
Il primo Mortal Kombat, quello del 2021 diretto da Simon McQuoid, sembrava un invito a cena dove il padrone di casa passava due ore a spiegarti il menù senza mai portare il cibo in tavola: «Mortal Kombat sta arrivando», «Il torneo è vicino», «Preparatevi allo scontro definitivo», sì, va bene amico mio, ti voglio bene, ma nel frattempo siamo qui a guardare gente con poteri magici che fa quella che gli Yankee chiamano “worldbuilding” dentro capannoni industriali illuminati come concessionarie Hyundai. Bene ma non benissimo.
Con “Mortal Kombat II”, invece, Simon McQuoid sembra aver finalmente ricevuto il messaggio, dopo una sessione su cosa è andato storto nel primo film, mettendo su una lavagna bianca tutti i post-it con le lamentele ricevute, il nostro ha capito che in un film sul torneo Mortal Kombat, mostrare il torneo Mortal Kombat potrebbe essere una buona idea. Avanguardia pura.

In questo secondo film, la gente combatte, i personaggi storici entrano in scena, ci sono fatality, creature mostruose, facce spappolate e quel tono da carnevale ultraviolento che la saga videoludica si porta dietro dai tempi in cui i genitori americani volevano farla bandire come se Midway Games fosse un culto satanico, ed è incredibile quanto basti questo per migliorare automaticamente il film, ovvero fare meno il film e più il videogioco.
Perché il segreto più grande del sequel è semplicissimo: smette quasi subito di fingere che Cole Young sia interessante, Il povero Lewis Tan ce la mette anche tutta, ma il personaggio continua ad avere poca energia narrativa. Nel primo film sembrava che l’universo intero dovesse ruotargli attorno, qui invece viene giustamente spostato di lato per lasciare spazio alla gente che il pubblico è venuto davvero a vedere, anche qui, gli Yankee lo chiamano “Fan service” e questo film ne è strapieno, ma ci voleva Johnny Cage, inutile girarci attorno e con lui anche Kitana. Che pensate un po’, era l’altro grosso quantitativo di post-it delle lamentele appesi sulla lavagna di Simon McQuoid.

Affidare Johnny Cage a Karl Urban è un modo di vincere facile, lui che al cinema è un grande secondo violino (e mi viene da dire anche sul piccolo schermo), ma che comunque risulta molto amato dal pubblico, qui può fare lo spavaldo, la parodia molto realistica dell’attore fallito, che per fortuna, stempera un po’ il tono sempre estremamente serio di questo film.
Il suo Johnny Cage è meravigliosamente irritante, un attore bollito, arrogante, convinto di essere ancora il centro del mondo mentre attorno a lui ci sono stregoni interdimensionali che cercano di conquistare i regni a forza di mazzate. Eppure funziona, anzi, funziona proprio perché è un adorabile cretino, perfetto punto di accesso a questo mondo, molto più di Cole Young.
Finalmente qualcuno dentro questo franchise ha capito che “Mortal Kombat” non deve essere trattato sempre come una guerra mitologica scritta sulle tavolette sumere, questa è una saga dove un ninja non-morto urla «GET OVER HERE!» prima di arpionare la gente. Serve anche un po’ di autoironia, altrimenti si corre il rischio che si prende tutto troppo sul serio.

Carlo Urbano questa cosa la capisce benissimo, in un film che si dedica molto più ai combattimenti, e che di conseguenza diventa subito molto più ritmato e più vivo, più veloce, meno impantanato in quella palude di spiegoni fantasy che continua comunque a infestare la sceneggiatura. Perché sì, il problema rimane sempre quello, “Mortal Kombat II” è molto più fedele al materiale originale, ma anche molto più convinto che la mistica del videogioco sia un articolata saga fantasy, non dico di stampo Tolkeniano ma quasi, perché ehi, Spoiler: non lo è. Ma va benissimo così.
Kitana (Adeline Rudolph), invece, è probabilmente l’aggiunta più riuscita lato “fan storici”, finalmente il film introduce uno dei personaggi simbolo della saga senza ridurla a cameo ambulante o figurina da post-credit. La dinamica politica di Edenia, Shao Kahn e Outworld dà almeno un minimo di peso alle alleanze e ai conflitti, anche se ogni tanto sembra di ascoltare persone che discutono di geopolitica fantasy durante una rissa fuori da una discoteca.
In compenso però a suo modo funziona, Kitana ha presenza e stile, ma soprattutto combatte come dovrebbe combattere il personaggio: elegante, letale e con quell’estetica volutamente assurda che rende “Mortal Kombat” diverso da qualsiasi altro picchiaduro fantasy contemporaneo.

Il guaio è che Simon McQuoid continua ad avere un rapporto complicato con la regia dell’azione, alcuni combattimenti sono finalmente sporchi, cattivi, fisici, strapieni di fatality e brutality, altri invece vengono montati con la grazia di un tostapane lanciato giù per le scale. La macchina da presa si muove, taglia, trema, riparte, si agita come un parente che riprende il matrimonio col cellulare dopo un litro di rosso. Suppongo che la questione visto censura abbia avuto il suo peso, oppure è solo McQuoid che deve capire bene le regole di come si dirige un buon combattimento, perché comunque il sangue non manca nel film.
Sono un po’ inquietato dal fatto che i film, stiano correndo dietro ai fan che non è MAI una buona soluzione, infatti siamo davanti a titoli che sono sempre più fotocopie del materiale originale, perché poi su Infernet per mesi e mesi, i fan si ammazzano sul diametro delle cosce dell’attrice che interpreta Chun-Li, ma mi auto censuro, mi impongo di mordere il freno perché questo sarà terreno scivoloso su cui dovrò volare a bordo di Bara in autunno, quando uscirà il film ispirato alla concorrenza di “Mortal Kombat”,
Anche se per diventare “più film”, questo secondo capitolo ha dovuto fare più il videogioco, posso dirlo, dannazione intrattiene, anche se ho rischiato di perderlo, hanno anticipato l’uscita in sala di una settimana e quindi me lo sono trovato davanti così, inaspettatamente nel mio cinema di fiducia (storia vera).

Almeno questa volta Simon McQuoid non passa il tempo a preparare sequel futuri come un venditore porta a porta dell’universo espanso Warner Bros. Stavolta il film vuole davvero darti ciò che promette: botte, rivalità, mostri, fatality e tamarraggine mistica da sala giochi anni ‘90. Cinema raffinato? Mai nella vita, ma a questa Bara piacciono anche le tamarrate di genere e questa, funziona, anche se ho ancora un dubbio, il modello resta e resterà per sempre I 3 dell’operazione drago, mi chiedo come mai, gli americani, che quel film lo adorano, non possano accettare un intero film tutto basato su un torneo, ma debbano aggiungere roba ai lati, eppure Akira Toriyama ha dimostrato con “Dragon Ball” che una storia, solo sul torneo, può reggere benissimo.
Direi che il vero merito di questo sequel è proprio quello di aver finalmente accettato che “Mortal Kombat” funziona meglio quando smette di inseguire la dignità artistica e si limita a essere un gigantesco torneo di gente stramba dall’aria pericolosa che risolve problemi geopolitici prendendosi a calci in faccia, si può ancora affinare questa formula? Sicuramente, ma a ben pensarci, anche così resta un film più onesto di parecchi blockbuster moderni.
Ultima prima di andare: quale altra nota compariva in abbondanza tra i post-it sulla lavagna del regista? La colonna sonora, infatti il mitologico tema di “Mortal Kombat” qui compare declinato in varie versioni, sempre più rumoroso, presente, potente, fino ad esplodere nella sua gloriosa tamarria techno nel finale, bravo Simon, il tuo call-center per la raccolta delle lamentele funziona e in questo momento storico in cui su Infernet i nerd piangolo per le cosce di una lottatrice che non esiste, puoi fare strada, musica!


Creato con orrore 💀 da contentI Marketing