
Lo so cosa state pensando: Un altro film sui Minions. Ormai siamo arrivati al punto in cui quei cosetti gialli hanno colonizzato il pianeta più efficacemente degli alieni de L’invasione degli ultracorpi. L’invasione degli ultracorti. Li trovi ovunque: nei cinema, negli zaini dei bambini, nei supermercati, sui pigiami e probabilmente anche in qualche documento riservato della CIA che nessuno ha ancora avuto il coraggio di desecretare.
Per questo motivo, quando ho sentito parlare di “Minions & Monsters”, la mia reazione iniziale è stata grosso modo la stessa che si ha davanti all’annuncio dell’ennesimo capitolo di una saga arrivata al settimo episodio: «Va bene ragazzi, ma avete davvero ancora qualcosa da raccontare?»

La risposta, sorprendentemente, è sì. E la cosa più assurda è che qualcuno alla Illumination ha avuto un’intuizione che avrebbe dovuto essere evidente fin dal primo giorno, i Minions funzionano perché sono essenzialmente personaggi del cinema muto smarriti nel XXI secolo. Pensateci, parlano una lingua incomprensibile, comunicano soprattutto attraverso il corpo, vivono di gag fisiche, disastri, inseguimenti e comicità visuale. In pratica sono più vicini a Charlie Chaplin, Buster Keaton e Harold Lloyd che a gran parte dei protagonisti dell’animazione moderna.

Infatti Minions & Monsters prende questa intuizione e la trasforma nel cuore del film. L’idea è semplice e per questo geniale: spedire i Minions nella Hollywood degli anni Venti, nel periodo del cinema muto, quando la risata non dipendeva dalle battute ma dalla capacità di un attore di lanciarsi giù da un palazzo senza rompersi tutte le ossa. O almeno non davanti alla macchina da presa.
Per buona parte della sua durata il film si diverte ad omaggiare l’epoca d’oro degli studios, giocando con set western, vecchi kolossal, slapstick e con la transizione dal muto al sonoro. È una trovata che permette a Pierre Coffin (…cioè, si chiama “Bara” di cognome, essù, uno di casa!) di ricordare a tutti perché questi personaggi siano diventati così popolari: non perché parlano, ma perché non ne hanno bisogno.
Qui bisogna fare un piccolo applauso, perché sarebbe stato molto più semplice prendere il solito gruppo di Minions, farli correre in tondo per novanta minuti provocando esplosioni accidentali e incassare comunque montagne di denaro.
Invece il film prova a fare qualcosa di leggermente più ambizioso, niente di rivoluzionario, sia chiaro, ma il gioco a “trova la citazione” farà divertire i cinefili, in un film che se la gioca forte sul piano meta-narrativo, inserendo il Cthulhu più cattivo che vedrete al cinema quest’anno, garantito al limone.

Anche perché, volenti o nolenti, i Minions sono ormai una sorta di fenomeno antropologico. Sono sopravvissuti a meme, sovraesposizione mediatica e a una quantità industriale di merchandising che avrebbe spaventato persino George Lucas nei suoi giorni più capitalisti, il vecchio George che per altro, doppia sé stesso in questo film (storia vera), peccato che il doppiaggio passi come pialla su nomi da niente, tipo Jeff Bridges per citarne uno.
Eppure sono ancora qui, forse proprio perché alla base funzionano secondo meccanismi antichissimi, la gag visuale, la caduta, l’inseguimento, la torta in faccia, insomma, la comicità che attraversa lingue, culture e generazioni senza bisogno di spiegazioni, in questo senso “Minions & Monsters” sembra quasi voler ricordare da dove arriva tutto questo.
Poi arriva la seconda parte, quella con “… & Monsters”, qui il film torna un po’ a essere il franchise che conosciamo, creature gigantesche, caos, distruzione, inseguimenti e tutta quella rumorosa anarchia che negli anni è diventata il marchio di fabbrica dei piccoli esserini gialli.

Funziona? Sì. È la parte migliore del film? Onestamente no. La sezione ambientata nella vecchia Hollywood è talmente fresca e piena di idee che quando la trama si sposta verso territori più convenzionali si avverte una leggera perdita di quota. Non abbastanza da compromettere il divertimento, perché il cerchio si chiude perfettamente alla grande con l’ottimo finale.
Resta però un capitolo decisamente più ispirato rispetto a molti episodi recenti dell’universo di Cattivissimo Me, soprattutto perché sembra aver finalmente capito una cosa fondamentale, che molti sequel dimenticano di fare, trova una ragione per esistere e quella ragione è un omaggio alla settima arte dritto, onestissimo e riuscitissimo, in tempi in cui metà dell’industria sembra convinta che basti aggiungere un numero al titolo per giustificare un nuovo film, credetemi, non è affatto poco.
Alla fine, la vera sorpresa non è che i Minions riescano ancora a far ridere, la vera sorpresa è che, dopo tanti anni, qualcuno abbia finalmente capito che quei piccoli combinaguai gialli appartengono più a Chaplin che a TikTok, forse è proprio per questo che continuano a sopravvivere.


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