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Minority Report (2002): scene da un omicidio (futuro)

Nel 1982 se ne andava uno dei più grandi Maestri della fantascienza, Philip K. Dick, ironico e anche un po’ triste che ci abbia lasciato proprio nell’anno in cui il (libero) adattamento più famoso tratto da uno dei suoi libri vedeva la luce, incassando spiccioli al botteghino, solo per essere poi rivalutato nel corso degli anni, quasi l’andamento della carriera dello scrittore nato a Chicago ma Californiano d’adozione.

Nel corso degli anni Hollywood ha pescato dalla produzione di Dick a piene mani, sempre con adattamenti liberamente ispirati al suo lavoro, spesso più cinico dei canoni della Mecca del cinema americano. A blog unificati abbiamo deciso di prenderci un giorno per ricordare il grande scrittore scomparso quarant’anni fa, qui sotto trovate tutti i blog coinvolti:

Sul Zinefilo inizia una settimana da urlatori con Screamers
Vengono fuori dalle fottute pareti ci parla di Ubik
Vasquez a caccia di androidi sulle pagine del Zinefilo
Cinema Tv Musica di una galssia lontana lontana ci parla di Electric Dreams
Doppietta di Vasquez che ci racconta anche lei Electric Dreams

«Oggi rapporti minoritari, domani il nuovo Top Gun, questa settimana straordinari sulla Bara, ho capito»

Da parte mia ho scelto quello che dopo Blade Runner e Atto di Forza e probabilmente il film tratto Philip K. Dick più famoso per via dei nomi coinvolti, Hollywood aveva messo gli occhi addosso al racconto “Rapporto di minoranza” da diverso tempo, inizialmente i produttori Gary Goldman e Ronald Shusett in uno nei tanti tentativi di dare un seguito ad Atto di Forza, pensarono di utilizzare il racconto come base e far tornare il personaggio interpretato da Arnold Schwarzenegger, questa volta alla guida della sezione operativa relativa alla prevenzione dei crimini, pronto ad avvalersi delle premonizioni dei mutanti marziani, non avete mai visto questo film, quindi archiviatelo come uno scenario evitato dalla precrimine.

La trama venne rivoluzionata ulteriormente quando la 20th Century Fox acquistò il progetto e lo affidò a Steven Spielberg, che dopo un’infilata di film con lo sguardo rivolto al passato, era entrato in quella breve porzione della sua carriera in cui era più interessato al futuro, nel 2001 aveva portato al cinema l’incompiuta di Kubrick con “A.I. – Intelligenza artificiale” ma nel 2001, verso settembre, sono successi dei fatti che hanno rivoluzionato la vita di tutti, non solo le abitudini di Hollywood, quindi per certi versi “Minority Report” è diventato il primo dei due film di zio Steven, con Tommaso Missile come protagonista e l’angoscia post 11 Settembre nel cuore. A ben guardare entrambe rielaborazioni di classici della fantascienza, da sempre uno dei generi più adatti per fare metafora del presente e delle pieghe prese dall’umanità, con tutti i suoi difetti “Minority Report” a mio avviso resta un film migliore di “La guerra dei mondi” (2005), forze perché mordicchia un po’ di più.

La fotografia algida e metallica di Janusz Kaminski per rappresentare il futuro (tra uno sponsor pagante e l’altro)

Che fossero replicanti, o aziende pronte a venderti i ricordi di un grande viaggio, Philip K. Dick ha sempre temuto i sistemi perfetti, li ha sempre messi in dubbio, quindi se Spielberg con il suo film è arrivato giusto in tempo per mettere in dubbio la Precrimine, pensate quando stava avanti Dick, che con un racconto pubblicato per la prima volta nel 1956, aveva già anticipato il Patriot Act, la legge federale statunitense controfirmata dall’allora presidente George W. Bush il 26 ottobre 2001, quella con cui era concesso spiare le vite di tutti, al fine di poter beccare i terroristi anticipando nuovi attentati. Poi ditemi perché Hollywood non amava il cinismo di Dick eh?

Il piano originale dello sceneggiatore Scott Frank era quello di fare una sorta di Il braccio violento della legge nel futuro, ovviamente l’entrata in scena di Tom Cruise nel ruolo del protagonista ha cambiato gli equilibri ed ovviamente anche la trama originale scritta da Dick, che ha sempre avuto una predilezione per protagonisti “invisibili”, se non proprio occultati come in “Un oscuro scrutare”, o per dirla meglio grigi personaggi dal basso profilo, e non è certo una battutaccia sull’altezza non proprio da cestista di Tommaso Missile che in vita sua è stato tutto, tranne che invisibile, no anzi, una volta è stato anche quello.

«Sai mi sono allenato Steven», «Bene, perché ho intenzione di farti correre parecchio»

Nel racconto originale il protagonista, l’agente della precrimine Anderson, è un uomo di mezza età con un inizio di calvizie e pancia, lo dice di se stesso nella prima riga del racconto, impossibile ignorarlo. I tre precognitivi, i cui poteri speciali sono alla base della sezione precrimine, fondamentali per anticipare ogni trasgressione prima che avvenga vengono descritti come bruttini, deformi, più vicini ai bimbi di Akira giusto per darvi un’idea e di sicuro nessuno si prende cura di loro in un vasca che sembra uscita da “Stati di allucinazione” (1980) in una stanza chiamata il Tempio, dove i tre Precog vengono venerati quasi come divinità.

«Ma come faceva William Hurt? Mi gira tutto…»

Malgrado la bellissima frase pronunciata dal “carciofo” federale Danny Witwer (Colin Farrell) chiamato ad indagare sull’efficienza della precrimine («Il potere non è mai stato dell’oracolo, ma dei preti che prima hanno dovuto creare l’oracolo»), nel racconto i precognitivi vengono etichettati come la sezione scimmie, perché sono tre, non vedo, non sento e non parlo come le scimmiette e ovviamente il finale del racconto è molto più cinico e in linea con la poetica di Philip K. Dick, ma con due nomi come Spielberg e Cruise a bordo, sarebbe stato illogico aspettarsi qualcosa di differente.

«Guarda che carciofo è un complimento, non ti piace il Cynar?»

La sensazione generale attorno a “Minority Report” è quello di un film piuttosto amato dal pubblico, costato 102 milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, il film ne portò a casa 358 insieme ad un’infilata di recensioni positive, questo per dire che malgrado vari momenti MACCOSA sparsi lungo la trama, questo film di Spielberg merita di stare sul podio degli adattamenti più famosi tratti da Dick, anche se probabilmente per i suoi lettori (tra cui ve lo ricordo, ci sono anche io) hanno più di una ragione per storcere il naso, ma esattamente come lo Scott sbagliato e Polvèron prima di lui, Spielberg si approccia alla materia come quello che è, un grande uomo di cinema perché prima o poi, tutti i registi fanno un film sullo sguardo, sul guardare, è normale se passi la tua vita a riprendere la realtà dal filtro di una macchina da presa, per Spielberg quel film sullo sguardo, la memoria e più in generale il cinema è “Minority Report”, ma andiamo per gradi.

Da dove pensate che il grande scopiazzatore abbia preso l’idea per le scene iniziali della serie che lo ha reso famoso?

Cosa dico sempre dei primi cinque minuti di un film? Ormai lo sapete, sono quelli che ne determinano tutto l’andamento, se “Minority Report” fosse stato tutto come il suo inizio, sarebbe stato un film ancora migliore, perché Spielberg mostra invece che spiegare, il più classico degli “Show, don’t tell” che purtroppo un po’ si perde con il passare dei minuti, ma che è perfetto quando il tuo protagonista è Tommaso Missile, uno che corre, corre da sempre, ha un intera filmografia in cui corre, infatti corre anche nei primi cinque minuti diretto da Spielberg.

2054, Washington D.C.  nell’ufficio della Precrimine il complicato macchinario legato ai tre precognitivi Agatha (Samantha Morton), Arthur (Michael Dickman) e Dashiell (Matthew Dickman) spara fuori una palla rossa: doppio omicidio passionale tra ventiquattro minuti. John Anderton (Tommaso Missile) si mette all’opera con guantini e manine, davanti al suo enorme schermo touch screen, in pratica lo schermo del vostro cellulare (quello da cui con molta probabilità ora mi state leggendo) in versione gigante, solo che nel 2002 sembrava il futurissimo, visto che Spielberg aveva radunato i capoccioni dell’MIT per avere quando più futuro (e sponsor paganti) nel suo film (storia vera).

«Sistemiamo i post sulla Bara Volante, guarda che casino ha fatto Cassidy»

Solo analizzando le immagini fornite dal sogno, dalla premonizione dei Precog, l’agente Anderson azzecca il quartiere, il numero civico, ma lo fa di corsa, un inizio magistrale, in cui la Precrimine fa irruzione giusto in tempo e se le due vittime non muoiono per le forbiciate del marito a cui prudono le corna, rischiano quasi di farlo per i vetri rotti nell’entrata stile SWAT. Dopo averci spiegato tutto della Precrimine, Spielberg ha già archiviato le necessarie spiegazioni e introdotto lo scettico Colin Farrell nell’ingrato (ma azzeccato) ruolo di colui che deve mettere in dubbio Tommaso Missile.

Dopodiché la trama si sente in dovere di mostrarci, in una pubblicità in stile Robocop, che la Precimine ha azzerato gli illeciti e presto diventerà legge, insomma parte un piccolo momento “spiegone” miticato solo dall’entrata in scena del padre di questa invenzione rivoluzionaria, Lamar Burgess che essendo interpretato da Max von Sydow ottiene due effetti: tutti si tolgono il cappello alla presenza del mai abbastanza compianto attore Svedese e molti pensano a Dredd, dove interpretava un altro sbirro del futuro e qui mi tocca dirlo, con le sue auto a guida autonoma e il resto, a tratti se non il Giudice di Mega City One, ci si aspetta di vedere entrare in scena almeno John Spartan.

Il suo urlo «RUN!», il riassunto della filmografia di Tommaso Missile.

Più che all’uso di sostanze che Anderson si procura (andando a correre, d’altra parte è Tom Cruise no?) nei bassifondi, mi interessa di più il modo con cui Spielberg sceglie di caratterizzare il suo protagonista, un uomo talmente assorbito dal suo lavoro, che consiste nello spiare in ricordi di futuri da evitare, che anche nel suo tempo libero non fa che fare lo stesso, ovvero spiare ricordi della sua vita passata, di suo figlio morto troppo presto, in filmati che conosce a memoria e che lui guarda e riguarda come farei io con beh, i film di Spielberg. I sogni premonitori dei Precog, le immagini sugli schermi, i ricordi registrati dalla tecnologia e analizzati nel dettaglio da Anderson, sono film, nient’altro che film, ovvero la materia che Spielberg conosce meglio in assoluto. Non è un caso che “Minority Report” sfoggi un certo grado di ossessione per gli occhi dei suoi protagonisti, anche la citazione Biblica dello spacciatore con le orbite cave («Nel Paese degli uomini ciechi, colui che ha un occhio solo è re») non è altro che una premonizione del futuro del protagonista. D’altra parte gli oracoli sono storicamente rappresentati come non vedenti no? Andiamo avanti che oggi rischio di fare la gioia della mia ex professoressa delle medie se continuo con questo tipo di analisi.

Siccome i film di Spielberg sono tante belle cosette, ma essenzialmente dei lunghi inseguimenti senza sosta, “Minority Report” non è da meno: palla rossa, la nuova vittima si chiama Leo Crow, un attore e l’assassino? L’agente della precrimine John Anderson, la fuga di Tommaso Missile può iniziare e ora capisco perché ho citato due film di zio Sly, sempre di sbirro accusato ingiustamente si tratta, devo aver avuto una premonizione retro datata anche io.

«Scusa Cass, ma ci sarei anche io in questo film, ti sei scordato?»

Sta di fatto che da qui in poi zio Steven non alza più il piede dall’acceleratore per un bel po’, la fuga di Logan Anderson procede con tre scene madri una via l’altra: lo zompettare sulle auto a guida autonoma che procedono anche su strade verticali, come piattaforme su cui Tommaso zompa nemmeno fosse Super Mario (ma è tutta CGI e schermo verde, troppo facile per le sue abitudini), si prosegue con la squadra d’assalto armata di Jetpack e manganelli che provocano il vomito (eh che schifo!), guidata da quella faccia da cattivone di Patrick Kilpatrick, per poi terminare con la fabbrica di automobili.

«Una vera cazzata, daccene uno più difficile un’altra volta» (cit.)

Oltre a smobilitare l’MIT, Spielberg ha chiesto alla Lexus un prototipo dall’aria futuristica, la Lexus 2054, per girare la scena in questione dove, come recitava una vecchia pubblicità, l’auto è costruita intorno a te, nel caso di Tommaso letteralmente, anche se non ho mai capito come possa guidarla fuori dalla fabbrica, fino alla casa piena di piante animate in CGI (eh?) della “madre” del programma precrimine, visto che quando compri un’auto te la danno con un dito di carburante nel serbatoio, ma forse nel 2054 guidiamo tutti elettrico e non abbiamo problemi, non capisco solo perché da remoto un agente federale non possa ordinare di disattivare un’auto in fuga, ma è solo il primo di tanti momenti MACCOSA che arriveranno in questa porzione di film, che è anche quella che rallenta il ritmo, bisogna farlo notare.

Cameron Crowe e Cameron Diaz appaiono nel film in risposta al cameo di Spielberg in “Vanilla Sky” (2001)

Se ogni momento d’azione è costellato da alcune gag che sembrano anticipare l’umorismo Marvel (i jetpack che svolazzando cucinano gli hamburger, vabbè), il piano, che non esito a definire geniale di Anderson per trovare il “rapporto di minoranza”, come spettatori ci fa esibire nel più classico dei FACCIAPALMO più volte. Di fatto il “Minority report” del titolo è il legittimo dubbio, quando uno dei tre Precog non sogna la stessa premonizione degli altri due, di fatto sta vedendo uno dei futuri possibili, il libero arbitrio, quel grado di errore con cui Dick ci ha sempre tenuti in guardia da chiunque ritenga il suo sistema impeccabile, tutto bello davvero, peccato che per provare la sua innocenza ed evitare di finire in frigo come John Spartan, Tommasino nostro debba rapire la più dotata dei tre Precog, Agatha, utilizzando un piano probabilmente escogitato da Willy il Coyote, forse uno di quelli avanzati dai suoi inseguimenti a Beep Beep, tanto correre per correre, Tom Cruise non si tira certo indietro.

«Non rallentare, questa volta quel pennuto corridore lo prendiamo!»

Prima Anderson contata un losco (e catarroso) ex chirurgo che ora opera nei bassifondi senza licenza, uno che avendo la faccia di Peter Stormare, ti mette subito a suo agio. Se non bastasse l’idea di quel matto di Stormare che ti affetta con un bisturi, gli autori dei dialoghi si sentono in dovere di raccontarci che l’uomo è finito il galera per colpa di Anderson, una tensione immotivata perché sarebbe lecito aspettarsi una vendetta da uno finito al gabbio per colpa del poliziotto protagonista, invece? Invece niente, Stormare lo opera, si prende cura di lui, si assicura che mangi e dorma abbastanza, in pratica come vostra nonna, solo che dopo il suo passaggio Tommaso Missile non ha più gli occhioni blu, ma un paio di occhi nuovi marroni, che per altro attivano le numerose pubblicità personalizzare (antenati dei banner su Internet), con cui Spielberg deve essere riuscito ad andare in tripla cifra con il budget, visto che ogni minuto di “Minority Report” che non è dedicato a criticare il Patriot Act, viene utilizzato per buttare una marca famosa (pagante) in bella vista, realistico ma anche pragmatico, anche perché rappresentare bene il futuro al cinema è roba che costa.

Chi non si farebbe operare da un chirurgo dalla faccia rassicurante come il vecchio Peter Stormare?

Il piano del Coyote come continua? Anderson si spara dell’anti-Botox in faccia, una roba che lo rende tutto rugoso (i cattivi potrebbero dire che riportano Tom alla sua vera età anagrafica prima dei passaggi dal chirurgo), ma il vero colpo di genio è che il poliziotto in fuga, nemico pubblico numero uno, può aprire tutte le porte utilizzano il lettore della retina e i suoi vecchi occhi tenuti in un sacchetto, nemmeno fossero le merenda da portare a scuola. Ora, dove lavoro io, ti disattivano il badge quando ancora sei in ufficio e nel 2054, nessuno ha cancellato le autorizzazione ad un agente super ricercato? Tanto che pochi minuti dopo, anche la moglie di Anderson utilizzerà di nuovo lo stesso espediente, per altro dopo l’arresto di suo marito. Ogni volta che resto chiuso fuori al lavoro, penso a Tom Cruise e impreco (storia vera).

Ci concentriamo sulla parte più riuscita del film? Mettete in panchina gli sponsor in bella vista (tanto quelli ci sono in tutti i film) e i momenti MACCOSA (stesso discorso), concentriamoci sulle manifeste intenzioni di zio Steven, che tra crimini e gialli da risolvere, gioca a carte scoperte, i suoi Precog si chiamano Agatha (come Christie), Arthur (come Conan Doyle, Sir) e Dashiell (come Hammett), la storia in un modo o nell’altro li omaggia tutti e tre, ma è nel discorso del cinema che parla di cinema che “Minority Report” eccelle.

Gli hanno detto di correre e lui corre, lo fa da tutta la carriera, Forrest Gump spostati.

L’assassino non è impossibile da intuire, riesce a coprire le sue tracce perché conosce e sfrutta le falle del sistema, trovo significativo che le premonizioni dei Precog non riescano ad andare oltre il montaggio o la scelta delle inquadrature con cui sono realizzati i mini film dei loro ricordi, premonizioni o echi che siano. Non è un caso se proprio Agatha, fregata dall’effetto eco di una premonizione archiviata come falso positivo, una volta liberata sfrutti il montaggio e gli angoli di inquadratura a suo vantaggio, spiego che detta così sembro più delirante di Stormare.

Nella lunga sequenza nel centro commerciale, Agatha fornisce indicazioni ad Anderson su come nascondersi in bella vista dai suoi inseguitori, basta una moneta, oppure aprire un ombrello al momento giusto o magari smettere di correre e fermarsi giusto dietro a dei palloncini per risultare invisibili, Agatha è la regista della lunga coreografia pensata da Spielberg, che altro non è quello che si fa quando si orchestra una scena sul set, quando hai due personaggi che devono fuggire tra la folla. Quando sogniamo, lo facciamo con i mezzi propri della settima arte, senza magari conoscere i nomi delle inquadrature, il nostro cervello fa dei dolly, degli zoom, a volte dei piani sequenza, pensate poi all’ossessione per lo sguardo nei gialli di Hitchock (regista che zio Steven conosce benissimo), prima o poi nella carriera tutti i registi fanno un film sul cinema, quello di Spielberg si chiama “Minority Report”, mi sembra giusto ribadirlo.

Il regista che dirige la regista della scena.

Ecco perché diventa quasi automatico il tradimento del materiale originale, che per Spielberg è lo spunto di partenza per poi portare la storia sui suoi binari, che prevedono anche due abbondanti spennellate di caramello nel finale, non mi riferisco all’esito dell’indagine e alla scena sul tetto, quella tutto sommato è coerente con (questa) versione della storia, mi riferisco a Tom che si riconcilia con la moglie e i Precog che vissero tutti felici e contenti, qui decisamente siamo più in zona Spielberg che in zona Philip K. Dick. Della miniserie televisiva andata in onda nel 2015 invece non so dirvi, ma così a naso mi pare più ispirata al film che al racconta originale, correggetemi pure nella sezione commenti se il mio fiuto avesse sbagliato, non sono mica l’agente Anderson io, posso sbagliarmi.

Detto questo e malgrado gli svarioni della trama, sono contento di aver portato il terzo (libero, liberissimo) adattamento di Dick più celebre di sempre su questa Bara, anzi vi consiglio di leggervi “Rapporto di minoranza”, tanto sono solo una settantina di pagine e per nostra fortuna, la rivalutazioni del genio di Philip K. Dick ha fatto si che grazie a numerose ristampe, i suoi libri ora siano di pubblico dominio, avremmo sempre bisogno di qualcosa come lui che ha ricordato per noi, in quel suo oscuro scrutare il futuro.

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