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Mission: Impossible – Fallout (2018): Andiamo a Tomandare!

Dire che Tommaso Missile non mi è simpatico vuol dire fare
una grossa concessione alla gentilezza da parte mia. Non condivido le sue
strambe idee in fatto di religione, sopporto poco il suo ossessivo cambiare
moglie allo scoccare di una determinata età nemmeno fossero i personaggi di La fuga di Logan e quando sorride per
fare lo splendido lo prenderei a pugni, ma riconosco la determinazione
quando la vedo.



“Mission: Impossible” è la corda di sicurezza di Tom Cruise,
nel 1996 ha scelto proprio il film diretto da Brian De Palma per esordire come
produttore, investendo, di fatto, sulla cosa che ama di più: se stesso. Da allora
ha sempre scelto registi capaci di dare la loro impronta al film, da Brad Bird per il quarto capitolo a
quello che è ancora il mio “M:I” del cuore, il secondo, quello di John Woo.
Ma ogni volta che le cose per Tommaso vanno male, lui
accetta la missione impossibile e me lo immagino mandare messaggi (che si autodistruggono entro cinque secondi) a tutti, come nel 2005, quando solo la sua
volontà ha fatto sì che il terzo capitolo della saga vedesse la luce, poi, se
devo dirla tutta, anche il capitolo più anonimo e non credo solo per via della
regia affidata all’unico che sopporto pure meno di Tom Cruise, non me lo fate
scrivere quel nome che mi rovino la giornata.

Corre, corre è Batman Tommaso Missile gira per la città, per difendere la libertà.

Anche perché nel 2005 il gesto atletico più in voga per
Tommaso Missile era il salto sui divani, quelli di Oprah, scivolata di stile e scena
ridicola che ha mandato in crisi la carriera del Divo come nient’altro prima di
allora, nemmeno l’affiliazione con Scientology, da cui sono scappati con grandi
rimpianti in molti (ogni riferimento a fatti, cose persone o a John Travolta e
suo figlio è puramente voluta), quasi tutti, ma non Tom.

Ma tenendo un basso profilo e mandando a segno un capolavoro
(“Tropic Thunder” nel 2008) Tommaso Missile ha menato il suo colpo più duro: “Mission:
Impossible – Protocollo fantasma” (2011) è il titolo che ha alzato l’asticella
della saga. Dimenticata per sempre l’ossessione per il premio Oscar, Tom Cruise
ha eretto un monumento a se stesso, fare in prima persona, senza utilizzare la
controfigura, tutte le sue scene d’azione è diventato il suo marchio di
fabbrica, estensione su schermo del suo continuare ad essere eternamente
giovane, anche perché la frase che TUTTI dicono prima o poi guardando Tommaso è
sempre la stessa: «Ma come minchia fa ad essere ancora uguale a trent’anni
fa?».

In realtà è l’elicottero che vola perché si è agganciato all’ego di Tom Cruise.

Chirurgia? Sì, un po’. Ma più del botox per Tom ha fatto il
suo compare/collega/sottoposto/schiavo (barrate voi l’opzione che preferite) Christopher
McQuarrie, uno che si era fatto una reputazione come solido sceneggiatore ed
ora, se alla sua filmografia sottraete l’elemento “Tommaso Missile” vi
resteranno un paio di titoli, quelli con cui si era fatto una carriera di
solido sceneggiatore. Mission: Impossible – Rogue Nation era il perfetto equilibrio tra una trama più che decente e
la volontà di Cruise di avere tutti gli occhi addosso, di continuare a sentirsi
dire da tutti quanto è giovane e probabilmente di morire sul set, perché se
escludiamo le comparse dei film di arti marziali indonesiani (loro giocano in
un’altra categoria, pure per Tommasino) nessuno in era recente ha dimostrato
tale determinazione, “Death Wish” nel senso Yankee del termine, andarsela
proprio a cercare.

Tranquilli, Tom è così giovane che fa come i bambini piccoli, cade senza farsi nulla.

Ironico che la saga di “M:I”, quella che lassù ho definito
la “Corda di sicurezza” di Tom Cruise di sicuro non abbia proprio niente,
almeno per come Tommaso si approccia alla faccenda, rischiando di lasciarci le
penne, eppure è così, perché Jack Reacher – Punto di non ritorno, era  davvero
poca roba e non parliamo di La Mummia,
progetto che andava evidentemente stretto al super ego di Tommaso e
universalmente riconosciuto come una roba pezzente. Due passi falsi? A casa McQuarrie
arriva un messaggio pronto ad auto distruggersi dopo cinque secondi ed è così
bambini che una saga tratta da una serie tv che nessuno ricorda più, perché ormai
totalmente associata a Tom Cruise è arrivata al sesto capitolo che, per certi
versi, potrebbe anche essere il migliore di tutta la serie.

Ormai sono una pentola di fagioli e borbotto sempre le
stesse cose, l’importanza dei primi cinque minuti di un film, per “Mission:
Impossible” sono anche l’ultimo legame con la vecchia serie televisiva. Ogni film
inizia con quello che in tv chiamerebbero “Cold Open”, la scena d’apertura
prima dei titoli di testa che qui sono una dichiarazione di intenti su tutto
il film.

Un appello, basta ruoli di contorno per Rebecca Ferguson, è uno spreco!

Dopo una stramba (ma significativa per il protagonista)
scena onirica di matrimonio con Michelle Monaghan nuovamente nei panni di
Julia, si passa subito al piano criminale dei cattivoni: un gruppo terrorista
noto come gli Apostoli, guidato al misterioso John Lark, vuole seminare il
panico nel pianeta mettendo le mani sul plutonio necessario per costruire tre
ordini nucleari. Come fanno ad ottenere il Plutonio? Lo rubano ai Libici come
avrebbe fatto Doc Brown? No,
organizzano uno scambio che, però, va in merda perché la novità di questo sesto
capitolo è che Ethan Hunt, oltre ad essere più spiritoso, pare quasi mortale, a
tratti fallace, il tema del senso di colpa corre, quasi come Tommaso Missile,
lungo tutto il film “Tu hai perso il plutonio, tu hai messo in pericolo Julia e
il mondo”, in questo senso, la voglia di morire sul set di Tom trova un suo
senso, una lunga espiazione per il personaggio, il martirio di San Cruise che
deve farci dimenticare l’errore di La Mummia.

Se avete letto più di due libri di spionaggio nella vostra
vita, la scena con il giovane sosia di John Carpenter (sul serio, è uguale) e
il manifesto programmatico di John Lark letto in diretta tv non sarà una
sorpresa, ma davanti a plutonio, terroristi e bombe atomiche da disinnescare è
chiaro che la volontà è quella di abbracciare gli stilemi classici dei film di
spionaggio ed applicarli ad una trama che urla fortissimo: chissenefrega.

Con la moto a sgommare, andiamo a Tomandare!

 Rogue Nation
era ancora un film dove ti ricordavi che McQuarrie un tempo era uno
sceneggiatore solido, mentre questo “Fallout” non ha la stessa grazia in fase
di scrittura, non mi sono mai considerato la persona più sveglia di questo
mondo (per usare un largo giro di parole), ma il passaggio in cui Ethan Hunt,
ben noto presso gli Apostoli, si finge John Lark (ovvero il mandante degli
Apostoli), mi è sembrata abbastanza un enorme “MACCOSA”, ma potrei essermi perso
qualcosa lo confesso, perché il fuoco di “Fallout” sta tutto da un’altra parte,
ovvero nel ritmo.

Ritmo che parte tiratissimo subito, poi rallenta per un calo
fisiologico un pochino prima della metà, necessario ad introdurre il personaggio
della Vedova Bianca, interpretata da Vanessa Kirby (quella di The Crown) che
resta sempre un bel vedere, bisogna dirlo. Superato questo passaggio il film non
si ferma più e, considerando che hanno aumentando di un buon dieci, forse
dodici percento l’umorismo nei dialoghi (nel senso che ora anche Ethan Hunt
ogni tanto fa una battuta e non sempre solo il personaggio di Simon Pegg), sembra
che il McQuarrie sceneggiatore abbia ricevuto delle direttive chiare, è quelle
direttive chiare sono semplici: “Battitene il culo della tua fama di
sceneggiatore, butta giù uno straccio di storia per incollare insieme le scene
d’azione e spacchiamo tutto con quelle, se accetterai questa missione e verrai
catturato, come sempre l’agenzia negherà ogni coinvolgimento, buona fortuna
agente McQuarrie, questo messaggio si auto distruggerà tra cinque… Quattro… Tre…”.

Una foto a caso di Vanessa Kirby, perché troppo Tommaso poi stroppia.

“Mission: Impossible – Fallout” è la storia di McQuarrie che
picchia due frasi sulla tastiera e poi con un vaffanculo dentro al cuore
dirige, dirige come se non ci fosse un domani, dirige tutte le scene che
permettano a Tom Cruise di mangiarsi il film e che un protagonista che non usa
mai la controfigura (quindi può essere sempre inquadrato in faccia anche dalla
angolazioni più efficaci) ti possa concedere di fare. Il risultato finale è
da applausi, ogni scena è un pochino di più, oppure un pochino di meno qualche
specialità da film d’azione già vista da qualche altra parte, dovete solo
mettervi comodi e scegliere se vi piace di più vedere Ethan Hunt che ferma un
elicottero, lanciandogli addosso un altro elicottero, oppure quando ci ricorda
che è da “Mission: Impossible II” (200) che lui si allena ad arrampicarsi a
mani nude.

Bisogna dire che, come sempre nei film della serie “M:I”,
ogni personaggio è contorno, quelli femminili (che qui sono addirittura tre)
non hanno spazio se in scena c’è la “Prima donna” Tommaso Missile, mentre in
generale i portatori di cromosoma Y fanno due cose: la prima, scelgono di
mettersi di lato accanto ad Ethan Hunt come da sempre fanno Luther (Ving Rhames)
e Benji (Simon Pegg), o come fa l’ex Jack Ryan Alec Baldwin, che in un ideale passaggio del testimone, accetta di
buon grado un declassamento pur di lavorare ancora con Hunt… Se volete vederci
qualcosa di metaforico, sentitevi liberi di farlo.

“Io una volta sono saltato su un sottomarino da un
elicottero, basta per fare colpo su Tom?”.

Opzione due? Opporsi a Ethan Hunt e venire distrutti perché
non puoi vincere la gara per il titolo di maschio dominante nel film di Tom
Cruise. In questo senso trovo estremamente significativo che l’agente dai
metodi diretti, quello tosto che rappresenta il nuovo che avanza, non sia un
attore a caso, ma quello che il Superman
titolare, ovvero Henry Cavill. Vi rendete conto? Tommaso ha voluto scontrarsi
con Superman, solo per dimostrare sullo schermo che Tom Cruise è migliore di
Superman, nei dizionari di tutto il mondo, alla voce “Super Ego” dovrebbero
mettere una foto di Tommaso.

Visto che siamo in argomento, Angela Bassett lo presenta con
le parole «Tu usi il bisturi, io preferisco il martello» e a McQuarrie tocca
fare un primo piano sulla faccia da totano di Henry Cavill, per di più baffuto,
non so voi, ma io sono scoppiato a ridere (storia vera). Cavill nel suo film di
spie ha raccolto risate, qui sembra un corpo estraneo che trova una logica solo
nella seconda metà del film, ma ormai è chiaro che dovrebbe presentarsi come
guardia del corpo dei suoi baffi, perché di quella schifezza di Justice League si parla ancora oggi solo
per i baffi, cancellati al computer di Cavill, mentre qui, la peluria sul
labbro superiore di Cavill sfoggia più carisma e mobilità del tizio che la
porta in giro. Sul serio: Henry, non tagliarli, permetti loro di avere una
carriera da attore migliore di quella che avrai mai tu, benedetto figliolo.

Più che Superman, sembra Super Mario.

Molti dimenticano che un film d’azione, non è un film dove
ad un certo punto il buono si mette ad inseguire il cattivo (a piedi o con
mezzi a motore) per giustificare l’etichetta “Action” nella categoria genere
sul retro del blu-ray. No, il film d’azione è quello che porta avanti la trama
grazie alle scene d’azione e, in questo senso, “Mission: Impossible – Fallout” è
una pellicola che s’inchina al suo attore principale per rendere omaggio a
tutti topoi classici di un film action.

Vorrei vedervi a compilare il CID per spiegare la dinamica dell’urto.

Senza chissà quale velleità della trama, se non quella di
far brillare Tom Cruise, “Fallout” è una gara dove ci si esibisce in tutte le
specialità del genere action, l’inseguimento in moto è estremamente dinamico e
solo per qualche auto aggiunta in CGI si piazza all’ultimo posto della mia
personale classifica di gradimento, ma ogni singola scena è memorabile.

Il lancio HALO è una follia che da grande vorrebbe essere
Point Break, mentre si accontenta di tirare fuori una scena pazzesca oltre che
la prima in modalità HALO vista al cinema (dettaglio su cui la campagna
promozionale del film ha lavorato due righe direi), la corsa sui tetti di
Londra mi ha fatto pensare: “Ok, posso farlo anche io… Ok, fino qui magari
sudando molto potrei farlo anche io… Ok, io a questo punto di uno scatto che
dura da tipo quindici minuti farei una pausa per vomitare”.

“Ma io avevo capito che HALO era il videogioco!!”.

La rissa in bagno, se vi tappate il naso per i Francesi brilli
che iniziano a cantare “La vie en rose” (e se fosse stato ambientato in uno
strambo Paese a forma di scarpa?) è potentissima, coreografata molto bene ed in
generale fighissima. Ma la palma, forse, va al finale che riassume almeno tre
scene madri tutte insieme per farti arrivare alla fine del conto alla rovescia
aggrappato ai braccioli della poltrona e con il fiato sospeso, se James Bond ci
ha insegnato grazie a “Goldfinger” (1964) che il modo giusto di disinnescare un
ordigno nucleare è farlo sfoggiando sicurezza e stile nell’ultima manciata di
secondi (che siano 007 sul display o pochi di meno non importa)… Beh, “Fallout”
dimostra di aver imparato in pieno la lezione!

Lo dico sempre, per noi uomini il bagno è un tempio, mai disturbare un uomo in bagno.

“Mission: Impossible – Fallout” è la prova della
determinazione di Tom Cruise nel voler continuare ad eccellere, se necessario
sfracellandosi pure una caviglia per saltare da un palazzo all’altro in una
scena (storia vera), non mi è simpatico, continua a non starmi simpatico, ma
questa sua cattiveria agonistica è degna di ammirazione anche soltanto perché
si traduce in un film che è una dichiarazione d’amore al genere action. In
questo continuare ad alzare l’asticella, non so cosa si potrà inventare ancora
Tommaso Missile, ma sono sicuro che il suo ego non gli permetterà di smettere e
se il risultato finale è questo, ora mi organizzo per far arrivare a casa sua
un messaggio (con opzione autodistruttiva dopo cinque secondi) per ricordare a
Tommaso che Sean Connery (se contiamo anche “Mai dire mai”, 1983) e Roger Moore
hanno interpretato l’agente 007 in sette film a testa, potranno Ethan Hunt e Tom
Cruise fermarsi ad un misero sei? Ma non scherziamo!

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