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Monster (2003): un film invecchiato meglio dell’industria che lo ha generato

Non volevo lasciar scivolare questo 8 marzo via così, perché
già di suo è una festa fin troppo svilita anche se una delle poche a cui tengo,
sono stato allevato da tana delle tigri femministe combattenti sessantottine e
quindi ho un debito di formazione. Malgrado il cromosoma Y.

Tra i film di cui mi andava di scrivere in vista del loro
compleanno, i primi vent’anni di “Monster”, un film che sembra sempre uscito l’altro
ieri, visto che viene spesso citato, ma poi a riguardarlo, pare provenire da
un’altra era geologica perché sembra legato a filo doppio alla massima di Brad
Pitt, quando dichiarò che Robert De Niro, ingrassando per Gli Intoccabili e mettendo su muscoli per “Cape Fear” (1991) aveva
fottuto tutti i suoi colleghi, costringendoli a stare al passo.

Discorso che per le attrici vale doppio, infatti di “Monster”
vent’anni fa si parlò principalmente per la trasformazione fisica di Charlize
Theron, che come si dice in questi casi le valse un Oscar, come se la sua prova
si limitasse ai chili in più e alle lenti a contatto. Caso emblematico quello
di Charlize Theron, diventata famosa come la maggior parte delle attrici ad
Hollywood, ovvero spogliandosi, una tappa che pare obbligata che per l’ex
modella sudafricana, prevedeva lo spot di una nostrana bevanda alcolica
(disponibile in due colori) molto popolare anche all’estero.

Mostrate le terga, si può passare a fare i film, con la
solita postilla, troppo bella per essere anche brava. La leggenda ci tramanda di
Charlize che non passa il primo provino per “The Astronaut’s Wife” proprio per
questo motivo, quindi si taglia i capelli alla Mia Farrow in “Rosemary’s Baby”
(1968) e viene scelta per la parte, perché ora sì che è abbastanza brutta per
il ruolo. Ok, va bene, noi siamo ragazzi ingenui e crediamo a tutto, va bene
Hollywood, andiamo avanti.

Eh si Charlize, con i capelli così ora sei proprio in guardabile, ceeeerto!

Sta di fatto che come la giri o la volti, sempre troppo
bella risulta la nostra Charlize Theron, che nel frattempo fa cadere anche il
tabù relativo al suo passato, la fattoria dove è cresciuta, descritta in mille
interviste come versione sudafricana della casetta tra i monti di Heidi, da cui
l’attrice per anni ha omesso la parte sul padre violento e sulla madre che ha risolto la
questione a pallettoni. Ora io non voglio fare il Freud da supermercato, ma
forse la sua prova nei panni di Aileen Wuornos è così riuscita e convincente,
non solo perché Charlize Theron, si è imbruttita per il ruolo, contribuendo a
quel paradosso che viviamo ancora oggi ma che nel 2003 non era ancora scappato
di mano.

Quello che io chiamo l’effetto “Ma è uguale!” per cui oggi
sembra che la parte più importante di un’interpretazione, sia il mimetizzarsi,
diventando identico al personaggio impersonato, forse perché è l’unico elemento
alla quale il pubblico dedica davvero attenzione, ma che secondo me ha fottuto il cinema ben più di quanto Pitt sosteneva avesse fatto De Niro.

«La vedi questa signora qui? Adesso troviamo il modo di farle vincere un Oscar»

La storia di Aileen Wuornos viene spesso etichettata e archiviata
frettolosamente, alla pari del film sulla sua vita, infatti “Monster” viene
considerata la storia del sottoprodotto di un ambiente violento, tipico della
cultura a stelle e strisce, il che è vero solo in parte, visto che nella vita
di Aileen Wuornos i momenti in cui un po’ di aiuto dall’esterno avrebbe fatto
comodo, non sono mancati.

Maltrattamenti per mano di un padre violento, la scuola
abbandonata troppo presto e una gravidanza a quattordici anni, frutto di un
rapporto incestuoso con il fratello, alla faccia del sottoprodotto di un
ambiente complicato, io direi anche qualcosa di più che solamente complicato. Forse faceva più rumore etichettare Aileen Wuornos come la
prima donna serial killer d’America, ma la differenza tra lei e un Jeffrey Dahmer qualunque, mi sembra
chiara e non è riducibile alla solita questione di cromosoma Y.

Scusa Aileen non volevo dare giudizi, giuro!

“Monster” ha fatto parlare tanto per la trasformazione di Charlize
Theron, ma secondo me è molto più riuscito di quello che questa pubblicità
(premiata con un meritato Oscar) ha da dire, per altro non mi aspettavo un film
invecchiato così bene, o forse semplicemente è lo status delle produzioni di
Hollywood ad essere invecchiato male, ma come direbbe Anders Celsius, andiamo
per gradi.

La regista e sceneggiatrice Patty Jenkins esordisce con
questo film, facendo un lavoro davvero ottimo, molti dei monologhi di Aileen
Wuornos che danno spessore al personaggio interpretato da Charlize Theron, sono
stati pescati dalla regista direttamente dalle tante lettere scritte dal
carcere dalla donna, in attesa della sua condannata a morte avvenuta tramite iniezione
letale, il 9 ottobre 2002.

Il rapido prologo del film definisce, in maniera quasi
gentile rispetto al tremendo passato della vera Aileen Wuornos, la storia di
una donna che voleva essere scoperta diventano qualcuno come Marilyn Monroe,
invece finisce sotto un ponte, fradicia di pioggia e con una pistola,
considerata un mostro dalla società, perché l’ultima delle ultime, che nel
luogo più improbabile per lei, trova un motivo per andare avanti.

«Dobbiamo smetterla di vederci così Cassidy, stai diventando morboso»

Nel locale gay, Aileen Wuornos ci entra per stare all’asciutto,
ma non di alcool in corpo. Qui fa la conoscenza di Selby, l’unica che nella sua
vita riesce a portare quel minimo di felicità che in precedenza, le era sempre
mancata, ed è qui che in maniera molto intelligente Patty Jenkins usa l’arma
del cinema. Infatti Selby è il nome inventato scelto in sostituzione di quello
della vera amante di Aileen Wuornos, ve lo dico subito, tanto Charlize Theron è
diventata identica alla sua controparte, quanto Christina Ricci non somiglia
minimamente a Tyria Moore. Scelta ruffiana perché la donna angelicata nella
vita di Aileen deve essere carina? Anche, forse, ma più che altro proprio
perché il personaggio di ‘Tina Ricci ha un ruolo chiave che nella valutazione del
film è stato dato un po’ per scontato.

Forse perché gran parte dell’attenzione era chiaramente
sulla trasformazione di Charlize Theron, in realtà trovo che tutto il rapporto
tra Selby e Aileen sia stato raccontato molto bene, Patty Jenkins ci mostra
come nasce il loro rapporto, guarda caso pattinando, come Rocky e Adriana, solo che loro due lo fanno sulle note di “Don’t
Stop Believin’” dei Journey, pezzo che ormai temo termini di colpo, sul più
bello, per via di certi trascorsi.

Funziona sempre, Rocky docet.

L’emancipazione di queste due donne, passa attraverso un
atto violento, un tentativo di stupro che smuove qualcosa dentro Aileen Wuornos
e che trovo simbolico (più di Selby che si toglie il gesso che la blocca,
quando è finalmente maturata lei e il suo rapporto con Aileen) il fatto che l’aggressore
qui sia interpretato da Lee Tergesen, proprio lui che era la vittima predestinata
Tobias Beecher nella serie tv OZ.

Posso dire anche un’altra cosa per cui la mia già scarsa
popolarità andrà ancora un po’ più a sud? A parità di un tentativo di stupro e
di una pistola che diventa un mezzo per riprendersi indietro qualcosa dalla
vita, trovo “Monster” molto meno ruffiano di Thelma & Louise, che si giocava le stesse carte ma poi puntava
su una spettacolarità che penso ancora sia il frutto del fatto che ad un certo
punto, un regista dotato, di talento ma anche di cromosoma Y, abbia scavalcato la sceneggiatrice (e regista designata) perché ha fiutato
odore di film di culto. Così anche oggi la mia parola buona nei confronti di
Ridley, lo Scott sbagliato, l’ho mandata a segno, tanto della popolarità me ne
frego.

Tipo Thelma & Louise ma senza lo Scott sbagliato di mezzo.

Proprio come in Thelma
& Louise
le due protagoniste hanno un rapporto dove per buona parte del
film, è una delle due ad essere al comando, Patty Jenkins avrà anche
ingentilito l’aspetto di Tyria Moore trasformandola in Selby, ma il personaggio
di Christina Ricci ne esce meglio di quello di Geena Davis nel film dello Scott
sbagliato.

Anche lei è un “mostro” come da titolo del film, almeno la
sua famiglia la considera di più per via del suo orientamento sessuale,
qualcosa che per i famigliari di Selby è contro natura, mostruoso appunto, un
atteggiamento da correggere. Anche perché è proprio Selby quella che riesce a
fare qualcosa di fuori dagli schemi, ovvero guardare Aileen Wuornos come
nessuno aveva mai fatto nella sua vita, regalandole quel poco di felicità mai
avuta prima. Affidare questo personaggio a ‘Tina Ricci, che con le sue fattezze che la fanno sembrare sempre dieci anni più giovane della sua età anagrafica è stata una
grande idea, anche perché è dai tempi di Mercoledì Addams (quella giusta!) che Christina Ricci è schierata dalla parte dei “diversi”,
con un punto di vista alternativo rispetto a quello istituzionale, se non
proprio conservatore.

Per dar fuoco al Campo Chippewa le era bastato un fiammifero.

Utilizzando l’arma del cinema, Patty Jenkins tradisce una
parte dei fatti come avvenuti, per far arrivare il suo messaggio al pubblico,
infatti il “tradimento” di Selby è stemperato rispetto alla realtà, declinato
mantenendo l’attenzione sui personaggi e il loro rapporto, mettendo in chiaro
che forse, con un po’ di aiuto giusto nei momenti indicati, la vita di Aileen
Wuornos avrebbe potuto essere molto diversa. Ribadisco, questo film è citato
sempre, ma solo per un motivo, tanto vale parlarle no?

La prova di Charlize Theron è davvero notevole, oltre alla
già citata trasformazione l’attrice offre molto di più, come ad esempio un
certo linguaggio del corpo tipico di chi è abituato ad intimidire fin da
subito, per non passare in automatico da vittima: le palpebre sbattute il
minimo sindacale, il muso da bulldog e tutto il resto. Infatti Charlize Theron
è davvero molto brava quando la storia chiede ad Aileen Wuornos di provare ad
avere un atteggiamento diverso da quello sempre all’attacco che conosce, se poi
ci mettiamo anche il lavoro fatto sulla voce, quella statuetta era del tutto
meritata, anche se poi il “mimetismo” è diventato una pessima pratica
Hollywoodiana, assordo a solo ed unico parametro di valutazione di una buona
prova di recitazione. Ah! Il film me lo sono rivisto in originale, perché mi piace
sentir recitare l’attrice protagonista e non la sua doppiatrice, anche se va
detto che l’adattamento italiano dei dialoghi di questo film era ancora
gustosamente vecchia maniera, vi invito a trovare un adattamento contemporaneo,
che per rendere la parlata ruspante della protagonista, si inventa una frase
come: «Non abbiamo una breccola di centesimo», ribadisco, il cinema è
invecchiato peggio di questo film.

Here I am, on the road again (cit.)

Un altro elemento che fa di “Monster” un film invecchiato
bene è il modo in cui Patty Jenkins ha saputo non trasformare tutto in un
santino di femminismo di plastica, quello a cui le produzioni odierne tengono
molto sulla carta (perché senza, non ottengono la famigerata “luce verde” ai
loro progetti) ma che poi trattano come un compito da svolgere, sminuendo il
tema. Da un certo punto di vista “Monster” sembra il perfetto film
contemporaneo, biopic, di base femminista e con trasformazione da Oscar
richiesta, la differenza è che se uscisse oggi, sarebbe manicheo nel mostrare
TUTTI i personaggi maschi, bianchi ed eterosessuali come degli stronzi. Qui
invece ci sono addirittura due personaggi che non rientrano in questa
descrizione, quello interpretato da Bruce Dern ma anche l’ultimo a dare un
passaggio (disinteressato) alla protagonista, che ha il volto di Scott Wilson.

Come ha risposto Hollywood ad un film che femminile lo è per
davvero? Nel modo migliore possibile, ovvero arrivando alla soluzione ovvia per
cui Patty Jenkins, dopo aver diretto un film come questo, era il nome più
indicato per un film su Wonder Woman. Passaggio ideale giusto? Non vedo differenze
tra Aileen Wuornos e una principessa
Amazzone no? Specialmente se poi chiedi a Patty Jenkins di dirigere come un
uomo (uno in particolare di nome Zack) con risultati su cui preferirei non dire niente.

Oggi un film così, farebbe partire una valanga di video comparativi sul TuTubo.

Se poi aggiungiamo che Charlize Theron e Christina Ricci
(più la prima che la seconda) trovino ruoli solo all’interno in parti di
contorno dentro franchise milionari e in costume e che Patty Jenkins stia
scontentando (pare) tutti, perché il suo film sui piloti da caccia di Star Wars
non è all’altezza delle aspettative, beh capite che forse “Monster” è
invecchiato meglio dell’industria che lo ha generato.

Notare che non ho scritto “Industria maschile”, traete le
vostre conclusioni, io ho fatto valere la mia formazione presso tana delle
tigri femministe combattenti sessantottine, e come mi hanno insegnato le mie
Maestre, l’8 marzo è una festa di lotta, gli auguri in quanto possessore di
cromosoma Y li puoi fare, ma poi conta come ti comporti il resto dell’anno. Così
parlarono le tigri.

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