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Mortal Kombat (1995): i 3 dell’operazione techno

Tra i compleanni dell’anno in corso, non potevo proprio lasciare andare via quello di “Mortal Kombat”, non perché io sia mai stato particolarmente fanatico di questo film o del videogioco (anche se ci ho speso il mio bel quantitativo di ore), eppure più passa il tempo più sembra che l’Anderson proletario, l’Anderson dalla parte del popolo, Paul W. S. Anderson, sia stato uno dei pochi a capire l’approccio ai film tratti da videogiochi prima di tutti.

Su quanto sia stato un successo l’omonimo videogioco creato da Ed Boon e John Tobias per Midway Games nel 1992, non devo certo spiegarvelo io, anche perché non sono la persona più indicata a farlo, anche se sul mio vecchio Amiga ho passato le ore tra “Fatality” e “Brutality” (ricordo male o si poteva fare anche la “Babality”?), il colpo di genio dei due creatori è stato quello di non correre dietro al successo di “Street Fighter II”, ma di riprendere dal vivo veri combattenti, tra cui, nei sogni erotici di Boon e Tobias, avrebbe dovuto esserci anche Jean Claude Van Damme, che però rifiutò, lasciando campo libero ad una banda di pezzi di legno molto fotogenici, che non sapevano dare un calcio nemmeno per sbaglio, ma tanto bastò per dare un tocco di realismo ad un gioco che esagerava, tanto!

La droga ti spegne (visto? Tutta colpa dei videogiochi!)

Tanto sangue, tante morti brutali, e un tema musicale techno diventato mitologico, in grado di risultare galvanizzante e sinistro in parti uguali, un trionfo di ignoranza (nel senso buono del termine) anni ’90 che ha fatto storia.

Il successo del “picchia-duro” è stato tale da attirare subito l’attenzione di Hollywood, pescando a piene mani dalla mitologia (spesso rivista) del videogioco, il piano è semplice: infilare nel film quante più mosse e personaggi del gioco. La patata bollente finisce nelle mani di Kevin Droney, dagli anni Ottanta ruspante autore televisivo per serie come “Un giustiziere a New York” e “Hunter“. Forte della sua esperienza si ricorda la regola aurea, non sminuire mai il tuo lavoro, o il tuo capo penserà che non fai un cazzo tutto il giorno, quindi descrive la sua sceneggiatura come un misto tra Guerre Stellari e I 3 dell’operazione drago. Sul secondo paragone sono molto d’accordo, il primo è un po’ una sparata.

Quello più entusiasta del gruppo però, è stato senza ombra di dubbio il regista, Paul W. S. Anderson che arrivava da “Shopping” (1994) e qui ha capito una cosa molto semplice, quella che molti prima di lui non avevano capito: se il videogioco originale piace perché non ha trama ma solo personaggi coloriti che si ammazzano di botte, perché provare ad aggiustarlo?

A quello proletario degli Anderson, piace vincere facile.

Era quello che ha ammazzato al botteghino, ma reso degli (S)cult con il tempo, titoli come Street Fighter o Super Mario, l’Anderson proletario invece, con il suo approccio pane e salame e gomiti sul tavolo si è lanciato sulla materia così, Kano (Trevor Goddard) è cattivo, anzi Kattivo? Quindi io perché devo sbattermi a spiegarvi come mai ha metà faccia che è una piastra di metallo con un occhio rosso? È catt… Ehm, Kattivo no? Quindi può farlo, passiamo alle botte.

Avendo incassato il secondo Vaffa di fila da Jean Claude Van Damme, il cast si completa con dei volenterosi pali, state certi che se il Belga fosse stato della partita, il film sarebbe stato Johnny Cage-centrico, invece per nostra fortuna nel 1995 si decide di fare di necessità virtù, mettendo al centro della vicenda il più orientale di tutti e anche l’unico capace di vere movenze da marzialista, Robin Shou non solo aveva i trascorsi cinematografici giusti ma anche i muscoletti pompati per essere un perfetto Liu Kang, che ha perso il fratello nei precedenti tornei ed è pronto a tutto per salvarlo.

Basta la canotta e sei già pronto per l’azione.

La trama, se così possiamo chiamarla, è sulle spalle dell’unico altro vero attore con trascorsi giusti del film, il mitico Cary-Hiroyuki Tagawa, nei panni del cattivissimo Shang Tsung fa il bello è il cattivo tempo. Ora, voglio essere onesto, mi sono sforzato a capire il rapporto causa ed effetto di questo film più o meno quanto Anderson, il che vuol dire pochissimo, vi riassumo cosa ho capito io: i Kattivi per conquistare il mondo, devono prima vincere dieci tornei Mortal Kombat di fila, perché? Non lo so, forse per manifesta superiorità hanno deciso di concedere qualcosa agli umani senza super poteri, un torneino dal nome scemino (e pieno di “K”), voluto da qualcuno spaventosamente superiore al campetto, che pur di non passare il pomeriggio a tirare da solo, gioco con qualcuno più scarso dandogli molti punti di vantaggio per compensazione.

Siamo a nove Mortal Kombat vinti contro zero in favore dei Kattivi, questo è quello chiave, quindi va in scena un raduno di eroi sull’isola, seguendo il modello di I 3 dell’Operazione drago (unico film di Bruce Lee che gli americani conoscono) per la “bella”, anche perché va detto che tra le fila dei Kattivi abbiamo un gigante con quattro braccia e poi due gemelli diversi, uno blu, Sub-Zero che può sbrinarti come un frigo e l’altro Giallo, Scorpion, a cui spunta la catena per legare il motorino (e picchiarsi nei piazzali) da una mano, quindi il vantaggio concesso ci starebbe anche, perché questo torneo è una cicloturistica a senso unico.

Anche perché i buoni sono rappresentati da una poliziotta che fa il broncetto, Sonya Blade, non solo è interpretata dalla bellissima e immobile Bridgette Wilson (che zitta zitta si è sposata Pete Sampras, quindi ha vinto lei… YOU WIN!), ma è anche la prova che questo film ha trent’anni, oggi sarebbe la protagonista, nel 1995 era la damigella in pericolo e poco altro.

In questa GIF animata, tutta l’espressività dei protagonisti.

Il migliore resta il finto attore di arti marziali (insomma anche qui, questo film ha anticipato l’andazzo del cinema di menare di Hollywood) Johnny Cage, uno più preoccupato per le sue valige molto retrò che al destino del mondo, Linden Ashby è ancora più immobile della signora Sampras, infatti si presenta alla rissa in camicia e spesso occhiali da sole. Questo spiega perché malgrado il vantaggio i buoni stanno comunque nove a zero.

Ciliegina sulla torta, il film sapeva di aver bisogno di almeno un nome di richiamo, il Marlon Brando della situa, ma dovendo accontentarsi si sono fatti bastare Christopher Lambert, e pur di farselo andare bene, hanno completamente modificato il personaggio di Lord Raiden (che ricordiamo, era un omaggio Carpenteriano fin dal videogioco), qui l’unico dei buoni con dei poteri, ovvero quelli delle bollette elettriche nelle mani, interpretato in maniera così volutamente sbagliata da Lambert da risultare il migliore del lotto. Una, io dico una faccia giusta, il francese non l’azzecca volutamente nemmeno per sbaglio, sa benissimo quando dovrebbe essere serio, ma lui se ne fotte e ride, quando invece dovrebbe risultare simpatico, fa una faccia da pazzo, un clinic sul come fottersene completamente del tono di un ruolo e di un film, e di risultare il migliore per manifesta superiorità, un mito!

Christopher Lambert, il nome che invoco dieci volte al giorno soprattutto quando sbatto il piede contro il divano (storia vera)

Non importa se gli effetti speciali mostrassero già il fianco nel 1995, la CGI di “Mortal Kombat” era pessima allora e non è migliorata, per fortuna Goro è ancora realizzato tutto con animatronici e gomma, questo lo rende più immobile di molti degli attori e attrici del cast (almeno lui ha una giustificazione, è fatto di spugna), ma a suo modo è spaventosamente tenerello, una roba del tipo: non posso abbracciarti perché muovo a male pena le mia braccia aggiuntive, ma se ti prendo ti stritolo. Viene voglia di abbracciarlo, a nostro rischio e pericolo.

Poi non importa che il film sembri girato nella pineta di Ostia (come direbbe Lucius) quando Scorpion entra in scena e si scatena, ci siamo gasati tutti, perché a questo film non frega un accidente di concetti superati come la logica, gli basta sparare la musica techno a palla dai titoli di testa, seguendo lo spirito proletario e tamarro del suo regista, uno che ha capito talmente bene cosa bisognava dare al pubblico che sognava un film su “Mortal Kombat”, che poi, ha pensato bene di modificare la formula, invece di rifare uguale la trama, decisamente pià solida e strutturata di Resident Evil, lui ha modificato TUTTO, non pago ha messo su altri cinque seguiti, sposandosi la protagonista femminile e incassando un botto di soldi nel mondo.

«Come here!» (nel senso, nella pineta di Ostia)

Ora ho capito perché hanno scelto questa banda di gatti senza collare per rappresentarci nell’ultimo Mortal Kombat, quello più importante, perché questo film è pieno di campioni che hanno capito come godersi la vita.

FATALITY!
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