in campo artistico. Un’atleta in grado di mandare per le terre un Marine professionista di Camp Pendelton (Storia vera), oltre che diventare il modello sui cui è stata ricalcata Maggie Fitzgerald, il personaggio di Hilary Swank.

E Ralph Macchio… MUTO!

Questa storia di costole incrinate, reni fatti a pezzi e retine distaccate però, non interessava a nessuno, due vecchi, una pugile donna per altro impersonata dalla Karate Kid dimenticata, dai su, fate i bravi, sono soldi gettati dalla finestra per qualunque produttore, fino al momento in cui il copione non è finito nella mani della leggenda.

Clint Eastwood arrivava dritto dal successo di un altro titolo dal contenuto e il casting controverso in patria, mi riferisco a Mystic River di cui abbiamo parlato diffusamente, insomma la leggenda era particolarmente in vena di titoli sulla carta dal bassissimo grado di profittabilità, ed è stato più o meno così che lo ha venduto alla Warner Brothers, sua storica casa di produzione di fiducia, aggiungendo la stessa motivazione della sua precedente regia: magari non farete molti soldi, ma sarete orgogliosi di averlo prodotto un film così. La Warner non convinta, pensò ai precedenti e finí per dividere il rischio con la Lakeshore, decidendo di coprire solo i costi per la distribuzione all’estero del film, risultato? Duecentoquindici milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti portati a casa, insieme ad un Oscar per la recitazione per due/terzi dei nomi grossi del cast più due statuette per Clint, miglior film e miglior regia, oltre all’amore incondizionato del pubblico, che ancora lo considera uno dei più celeberrimi capolavori di Eastwood.

“Million Dollar Baby” è la storia di personaggi spezzati, perché parlare di boxe è parlare di rispetto, cercare di ottenerlo per sé stessi, togliendolo all’avversario, ma soprattutto per riprovare a riconquistarlo, anche quando sei un ex pugile che dopo tanti incontri perde la vista da un occhio e finisce a spazzare pavimenti in una palestra di periferia, oppure di personaggi come Danger (Jay Baruchel), qui in versione Luigi il pugilista, un personaggio comico che diventa tragico, che poi è un po’ l’andamento del film stesso.

Luigi il pugilista, che ha il dono della svista e che nessuno pesta (cit.)

Mi è concesso un paragone ardito? Sapete che amo molto i film che iniziano in un modo e terminano in maniera completamente diversa, quelli che cambiano genere in corso d’opera, un po’ come faceva Predator, in tal senso “Million Dollar Baby” è il “Predator” di Eastwood, ai tempi più di uno spettatore si è interrogato: ma perché il vecchio Clint ha diretto il suo Rocky in gonnella, ritagliandosi un ruolo da Maestro Miyagi? Quando abbiamo visto il film abbiamo capito come mai, a suo modo Eastwood ha diretto un’altra storia americana fino al midollo di perdenti, anzi, di varie sfaccettature di perdenti, a partire da Margaret “Maggie” Fitzgerald, impersonata da una Hilary Swank che nel 2004 sembrava non potesse sbagliare un ruolo nemmeno volendo.

Troppo vecchia per iniziare a tirare pugni, troppo povera per avere un suo sacco veloce, ma anche troppo facile etichettare lei e il suo rapporto con Frankie Dunn (Clint Eastwood) come quello del padre o della figlia che la controparte non ha mai avuto, perché il film è ancora più sfaccettato di così. Ad esempio ho sempre amato il non detto, il plico di lettere alla figlia biologica che tornano puntualmente indietro a Frankie, rispedite al mittente, che raccontano di un rapporto che si è rotto per motivi che non conosciamo, e che non si risanerà mai, ecco perché, con lo stesso non detto da confessare solo alla fine (in più di un senso di questa parola), abbiamo quel nome di battaglia, Mo Cuishle, la parola in gaelico da non rivelare mai che però nelle traduzione, contiene già tutto del rapporto tra i protagonisti.

«Visto? Ci ho messo anche l’arpa per ricordare la birra preferita di Cassidy»

Maggie per Frankie non diventa solo una nuova speranza professionale, ma la speranza di poter rimediare allo strappo con la vera figlia, esattamente come per Maggie, capace di mandarle tutte già al primo round le avversarie, la concreta possibilità di definirsi, riscattarsi da una vita da “White trash”, per usare un’espressione cara ai nostri cugini Yankee, ben rappresentata dalla famiglia della ragazza, un branco di stronzi che si meriterebbero solo i pugni in faccia. Chiedetevi poi perché Maggie si è specializzata proprio in questo campo eh?

Rivedere la coppia composta da Freeman ed Eastwood poi, ci rimanda idealmente proprio a Gli Spietati, dove erano compari e coscienza uno dell’altro, ma “Million Dollar Baby” è un Classido proprio per il modo in cui riesce a trasformare in cinema le massime sul pugilato snocciolate da Frankie, il pugile si muove al contrario, per mettere fine al dolore, deve andare incontro all’origine del dolore stesso, i pugni, quelli che in questo film abbondano.

Un film più ricattatorio, avrebbe cesellato tutti i suoi personaggi come più teneri, carini e adorabili, Eastwood no, lui si ritaglia uno dei personaggi più burberi di una carriera piena di tipi poco avvezzi ai buoni rapporti con l’umanità, sarà per questo che mi ci sono riconosciuto subito? Ho amato il personaggio di Frankie fin dalla prima visione del film, perché nel suo controverso rapporto con il giovane prete, ho rivisto me stesso al primo (ed ultimo) giorni di Catechismo della mia vita, in cui ho messo subito la mia posizione in carico, con le mie domande e il continuo mettere in dubbio i “buchi di sceneggiatura” del testo sacro utilizzato per le lezioni (storia vera). Tutta quella sottotrama, può sembrare un alleggerimento comico, in parte lo è anche, ma è un elemento anticipato, tutto fieno in cascina per quello che accadrà dopo la svolta modifica-genere, in un film che prima sembra promettere una realistica ascesa di personaggi che ammettiamolo, un po’ di pace e successo nella vita, se la meriterebbero anche.

Uno dei miei momenti preferiti generati dalla regia da pochissimi ciak della leggenda? Hilary Swank che improvvisa sul set il salto in braccio ad Eastwood dettato dall’entusiasmo e lui, senza smettere di recitare le dice «Scendi subito, lo sai quanti anno ho?», che è la spontanea reazione di Eastwood al balzo della collega (storia vera). “Million Dollar Baby” è tutto così, un lungo “training montage” senza musica epica alla Rocky, ma con personaggi che sembrano usciti dal capolavoro di Stallone del 1976 perché sono perdenti in cerca di riscatto, americani fino al midollo, ma americani di un film di Eastwood, che è sempre lo stesso che faceva cucire un tendone da circo con le bandiere a stelle e strisce ad un gruppo di pazienti di un istituto psichiatrico in “Bronco Billy” (1980), e proprio per quello si beccava accuse di ultra conservatore per patriota.

«Mi hanno detto che non può esistere un post su Million Dollar Baby senza questa foto, quindi resta in posa»

Esattamente come picchia duro nella prima parte, “Million Dollar Baby” lo fa anche di più nella seconda, se all’inizio si lottava contro la propria condizione di miseria, per provare ad emergere e riscattarsi, nella seconda si combatte contro l’inevitabile, la grinta è la stessa, la determinazione dovrebbe esserlo, anche se quella di Frankie per ovvie ragioni, barcolla come un pugile suonato, ma il principio è sempre lo stesso, come boxeur invece di sfuggire dalla fonte del dolore, dobbiamo andarci incontro e se in Mystic River l’ultra conservatore Eastwood faceva recitare due attori finiti nelle liste nere di Hollywood, in un America che in un brutto giorno di Settembre si era risvegliata più patriota (e guerrafondaia) che mai, qui sempre lui, quello delle bandiere di “Bronco Billy”, firma un film su un tema che di norma, all’ultra-destra non piace moltissimo, forse non il film definitivo sull’argomento, ma a mani, pugni e guantoni da boxe basse, uno dei più popolari e amati da sempre dal pubblico.

Senza cinematografia questo Eastwood eh? Zero proprio.

Nel corso degli anni ho rivisto “Million Dollar Baby” con una certa frequenza, mai a cuor leggero, ogni volta l’ho trovato sempre bellissimo, tanto che insieme ad un altro paio di titoli, giustamente rappresenta l’apice di un momento di creatività e maestria registica che ancora oggi, viene considerata il meglio della produzione Eastwoodiana, a volte anche al costo di ignorare tanti altri titoli meritevoli della sua filmografia, ma cosa gli vuoi dire a “Million Dollar Baby” che non sia stato già detto e scritto in tutti questi anni? Elogi meritati fino all’ultimo, gli Oscar sono per chi li considera, al massimo una conferma se volete, ma questo capolavoro di Eastwood parla abbondantemente da solo e lo fa con una forza inalterata da vent’anni.

Per quanto sia ogni volta doloroso rivederlo, questo compleanno andava festeggiato e farlo oggi, nel giorno del compleanno del suo regista, era quasi un dovere, auguri Mo Cuishle e auguri leggenda!

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