Avete presente quel tipo di soggetto che guarda una serie dopo l’altra e a un certo punto si meraviglia che fanno quasi tutte schifo? Bene, quello ero io! Ogni volta che mi capitava una buona serie da vedere, un’altra pessima era in agguato dietro l’angolo: è il Karma! Ecco perché ho deciso di scrivere di tutte le mie preferite: ho fatto una lista di tutte le mie serie del cuore e sto cercando di rimediare ai tanti post che ho promesso. Mi sto solo sforzando di essere un Blogger migliore. La serie di oggi?
attorno al 2005 non ero ancora nel tunnel delle serie tv, anche perché molte erano
già in circolazione ma non proliferavano come siamo abituati a vedere oggi,
eppure una mi ha conquistato completamente. Li riconosci quelli che hanno
visto “My name is Earl”, basta pronunciarne il titolo e nei loro occhi si
accende una luce, come se fosse tornato a galla un bel ricordo, penso che sia
stata una delle prime serie che ho iniziato a seguire in lingua originale, anche perché il vocione di Jason Lee e la parlata a mitraglietta di Jaime
Pressly sono indoppiabili, una delle pochissime di cui ho tutta la collezione
in cofanetto, perché la serie creata da Greg Garcia ancora oggi quando la
riguardo, penso che si rivolga proprio a me, lo so che i mitomani che vedono il
profilo di Gesù nel pane tostato dicono la stessa cosa, ma concedetemi delle
attenuanti generiche, o per lo meno un paragrafo per spiegare.
Una volta su questo Blog
ho promesso che avrei scritto di questa serie e il post si sarebbe intitolato
qualcosa tipo “Perché ero Earl”, titolo stupidissimo lo so, che però riassume
un concetto chiave, con pochi altri personaggi dell’immaginario mi sono riconosciuto
come con Earl J. Hickey, certo per fare una figura migliore avrei dovuto citare
che so, il grande Gatbsy, ma un pennellone con le camice a quadri che guida un
rottame di El Camino è il mio spirito guida, ad ognuno il suo ok?
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| Quando uno vorrebbe essere Magnum P.I. ma è un po’ in ritardo sulla tabella di marcia. |
elementi chiave del personaggio che mi rappresentano alla perfezione: il sopracciglio
sollevato, il tick all’occhio sotto stress, l’impossibilità di apparire con gli
occhi aperti in foto, evitando i paragoni facili (tipo una ex che ti odia, quella
l’abbiamo tutti), dalle t-shirt dei gruppi ai colori delle camice, fino alle
scelte musicali, raramente ho ritrovato me stesso in un personaggio più di come
mi sia capitato con Earl, se a questo aggiungiamo che la serie è ancora oggi un
piccolo e sfortunato capolavoro, capite perché dopo tutti questi anni sono
ancora qui ad apprezzarla.
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| Se vi interessa saperlo, so fare anche il robot, ma ci vogliono tante, tante, tante birre (storia vera) |
pescato dalla sua vita per creare Earl Hickey, pare che il signor Garcia Senior
ad un certo punto abbia deciso di cominciare a rigare dritto, dando al figlio
nuove ragioni di stima e l’ispirazione per la serie prodotta dalla 20th Century
Fox Television e andata in onda per 96 episodi tra il 2005 e il 2009, quattro
stagioni come la pizza, ma con un finale che ancora grida vendetta, ma come
avrebbe detto Anders Celsius, andiamo per gradi.
La prima grande
intuizione della serie è stata quella di imbroccare l’attore perfetto per il
ruolo del protagonista, dettaglio fondamentale quando hai una serie “nominativa”
come questa. Jason Lee, Skateboarder professionista con la passione per la
fotografia è arrivato al cinema per caso, perché conosceva Kevin Smith
che lo ha infilato nei suoi film (storia vera), qui interpreta Earl Hickey, uno
spiantato, un ladro di polli che campa di espedienti e piccoli furti, fino al
giorno in cui non trova un gratta e vinci da centomila dollari, ma non fa in tempo
ad esultare che viene investito da un’auto e finisce in ospedale.
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| Il Karma non perdona e fa anche male! |
da un programma alla Tv di Carson Daly apprende il concetto di Karma spiegato
come anche uno come lui, sulla soglia dell’analfabetismo (quindi un americano
medio) potrebbe capire: fà una cosa buona e una cosa buona ti capiterà. Per
Earl diventa un mantra, butta giù una lista piena di tutte le carognate fatte
in una vita intera e decide di dedicarsi a cancellarle tutte rimediando ai casini
combinati, il Karma lo premia subito, facendogli ritrovare il gratta e vinci
perduto, in modo da non dover più lavorare e avere i soldi per dedicarsi alla
lista. Il tempo di trasferirsi nel vicino (e fatiscente) motel di Camden County
dove vive (cittadina immaginaria che potrebbe stare tra il New Jersey e la
California, dove la serie veniva girata) insieme al fratello minore Randy (Ethan
Suplee), un ragazzone grande e grosso con il cuore di un bambino. Pare che sia
stato Jason Lee a suggerire proprio Ethan Suplee, perché se ci voleva un attore
per il ruolo di suo fratello, tanto vale assumerne uno con cui Lee avesse già
un ottimo rapporto di amicizia prima della serie no? (storia vera).
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| Un post-it gigante per migliorare la propria vita. |
conoscenza della cameriera, immigrata clandestina e ballerina idolo delle folle
sulle note di “Jump around” (se avete visto la serie non potete dimenticare),
ovvero Catalina (Nadine Velazquez) eterno amore di Randy in una sottotrama
lunga e non proprio gestita al meglio, va detto.
Completano la parata
di personaggi fissi (a differenza di Sonny il lancia lattine, che compare solo nel
pilota ma non ha superato il gradimento del pubblico di prova, ciao ciao Sonny)
l’ex moglie, non propriamente fedelissima di Earl, la bionda Joy Turner (Jaime
Pressly) bellezza tipo “Jersey Shore” che vive in un campo caravan con il nuovo
marito, Darnell “Crabman” Turner, in italiano reso come “Gamberone”,
regalandoci così il tormentone del saluto, una gag ricorrente che suona più o
meno «Hey Earl!», «Hey Crabman!», reso in italiano «Ehilà Gamberone!», «Bella Earl!»,
come vi dicevo, se avete la possibilità guardatela in lingua originale.
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| Eccoli tutti insieme, per altro bravissimi anche a cantare il tema di Convoy. |
con l’inganno, tanto che i due figli avuti durante il loro breve matrimonio, Dodge
ed Earl Jr., non sono nemmeno figli suoi, basta dire che Earl Jr. è nero (Hey
Crabman!), malgrado questo tra i due ex ci sono parecchi battibecchi, ma anche
dell’affetto, anche ora che Earl ha cominciato a rigare dritto grazie alla
lista.
Il formato di “My
Name is Earl” era la sua forza, ogni episodio un punto della lunga lista da
depennare, tra umorismo e momenti malinconici la serie creata da Greg Garcia
aveva in mano una formula vincente del tutto simile alle vecchie trame
verticali dei telefilm con cui siamo cresciuti, solo che qui la storia non si risolveva
con l’A-Team pronta a blindare il loro furgone facendosi largo sparando, ma con
venti minuti di trovate tutte da ridere, per una prima stagione che è ancora
oggi oggettivamente un gioiellino, anche per il modo brillante con cui ha saputo
costruire il mondo di personaggi attorno al protagonista.
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| Uragani, terremoti, sono nulla in confronto a Joy incazzata! |
Simpson potessero battere per caratterizzazione, bizzarrie e numero di
personaggi, gli abitanti di Camden County, che vanno da Kenny l’amico che Earl
aiuta a fare “outing” (1×01), fino a Patty la bella di giorno, passando per
Willy il postino con un occhio solo, giù fino ai genitori di Earl e Randy, tra
cui spicca il padre interpretato da Beau Bridges in grande spolvero, ci sono un sacco di momenti
esilarati con lui in scena, ma Earl che gli canta “Eyes of the tiger” per
gasarlo prima di una rissa resta il mio preferito.
Il formato di “My name
is Earl” è talmente azzeccato che gli ascolti volano e la serie diventa la
festa a cui tutti vogliono partecipare, quindi cominciano nel corso delle
puntata a spuntate un sacco di volti nomi, da Giovanni Ribisi in un ruolo semi
fisso, fino a Timothy Olyphant, Jon Favreau, una giovanissima Chloë Grace
Moretz, Juliette Lewis in un esilarante ruolo da cacciatrice di taglie, suo
padre Geoffrey Lewis, Deborah Ann Woll in un ruolo apparentemente fondamentale
in realtà purtroppo occasionale, fino all’impresario di pompe funebri John
Water, Jenny McCarthy e addirittura Burt Reynolds, d’altra parte in una serie
che in una puntata (1×07) rende omaggio a “Il bandito e la Madama” (1977)
lui proprio non poteva mancare, anche se l’elenco delle facce note sarebbe
molto più lungo di così.
si sono numerosi episodi geniali (1×14 – Monkeys in Space) ma anche puntate
demenziali, come l’insopportabile “Our Cops is on” che purtroppo torna fin
troppo spesso per i miei gusti, più o meno quando gli sceneggiatori più in difficoltà
di Willy nell’infilare le lettere nella buca, cercavano di macinare puntate per
venire incontro all’ingordigia della Fox, Karma negativo.
La seconda stagione
di Earl è una altro gioiellino, non solo la serie procede a gonfie vele ma
iniziano a spuntare le trame orizzontali, ma la serie procede in crescendo,
ditemi quello che volete, ma la puntata 2×22 (Get a real job) è un capolavoro che
riassume l’eterna lotta tra colletti blu e colletti bianchi, con Earl che passa
dall’essere uno scaricatore a fare il venditore, che ogni volta riesce a farmi esultare per il suo gran finale, che arriva giusto in tempo per il finale di stagione con
colpo ad effetto e presa di coscienza di Earl, sulle note di “Baba O’Riley” dei
The Who.
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| Orgoglio proletario riassunto in venti minuti. |
potuto concludersi, se solo ci fosse stata la volontà di fare un bel lavoro e
lasciarsi un gioiello del piccolo schermo da tramandare alla posterità televisiva,
invece niente, la Fox batte i pugni sul tavolo, lo show ha ottimi ascolti e
quindi deve continuare. L’inizio della terza stagione è ancora abbastanza
divertente, se visto come una sorta di parodia di Oz, in fondo il carcere è pensato per redimersi, un posto ideale per portare avanti la lista di Earl,
ma la terza stagione è quella piena di episodi doppi, dettaglio sintomatico di un tentativo di allungare il brodo cercando una direzione.
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| Bello questo episodio di “Oz”, ehm no scusate. |
funzionato fino a quel momento viene in parte tradita e in parte semplicemente,
comincia a mancare la cura per i personaggi secondari e le loro sotto trame,
ancora oggi mi chiedo che senso abbia avuto il doppio episodio in Messico per
salvare Catalina, tutta quella parte del matrimonio per il visto, per poi
risolvere l’eterno tira e molla tra Randy e la bella immigrata frettolosamente
in mezza puntata, misteri della serialità.
La terza stagione di
Earl spara in aria cercando di colpire qualcosa, a volte ci riesce anche, basta
dire che nel momento di dubbio del protagonista sull’effettiva efficacia del
Karma, la serie di fatto inventa WandaVision con circa quattordici anni d’anticipo
sulla Marvel.
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| Bello questo episodio di “WandaVision”, ehm no scusate (secondo estratto). |
serie ha perso molto del suo brio, tirata troppo a lungo dall’avidità della Fox,
non serve nemmeno tornare al vecchio formato (quasi) autoconclusivo delle prima
parte della quarta stagione, dove comunque ci sono ancora episodi spassosissimi,
come il giorno della marmotta di “Sweet Johnny” David Arquette, oppure il mio
culto personale, lo show “Estrada or Nada” dove l’ex Poncherello Erik Estrada
sfida tutti a fare qualunque cosa meglio di lui, peccato che questa trovata
tutta da ridere arrivi in uno degli infiniti episodi legati alla protezione
testimoni, che se da un certo punto di vista è un ottimo sfottò a questo
famigerato sistema tutto yankee (ma ha mai davvero funzionato poi? Chissà) dall’altra
mette in chiaro che la serie non sapeva più dove sbattere la testa.
Crabman agente segreto
per il governo e figlio di Danny Glover, malgrado l’omaggio ad Arma letale
sempre gradito era anche la prova che forse, era ora si chiuderla qui, peccato
che il finale sia il più sanguinoso e doloroso (serialmente parlando) di sempre.
Quando vi sentite disperati perché la vostra serie preferita è stata
cancellata, sappiate che la vostra sofferenza è nulla al confronto di quella di
chi amava “My name is Earl”.
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| Quando vi cancellato la serie del cuore, ricordatevi di noi fan di “My name is Earl”. |
questa serie (a partite dalla puntata 1×06) si concludevano con Earl e Randy
nello stesso lettone e con gli spassosi dubbi del fratello minore (di fatto le
domande che mi fa la Wing-woman quando mi sto per addormentare, uguale), ma
nessuno si è mai concluso con un “To be continued” come l’episodio finale della
quarta stagione, che non solo ci ha lasciato con un dubbio enorme, ma non è mai
continuato. Ancora ci soffro mannaggia a voi!
Potrei fare come
Randy a mettermi ad ascoltare malinconico Time after time (miglior gag della
serie a mani basse) oppure riflettere su un finale che è stato decisamente
inglorioso, ma la serie no, ancora oggi non identificarsi in uno o più tra i
personaggi e le situazioni di “My name is Earl” è francamente impossibile, una
di quelle serie che per quanto andasse in giro con un bel barattolone di miele da
usare per condire il mondo, aveva un’innegabile capacità di far sentire meglio
lo spettatore, una coperta di Linus che non voglio dire abbia convinto qualcuno
ad essere una persona migliore, ma forse un pochino si. Per quanto io “fossi
Earl” non ho mai stilato una lista, ma almeno ho sempre provato ad essere un po’ migliore di
quanto non fossi ieri, quello sì, dimostrazione che un po’ di quella melassa deve
essermi rimasta addosso certo, ma anche di quanto questa serie avesse dentro
davvero qualcosa di speciale.
A suo modo il Karma e “My name is Earl” hanno
agito in modi misteriosi, Jason Lee si sarà fatto crescere i baffi solo per la serie perché
risultava molto buffo in versione Magnum P. I. (storia vera), ma è anche quello che non si è mai ripreso
dalla cancellazione della serie, ha lavorato altrove prima di ritirarsi
tornando al suo primo amore, la fotografia. Si scatena ancora dal suo profilo
Instagram con l’obbiettivo e ogni tanto da lontano, fa due mosse di Breakdance, forse dopo averne bevute un paio, magari con Mr. Roboto in sottofondo.
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| Immagini che potete “sentire” (e ballare). |
pare aver capito meglio la lezione della serie è stato Ethan Suplee, che ora è
diventato una specie di Vin Diesel solo molto più palestrato, proprio per
questo un film, una miniserie finale, un episodio revival per chiudere, oggi
sarebbe ancora più esilarante.
Anche se forse la
parte migliore di “My name is Earl” è questa, restare un’incompleta, con un
finale aperto in cui Earl potrebbe essere ancora in giro a cercare di rendere
la sua vita e quella degli altri un po’ migliore, come un Sam Beckett con i
baffi al posto dei viaggi nel tempo. A suo modo questa serie mi ha davvero
lasciato con una lista, di obbiettivi, di sogni, di piccole soddisfazioni
personali da cercare di raggiungere senza passare sul cadavere degli altri,
oltre ad un quantitativo esagerato di gag da citare a memoria e momenti
divertenti da ricordare, il mio “essere Earl” si rispecchia nella filosofia
spicciola di questa serie, che un pochino (ma ino, ino, ino) ti spinge con
leggerezza a provare ad essere una persona migliore, con la giusta dose di sorriso. Alla fine posso dire che la frase di lancio della serie diceva il vero… Karma is a funny thing.















