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Monty Python e il Sacro Graal (1975): Camelot è un posto stupido

Unitevi a me miei prodi lettori! Nella più grande delle
imprese, cavalchiamo a colpi di noci di cocco verso Camelot, vero la gloria o
per lo meno, verso il nuovo capitolo della rubrica… Pythonesque!

Il Monty Python’s Flying Circus è un successo senza
precedenti, la popolarità dei comici è in ascesa anche se all’interno
del gruppo John Cleese va ancora in giro con il muso lungo come il cavallo che
entra nel bar della barzelletta, lo spilungone è sempre meno interessato a continuare
a fare televisione insieme al resto del gruppo, ma non di certo a lavorare
ancora con loro ed è proprio per questo che durante una pausa di lavorazione
tra la terza (l’ultima con Cleese) e la quarta stagione del Flying Circus, i
Monty Python hanno un’idea geniale: fare un film, uno vero, capace di prendersi
gioco degli stilemi cinematografici proprio come il loro “Circo volante” faceva
di quelli televisivi.

Ma come dice il saggio: l’esperienza è la somma delle
fregature ricevute da… In questo caso specifico, la precedente sortita dei
Python nel mondo del cinema, ovvero quel mezzo disastro diventato un cult di E ora qualcosa di completamente diverso.
Dalla realizzazione di quel film antologico, i Monty Python capiscono di dover
proporre al proprio pubblico del materiale originale, il formato degli sketch
può funzionare anche sul grande schermo, ma devono essere uniti insieme da una
trama, da personaggi ricorrenti che il pubblico possa seguire nelle loro
(stupide) imprese e, soprattutto, hanno bisogno del controllo creativo anche in
fase di regia, tra le loro fila di aspiranti registi i Python ne hanno ben
due, guarda caso, si chiamano entrambi Terry, Jones (da qui in poi Jonesy,
come lo chiama Eric Idle) e Gilliam!

“Se ci dicono qualcosa, diciamo che è stato Terry a dirci di fare pausa”.

I due Terry durante la realizzazione del film, sono stati in
accordo su davvero poche cose, l’unica, forse, la comune volontà di fare
qualcosa in costume ambientato nel Medioevo e di dare alla pellicola un
aspetto da vero film, in particolare, Gilliam è sempre stato convinto del fatto
che un film comico, non dovrebbe accontentarsi di due fondali fatti a tirar
via, perché comunque alla gente interessano solo le battute (riassumendo, per
altro, tutto quello che penso delle commedie classiche), no, bisogna fare un
film ben fatto, che faccia anche ridere, tutti d’accordo, si parte! Sì, ma per
andare dove, visto che non abbiamo un soldo?

Cloppete cloppete cloppete fanno le noci di cocco nella vostra testa, mentre leggete questa frase.

Il budget a disposizione dei comici è ridicolo, no sul
serio, una roba da far ridere almeno quanto una delle loro gag. Ma il genio non
si ferma davanti alle difficoltà, anzi sono i limiti imposti da superare a
tirare fuori il meglio, esattamente come John Carpenter che non potendo
permettersi i cavalli, trasforma il suo Distretto 13 in un western moderno, i Python fanno di necessità virtù, i cavalli
costano troppo? Facile, li sostituiremo con le noci di cocco usate a simulare il
rumore degli zoccoli. È la prima scena del film, Re Artù (Graham Chapman) e il
suo scudiero Patsy (Terry Gilliam) cavalcano trionfanti sbatacchiando gusci di
cocco ed io ogni volta cado dalla sedia del ridere, non esiste niente di
simile a “Monty Python e il Sacro Graal”, un capolavoro di comicità che per
quanto mi riguarda, è un Classido!

Il tema epico di Re Artù e la ricerca del Graal è l’occasione
perfetta per i Python di sbeffeggiare tutto il ciclo arturiano, ma anche di
spernacchiare i film in costume di Hollywood, perché i due Terry ne avevano
fin sopra i capelli di vedere al cinema il Medioevo rappresentato sempre in
modo pulitino e perfettino, infatti il Medioevo di questo film è lurido,
decadente, afflitto dalla peste ed è anche l’occasione per Gilliam di iniziare
quella che per lui sarà una tradizione cinematografica: i personaggi
cinematografici con i denti sporchi, una vera fissa per il regista.
Dopo aver girato tutti i castelli disponibili in
Inghilterra, i Python vanno in Scozia per realizzare il loro film, la struttura
della ricerca del Sacro Graal da parte dei Cavalieri della Tavola Rotonda è il
pretesto perfetto per permettere ai Python di prendere dimestichezza con il
cinema, le gesta dei singoli cavalieri non sono altri che sketch più o meno
lunghi, insomma l’ideale per il gruppo di comici fermamente intenzionati a fare
del cinema.

I cavalieri che fecero l’impresa ridere.

I ruoli vengono assegnati con il solito metodo democratico che
aveva dimostrato di funzionare anche per il Flying Circus, chi scrive lo sketch di solito finisce anche per interpretarlo,
come accade, ad esempio, ad Eric Idle negli spassosi panni del coraggiosissimo
(si fa per dire) Sir Robin e dei menestrelli che cantano le lodi del suo
cagarsi sott… Ehm, coraggio, volevo dire coraggio!

Quando è il momento di scegliere qualcuno per il ruolo di Re
Artù, il gruppo è totalmente d’accordo nello scegliere Graham Chapman, la sua
capacità di far ridere restando completamente serio è perfetta per un
personaggio che deve risultare una roccia. Guardatelo Artù in questo film,
attorno a lui è la follia più totale, ma nemmeno per un momento si dubita della
sua missione, affidata da Dio in persona (animato dal solito Gilliam e doppiato
dallo stesso Chapman), proprio per questo alcune gag risultano micidiali, come
quella storica, forse la più famosa, ma sicuramente una delle mie preferite del
film, ovvero l’arrivo a Camelot dei cavalieri, la “Camelot song” (nota anche
come “Knights of the Round”) è da spanciarsi dal ridere, ma è la reazione
serissima di Re Chapman a dare forza al momento comico, concludendolo nel modo
migliore possibile, posso citare la frase? Posso? Posso? Chissene tanto lo
faccio lo stesso: «On second thoughts, let’s not go to Camelot. It is a silly
place».

Nemmeno la regina Ginevra si divertiva così tanto a Camelot.

Eppure, la realizzazione di “Monty Python and the Holy Grail”
non è stata certo pesche e crema, Graham Chapman durante le riprese di questo
film, aveva raggiunto il punto più basso della sua dipendenza dall’alcool e
spesso non riusciva a ricordare uno straccio di battuta che fosse una, a questo
aggiungete anche il meteo Scozzese che viene considerato bel tempo più o meno
quando la pioggia cade a catinelle e non decisa a secchiate.

Ma questi sono tutti da considerarsi problemi minori (ah sì?)
in confronto all’inesperienza di Terry & Terry come registi, in “L’autobiografia
dei Monty Python” (Sagoma ed. 2011) Gilliam racconta che al suo primo vero ciak
su un set cinematografico, la macchina da presa ha pensato bene di rompersi
(storia vera) la prima e nemmeno l’ultima volta che, parlando della filmografia di Gilliam, le parole “Cinema” e “Sfiga”
finiranno per stare tutte una vicina all’altra nella stessa frase.

Non fare così Terry, è sfiga, che vuoi farci?

La co-regia dei due Terry non è affatto una cosa semplice,
chiedetelo a Michael Palin che nella scena in cui contesta l’autorità di Re
Artù con discorsi politici fatti sgrufolando e mangiando il fango (ben prima
che i Social-Cosi lo rendessero un’abitudine per troppe persone) ha dovuto
ripetere la scena otto volte, perché i due registi riuscivano sempre a
tagliarlo fuori dall’inquadratura, oppure a non decidersi mai sulla fotografia
esatta. Niente è valso il fatto che il fango in realtà fosse cioccolata, perché
dopo otto tentativi e svariato tempo, ormai era impossibile distinguere fango e
cioccolata, mi immagino la faccia del medico scozzese che ha visto arrivare un
giustamente infuriato Michael Palin costretto a farsi fare un anti tetanica per
aver mangiato fango, per di più conciato come un Crociato!

Uova pancetta e SPAM fango, uova pancetta salsiccia e SPAM
fango.

Nel tentativo di trovare una soluzione, i due Terry decidono
di girare un giorno a testa alternati, cosa che non funziona per niente, ad
esempio una grossa lezione sulla gestione degli attori Terry Gilliam l’ha
ricevuta da John Cleese, in ginocchio da ore in attesa che Gilliam trovasse la
posizione giusta per gli attori, il vecchio John, non proprio uno noto per
essere un tipo paziente gli ha gridato qualcosa tipo: “Non siamo benedetti pezzi
di carta da animare, gira questa sacrosanta scena!”. Anche se non credo che abbia
proprio usato le parole “benedetti” e “sacrosanta”.

Il punto più tragico della loro inesperienza i Monty Python
lo raggiungono nel tentare di girare la scena del ponte della morte, un vero
ponte di corda diroccato e cadente, a strapiombo su rocce così affilate da
poter uccidere anche vostra suocera. Ok, magari ucciderla no perché è davvero
troppo cattiva, ma ferirla gravemente sì.

“Er cavaliere bianco e er cavaliere nero fanno a duello…” , “Basta citare Gigi Proietti!”.

Attraversare il ponte in armatura medioevale e sotto la
pioggia scozzese diventa un’impresa per tutti, ma si rivela uno scoglio insormontabile
per Graham Chapman che di colpo, a detta di tutti i suoi compagni, resta lì
impalato, terrorizzato dal panico. Parliamo dello stesso Graham Chapman, membro
del Dangerous Sports Club, scalatore provetto con centinaia di ore di
arrampicata sul groppone, che davanti ad un ponticello da niente per uno con la
sua esperienza, si paralizza come me davanti al saldo della carta di credito. Ma
il problema non era la paura per Graham, quanto gli effetti del delirium
tremens, non avendo messo in valigia nemmeno una bottiglia per la trasferta
Scozzese, Chapman è in piena astinenza, per completare la scena tocca
inquadrare da lontanissimo qualcuno con il suo costume di scena addosso impegnato
ad attraversare il ponte. Gilliam ha riassunto al meglio la situazione: siamo
su una montagna, fa freddo, non sappiamo come girare la scena e il nostro
protagonista di paralizza, eppure tutto questo diventa formativo per il cinema
dei Python e per Chapman in particolare, per sua stessa ammissione è stato su
quella montagna che Graham ha deciso di darci un taglio per sempre con l’alcool,
gli effetti per la sua vita e per i Monty Python si sono visti e li vedremo
anche noi nel resto di questa rubrica.

“Ho scelto il giorno sbagliato per smettere di bere” (Cit.)

Ma il fango mangiato (ciao Michael!), la fatica e il freddo
sono sofferenze vere che formano il carattere e non impediscono ai Monty Python
di esplodere con tutto il loro genio sul grande schermo. Gilliam dopo la
sfuriata di Cleese si concentra nel dare ampio respiro alle inquadrature,
mentre Jones è più a suo agio nel dirigere gli attori e far funzionare le scene
comiche dando il meglio, il risultato finale è tutto da vedere “Monty Python e
il Sacro Graal” è un film vero, con un passo epico, l’arrivo di Galahad
(Michael Palin) a castello Antrace potrebbe funzionare identico in qualunque
altro film di cappa e spada e le gag comiche funzionano anche perché perfettamente
calate all’interno di un vero film in costume, in questo senso le numerose
proiezioni di prova fatte con il film (alcune anche disastrose come risposta di
pubblico) sono state un’ulteriore lezione per i due registi, ad esempio,
saccheggiando le registrazioni e le musiche di repertorio degli archivi della
BBC e selezionando volutamente i pezzi musicali più pomposi e stereotipati
possibili, sono riusciti a rendere alcune scene totalmente comiche, come la
scena delle noci di cocco che apre il film che, oltre a far morire dal ridere,
mette in chiaro il tono farsesco della vicenda.

Proprio per questo io vi consiglio, dal profondo del mio
cuoricino di Pythoniano di evitare la versione doppiata in Italiano, anzi Italiota, di questo film come la peste. Il
doppiaggio affidato ai comici del Bagaglino è talmente orrido da non meritare
nemmeno un commento, non solo è realizzato alla boia di un Giuda (i soldati
Francesi che diventano Austriaci di colpo? Ma perché?), per quanto mi
riguarda è un vero e proprio stupro del lavoro dei Python, battute volgari, ma
soprattutto non divertenti cambiano la logica di alcune scene alterandone completamente
il senso, infatti ho scoperto con enorme gioia che quando questo film ha fatto
la sua comparsa su Netflix, lo ha fatto completamente privo della traccia audio
in Italiano, bravi! Il bagaglino merita di affrontare il coniglietto bianco e
senza la sacra bomba a mano a disposizione!

La mia reazione, quando sento parlare del Bagaglino.

“Monty Python and the Holy Grail” non è un film con
particolari messaggi sociali e non è particolarmente interessato nemmeno a
fare satira di qualcosa in particolare, per quello i Monty Python avrebbero
avuto tempo nei loro film successivi (a breve su queste bare), ma è scritto,
diretto e recitato in maniera divertita e divertente, penso che sia la
pellicola che incarna al meglio la Joie de vivre (pronunciato con assurdo
accento Francese alla John Cleese) del gruppo, si potrebbero fare delle
riflessioni sul fatto che “Il Sacro Graal” sia considerato il film dei Python
preferito degli Americani, mentre il pubblico inglese di solito preferisce i
titoli successivi, ma preferisco lasciare le congetture a voi, perché quando si
tratta di questo film sono schifosamente di parte.

Non esiste un singolo momento che io non trovi brillante, il
cavaliere nero, un bullo in armatura impersonato alla grande da John Cleese è
solo la prima di tante scene geniali, particolarmente riuscita per il suo modo
di fare umorismo (nero, come il cavaliere) sulla violenza, sarà che da bambino
adoravo gli arti mozzati da John Boorman in Excalibur,
ma fin dalla mia prima visione gli intenti satirici e parodistici nei confronti
del cinema epico e in costume di “Monty Python and the Holy Grail” mi hanno
subito conquistato.

La fortuna di Galahad, non quella dei Carmina Burana.

Dai geniali titoli di testa sommessi e comicissimi, fino a
quel finale incredibilmente anticlimatico (ma anticipato con svariati indizi
lungo tutta la pellicola) dettato dal fatto che semplicemente erano finiti i
soldi per girare una grande battaglia finale (storia vera), non cambierei un
minuto di questo classi(D)o della comicità.

I battibecchi sulle rondini («Africane o Europee?»), la
fissazione degli spassosi cavalieri che dicono Ni (NI! NI! NII! NIII!) per gli
arbusti, l’enorme coniglio in legno e quello assassino che sparge da solo più
sangue di Jason Voorhees, per non
parlare dei momenti meta cinematografici nel castello Antrace («Andate avanti!
Andate avanti!»), scena che parte piano e finisce in modo esilarante, vedere il
puro Galahad tentato da Carol Cleveland e le sue compagne è uno spasso, anche
se penso di aver visto il film tipo un centinaio di volte, vedere la faccia di
Palin che urla: «Posso farcela, sono solo 150!» mi fa rotolare per terra dalle
risate ogni volta.

Si? No? Peggio, molto peggio… NI! 

Fin dalla sua uscita nella sale nel 1975, “Monty Python and
the Holy Grail” diventa un enorme successo capace di far esplodere la “Pythonmania”,
penso che sia più o meno da allora che il film diventa parte integrante della
cultura popolare di questo gnocco minerale che ruota intorno al Sole, per dirvi
della sua influenza, nel 2006 Eric Idle lo trasforma in un musical intitolato “Spamalot”,
che da qualche anno è sbarcato anche nel terzo mondo in uno strambo
Paese a forma di scarpa, cantato da Elio senza le storie tese.

Un cult che ha fatto la storia e i Monty Python da allora,
sono i cavalieri che fecero l’impresa, a colpi di noci di cocco, di entrare
nella storia. Ma questo è solamente l’inizio, dopo essersela presa con
tutto il ciclo arturiano, perché non puntare anche a libri e personaggi ancora
più in alto? Vi consiglio di ripassare il latino, questa rubrica continua!
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