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Misery non deve morire (1990): con ammiratori così, chi ha bisogno di nemici?

Tutti i “Fedeli lettori” lo sanno, il 21 settembre si
festeggia il compleanno di Stephen King ed in quanto suo ammiratore numero uno
non potevo proprio esimermi… Comincio già ad assomigliare a Annie Wilkes? Ok,
allora la smetto immediatamente.

Per festeggiare questa data ho avuto ben pochi dubbi, ci
sono tantissimi romanzi di zio Stevie che ho amato, ma secondo me “Misery”
(1987) è quello che non viene mai citato abbastanza o meglio: è il titolo che
viene dato spesso per scontato, anche perché tra romanzi e racconto, King in
vita sua è sempre stato estremamente prolifico. Inoltre, spesso è tornato ad
affrontare il tema dello scrittore e del suo processo creativo, lo ha fatto
anche nel bellissimo saggio “On writing” (2000), ma per quello che mi riguarda è
con “Misery” che King ha raggiunto l’apice di questo argomento.

Quando si affronta King, il rischio è sempre quello di
finire a fare l’elenco dei tanti titoli dei suoi libri, oppure dei tantissimi
film tratti dalle sue opere, penso che nessuno scrittore (di horror in
particolare) abbia mai potuto godere di tale trattamento, King non ha solo
visto quasi ogni suo libro adattato per il cinema e la televisione, ma ha
potuto pescare da un bacino di autori incredibili, da Romero a Carpenter
passando per… Beh, Rob Reiner. Il regista di classici come La storia fantastica aveva già ampiamente dimostrato di avere una
certa sensibilità per la materia Kinghiana, grazie al bellissimo adattamento di
“Stand by Me” (1986) che poi è il motivo per cui è finito a dirigere anche “Misery”,
da noi “Misery non deve morire” perché si sa che in uno strambo Paese a forma
di scarpa, i titoli lunghi e descrittivi sono sempre andati fortissimo.

“Fermo così James, perfetto”, “Rob, ma mi hai visto? Dove devo andare secondo te?”

Zio Stevie era piuttosto recalcitrante a concedere
“Misery” al grande schermo, non è difficile immaginare perché, alla fine è un
romanzo abbastanza intimo per lo scrittore del Maine, inoltre, King è lo stesso
che non si è mai fatto problemi a criticare la versione di Kubrick di Shining per via delle modifiche (estremamente ciniche) apportate dal regista alla sua storia, infatti per King
la scelta di Reiner come regista, era la rassicurazione di cui aveva bisogno.
In linea di massima per il resto della sua carriera, quando è stato il momento
di cedere i diritti di sfruttamento, King non è stato sempre così selettivo,
voi che dite?

Ma questo è un compleanno doppio… Ed è meglio se non mi
metto a pensare all’idea di candelina sulla torta di Annie Wilkes altrimenti mi
tornano i brividi. Sì, perché il film di Rob Reiner quest’anno compie i suoi
primi trent’anni e, posso dirlo, penso che sia più attuale oggi che mai questo… Beh, questo Classido!
Sì, perché tra i tanti meriti di “Misery non deve morire”,
bisogna tranquillamente citare la sua uscita perfettamente azzeccata in termini
di tempi nel 1990. Pur risultando molto meno crudo ed estremo del libro, il
film di Reiner che ancora oggi viene etichettato sul retro del Blu-Ray come
“Thriller”, di fatto è un horror purissimo, anche perché, parliamoci chiaro,
mette ancora addosso una strizza e un’ansia che levati, ma levati proprio!
Costato venti milioni di fogli verdi con sopra le facce
di altrettanti ex presidenti defunti, “Misery” portò a casa sessanta milioni
come ridere, ma il suo maggior pregio è stato quello di aver portato l’Horror
all’attenzione dell’Accademy, grazie al doveroso premio Oscar assegnato ad una
incredibile Kathy Bates che da allora credo nessuno abbia mai più avuto il
coraggio di fare arrabbiare in vita sua, non so voi, ma io non vorrei ritrovarmi
a discutere con la Bates.

“Perché tu credi che io abbia voglia di discutere con un piagnucoloso caramelloso damerino come te Casssidy!?”

Da sempre gli Oscar hanno snobbato la categoria dei film
Horror, ma questo film ha contribuito ad aprire una stagione ricchissima, in
cui Horror purissimi arrivavano anche ai premi più importanti, anche se sempre
etichettati come Thriller, magari al primo compleanno utile questa Bara tornerà
su questo argomento, per ora meglio restare su “Misery” su cui tengo molto a
precisare una faccenda forse banale ma importante: il libro è meglio del film.

Sì, lo so che è una frase fatta e ammetto anche una
provocazione, qualcuno sarà pronto a giurarvi che il libro è SEMPRE migliore del
film, ma in questo caso specifico tra tutti i romanzi di King che mi hanno
fatto venire l’ansia, “Misery” è l’unico che mi ha fatto urlare un sonoro
«Nooo!», poco prima del finale, in una svolta dello scontro tra i due
protagonisti (storia vera). Ero talmente preso dalla storia e dal destino dello
scrittore Paul Sheldon, da essermi completamente dimenticato che attorno a me,
esistesse ancora un mondo popolato da persone che non si aspettavano certo un
mio urlo, forse non considerano normale fare il tifo per uno scrittore in
questo modo, chissà.

Un’infilata di libri falsi, per l’investigatore bibliofilo.
Se Rob Reiner ha fatto un lavoro incredibile nel gestire
la suspense del film, un applauso lo merita anche l’adattamento scritto da William
Goldman, veterano e due volte premio Oscar per la miglior sceneggiatura per
cosine da nulla come “Butch Cassidy” (1969) e “Tutti gli uomini del presidente”
(1976) che qui ha saputo snellire e portare alla sua essenza una storia
entrata a far parte della cultura popolare, sono sicuro che anche chi non ha
mai visto questo film (non dico letto il romanzo, in un Paese dove molti si
vantano di leggere un libro l’anno… brrrr) conoscano questa storia.
Eppure “Misery” (il romanzo di King del 1987) per me resta
superiore per svariate ragioni, prima di tutto per la sua capacità di mettere
in chiaro come l’esperienza di vita dello scrittore, influenzi il suo processo
creativo e il suo lavoro, il testo finale scritto. Nel romanzo, Paul Sheldon si
è fatto un nome scrivendo questi romanzetti rosa, con la sua ottocentesca
protagonista Misery che, francamente, non sopporta più e vorrebbe solo
“uccidere” per scrivere finalmente un libro serio, uno che sia autobiografico
con cui essere finalmente preso sul serio dalla critica, quando ferito e
costretto a letto lo scrittore si ritrova contro la sua volontà (e minacciato
all’adorabile Annie) a scrivere una nuova avventura di Misery, King è
bravissimo a mescolare elementi della vita e della condizione di prigioniero di
Sheldon con il romanzo nel romanzo, di cui ci ritroviamo a leggere abbondanti
porzioni.

Leggere le avventure di Misery, mentre stai leggendo “Misery”, un esempio per immagini.
Nel film per motivi anche estremamente logici, la storia
è stata snellita da Goldman e tutta la parte più legata al processo creativo va
persa, ma è una scelta anche sensata, leggere il nuovo libro di Misery, mentre
hai tra le mani il romanzo di Stephen King, è un tipo di esperienza in grado di
farti immergere completamente nella lettura, ci credo che poi uno (io) arriva
alle ultime pagine tifando spudoratamente per il protagonista e terrorizzando
gli astanti accanto a lui!
Inoltre, il film perde un’altra caratteristica non
secondaria: il quantitativo di violenza presente nel libro avrebbe reso
impossibile far passare questa storia per un semplice “Thriller”, la scena del
piede, quella in grado di far stringere i denti a tutti gli spettatori, è una
versione edulcorata di quello che capita al povero Paul Sheldon nel romanzo,
che arriva alla fine della storia con più di una menomazione fisica, per tacere sui traumi mentali.

Occhio a quel dito Paul, con Annie non si scherza.
Guardare il film di Rob Reiner dopo aver letto il romanzo
di Stephen King, è come assistere alla stessa storia, però con il casco in testa
e i paraginocchia ad attutire i colpi, anzi, a dirla proprio tutta, nel romanzo
anche il finale è più cinico, per una volta che zio Stevie era riuscito a non
mettere mano al barattolone di miele azzeccando un finale, i ragazzi di
Hollywood lo hanno cambiato, pensandoci loro ad addolcirlo, ma non per questo
il film mena con meno forza, anzi, è ancora un grandissimo esempio di come
trasportare con successo sul grande schermo, una storia che vive della carta
delle pagine del libro, in molti casi letteralmente.
Per sua stessa ammissione (e non è nemmeno difficile
arrivarci da soli se avete familiarità con la biografia di Stephen King),
questo libro è una grossa metafora sulla dipendenza da sostanze che per un po’
ha afflitto la vita dello zio, anche se i cattivelli potrebbero dire che ha
anche coinciso con il suo momento di maggiore creatività, ma questo è gossip
che non interessa a questa Bara.
Basta dire che il film comincia con Paul Sheldon che con
la sua auto, va fuori strada a causa di una grossa, ehm, nevicata (nudge nudge, wink wink, say no more), a
soccorrerlo portandolo nella sua casa isolata ci pensa Annie Wilkes, infermiere
in grado di curare le sue ferite e ufficialmente fan numero uno di Misery,
potrebbe sembrare un colpo di fortuna, invece è l’inizio di un horror, anche se
all’Accademy è stato venduto come “Thriller”.

Something blowing in my head, winds of ice that soon will spread / Down to freeze my very soul, makes me happy, makes me cold (Cit.)
Per King, Annie Wilkes era la metafora delle sostanze da
cui era dipendente, quella con cui riusciva a scrivere ad un ritmo folle, ma
anche quelle che gli distruggevano il corpo un pezzo alla volta, infatti
“Misery” è una storia sulle dipendenze e sui rapporti di potere, lo scrittore
dipende totalmente dalla sua folle ammiratrice per le medicine, ma ne è anche
totalmente succube. Quello che trovo incredibilmente spaventoso del romanzo è
la capacità di descriverci un protagonista come Paul Sheldon, uno che non vuole
arrendersi alla sua nuova condizione e che le prova tutte per riconquistarsi la
libertà, il tipo di personaggio testardo con il quale per me è facilissimo
immedesimarsi, ecco perché da lettore, vederlo spezzato nella volontà e nel
corpo e ridotto ai minimi termini da Annie, è stata una delle esperienze più
coinvolgenti (e spaventose) della mia vita di fanatico di storie.
Il film di Rob Reiner funziona anche perché eccelle in
una specialità che tendiamo un po’ tutti a dare per scontata: la selezione
degli attori. Il ruolo di Paul Sheldon venne proposto a Jack Nicholson che,
però, rifiutò perché dopo Shining non
voleva essere legato ad un’altra storia scritta da King (storia vera). Ma voi
ve la potete immaginare la faccia da pazzo di Jack contro la follia di Kathy
Bates? Non si sarebbe capito potuto distinguere il vero folle tra i due.

“Sono la tua ammiratrice numero uno”, “Maledetto Jack Nicholson avresti dovuto esserci tu al mio posto!”
La scelta di James Caan per il ruolo di Sheldon è
semplicemente impeccabile, non solo perché Caan qui è bravissimo, ma anche perché ha
sempre incarnato al cinema personaggi maschili forti, era il suo Sonny,
quello figo e tosto della famiglia Corleone, mentre il suo Jonathan in Rollerball era l’icona della resistenza
contro tutti e tutto, della vittoria conquistata con onore in piedi (o sui
pattini) sul campo. Per quello è terrificante vederlo strisciare a terra oppure
affannarsi su un tipo molto diverso di rotelle, nascondendosi al ritorno di
Annie oppure costretto a modi gentili e un modo di parlare pacato, nel
tentativo di ragionare con una forza della natura completamente malata di mente
come la sua ammiratrice numero uno.

“Giuro che preferivo prendere le gomitate sul campo da Rollerball”
In questo senso, Kathy Bates è assolutamente
straordinaria, che sia una bellezza non canonica rispetto agli standard hollywoodiani è una banalità, perché la vera forza della Bates sta nel modo
incredibilmente realistico con cui riesce a recitare i repentini cambi di umore
di un personaggio che da spettatori, capiamo immediatamente stare viaggiando in
equilibrio precario sul sottile filo che divide la sanità mentale, da una mente
malata. Annie Wilkes è un personaggio spaventoso non perché sia completamente
malvagia, altrimenti, per assurdo, sarebbe più facile da odiare e da affrontare, Annie
Wilkes è uno dei personaggi più incredibili della storia del cinema perché ogni
tanto la sua mente va in tilt e finisce in una piccola zona d’ombra, da cui
emerge armata di una cattiverai che un attimo prima non sembrava possibile.
Armata di cattiveria si, ma anche di martello.
Quando disgustata per l’uso delle parolacce nel nuovo
libro di Sheldon dà la colpa allo scrittore per la zuppa rovesciata sul
copriletto, oppure per la follia manifesta che caccia fuori quando racconta del
modo in cui è stata “fregata” dal racconto a puntate che guardava ogni
settimana al cinema da ragazzina. Dietro a questo scoppio d’ira, Kathy Bates
riesce a far intravedere al pubblico tutto quello che Annie ha subito (e fatto
subire) in vita sua, s’intravede una persona che avrebbe bisogno di aiuto
improvvisamente in una posizione di potere, sull’andamento delle maree
dell’umore di Annie Wilkes passa tutta la differenza tra vivere e morire di
Paul Sheldon. Kathy Bates con questo ruolo si è scolpita a forza nella memoria
collettiva con uno dei personaggi più incredibili e spaventosi della storia del
cinema, se questo film mette ancora una fifa blu addosso, a lei va quasi tutto
il merito.

Non pensavo che un pinguino di ceramica potesse mettere tutta questa ansia.
Proprio perché “Misery non deve morire” è ormai parte
della cultura popolare, è anche la ragione per cui trovo che il film sia più
attuale oggi (a trent’anni dalla sua uscita) che mai. Ho tessuto le lodi del
romanzo di King in lungo e in largo, ma essendo una storia così estremamente
legata ai romanzi, forse bisognava portare Annie Wilkes fuori dalle pagine e
sul grande schermo, per metterne in chiaro l’importanza del personaggio.
Annie Wilkes è il fan che improvvisamente ha potere
sull’autore. Aver amato un’opera, anche in maniera viscerale, non ci rende
proprietari di quella storia, quei personaggi, quelle svolte, le parole o il
formato scelto per raccontarci la storia, potranno anche averci influenzato e
cambiato la vita, ma da appassionati saremo sempre fruitori di una storia.
Invece, per certi versi, Annie Wilkens ha anticipato
legioni di fans convinti di sapere in che direzione debba andare una storia,
certi che quel determinato personaggio non si sarebbe mai comportato in quel
modo, oppure non avrebbe detto quella frase, perché a loro giudizio non è
giusto, in base ad una scala di valori morali tutta personale e giustificata
dal: “Sono cresciuto con questa storia e quindi nessuno la ama più di me, tu non
puoi rovinarmela”.

Schizofrenia? Quella oppure l’ultimo film di GIEI GIEI Abrams.
Capite dove voglio andare a parare? Non dico che tutti
quelli che hanno firmato petizioni online per costringere la Disney a cancellare
Episodio VIII – gli ultimi Jedi siano
tutti dei potenziali Annie Wilkens… Ah, se solo avessi GIEI GIEI per le mani! Ma in un’epoca in cui i socialcosi hanno
quasi azzerato la distanza tra autori e appassionati, sono certo che qualcuno
abbia fantasticato di frantumare le caviglie a David Benioff e D. B. Weiss per
l’ultima stagione di Giocotrono oppure a Steven Spielberg per… Un film che non
esiste. Non esiste capito!?
Forse Stephen King nel 1987 aveva avuto uno sguardo su
quello che oggi viene etichettato con qualche anglicismo tipo “Fandome
tossico”, ma a ben pensarci è stato Rob Reiner a metterci in guardia sui fans che da sempre sono i nemici numero uno dell’oggetto del loro amore. Ecco perché
questo film è ancora oggi un capolavoro che parla di dipendenza, potere della
scrittura, paura e fanatismo, ancora più attuale che nel 1990, perciò auguri
zio Stevie e auguri Misery… Vi ho mai detto che sono il vostro ammiratore
numero uno?
Alla festicciola per il Re, si sono uniti anche altri blogger, li trovate tutti elencati qui sotto!
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