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Narcos – Stagione 3: Cosa devo fare per riavere indietro Pablito?

Attesa da molti,
anche dal sottoscritto, spinta in maniera massiccia da Netflix, la terza
stagione di Narcos è comparsa sulla celebre piattaforma di streaming il primo
di settembre, vista in un tempo ridicolmente breve posso dirlo: che palle!

Ok, non è molto
professionale dire “Che palle!” commentando un’opera, però davvero mi è venuto
dal profondo del cuore, sono piuttosto certo che sarò l’unico a pensarla così,
ma davvero questa serie che ci ha regalato una stagione di esordio magnifica ed una seconda per certi versi anche migliore, questo clamoroso buco nell’acqua
non doveva farlo, non me lo aspettavo, nemmeno fosse l’Inquisizione Spagnola.

Voi direte «Eh, ma
ti sei fatto venire la malinconia per l’assenza di Pablo Escobar» forse, ma vi
assicuro che ero mentalmente preparato a non rivedere più Pablito interpretato
dal bravissimo Wagner Moura. Parliamoci chiaro: questa serie è sopravvissuta
alla dipartita (artistica) di José Padilha alla regia e dello stesso Pablo
Escobar nelle trame, alla fine della seconda stagione era davvero lecito
pensare che gli showrunner Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro fossero
dei discreti cervelloni che avessero pianificato tutta molto tempo fa, fin dal
titolo della serie scelto “Narcos”, invece del più facile da vendere “Pablo”.



Sarà cara Netflix, ma io mi sono fanno delle dormite che levati, ma levati proprio.

Purtroppo, alla
luce della terza stagione mi è chiaro che il titolo della serie e l’idea di
cambiare l’oggetto delle indagini di Pablo Escobar al cattivissimo cartello di
Cali è frutto del crescente successo della serie, non di un’efficace strategia
a lungo termine, mi sembra chiaro che nemmeno loro erano pronti ad un successo
di pubblico di questo tipo e siano dovuti correre ai ripari.

La terza stagione
di Narcos tradisce alcuni degli spunti che hanno regalato il successo alle
prime due, capisco perfettamente che il cartello di Cali non fosse “Mediatico”
come Pablo Escobar, quindi il materiale girato reale a disposizione, da
alternare alle immagini fittizie della serie girate con gli attori, fosse molto
meno di quello dedicato a Pablito nostro, ma se ne sente moltissimo la mancanza durante la
stagione quegli innesti reali in cui il “Realismo magico” della serie poteva
lavorare e strabiliare. L’altro dettaglio che manca come l’aria a questa serie
sono i personaggi.
Non che sia una
serie recitata male, niente affatto, tanto di cappello al bravo Matias Varela nel
complicato ruolo di Jorge Salcedo, ma anche all’ottimo Javier Cámara (visto in The Young Pope) in quello del contabile
da catturare Guillermo Pallomari, in quella che è solo una delle tante
citazioni a “Gli Intoccabili” (1987) di Brian De Palma, basta dire che Javier
Peña ad un certo punto si presenta proprio con il nome di Eliot Ness.



“Oh basta eh? Mi state facendo rimpiangere Giuda Legge!”.

Ecco, Peña! Di
fatto diventa lui il vero filo rosso che unirà tutte le stagioni di Narcos,
anche la prossima mi viene da pensare, alla luce dell’anti climatico finale che
mi è sembrato una chiusura di serie davvero moscia.

Complice anche la
storia, il tanto bistrattato Boyd Holbrook è andato a fare il nuovo
Predator (di Shane Black, rumore di mani che si sfregano in sottofondo), quindi
l’ex Dorniano di Giocotrono ha sulle
spalle tutta la serie. Sulle spalle, diciamo sulle labbra visto che per dieci
episodi Pedro Pascal proprio non riesce a chiudere la bocca, ma perché sta
sempre con la boccuccia socchiusa? Sta cercando di imitare la Magnum di
Zoolander? Non lo so, ma dopo la dodicesima posa con “Duck Lips” il personaggio
avrà perso tre quarti della sua credibilità, il resto ci pensa la storia a
portargliela via.


Potresti anche dire delle grandi verità, ma con quella bocca a culo di gallina non ti si può vedere.

Nella terza
stagione di “Narcos” ci sono anche momenti appassionanti, senza rovinarvi la
visione poso dire che c’è una perquisizione degli uffici molto ben fatta, ma
anche l’intercapedine di un muro utilizzata in modo davvero creativo, il
problema è che con la storia strutturata in questo modo, non ti affezioni
davvero mai a nessuno dei personaggi.

Fin dal primo
episodio (e dalla stagione precedente)
il cartello di Cali ci viene mostrato molto più spietato nei modi rispetto a Pablo
Escobar, ma anche molto più organizzato e per certi aspetti intoccabile, le
premesse sarebbero quelle di un cartello molto più difficile da smantellare
rispetto a quello di Medellín che, però numeri alla mano, in questa serie ha
tenuto banco due stagioni, quello di Cali non può dire lo stesso.
Nelle prime due
stagioni abbiamo visto Pablito passere da “Zero to hero” come direbbero gli
Yankee, dei fratelli Rodríguez e del loro associato quasi di famiglia Hélmer
“Pacho” Herrera non possiamo dire lo stesso, proprio quest’ultimo, il
gangster omosessuale di cui NESSUNO ha il coraggio di scherzare sul suo essere
un “Marica” se non vuole finire con la gola tagliata, avrebbero potuto
raccontarci molto di più, invece non sappiamo nulla, se non che sono cattivi e
cattivissimi. Inoltre, Pacho in molte inquadrature sembra una versione Latina (e
con pornobaffo) di Shia LeBLUFF, cosa che non gioca molto a suo favore.



Lo Shia LeBLUFF Colombiano, sicuramente meglio dell’originale.

Da questo punto
di vista la terza stagione di Narcos sbaglia proprio quello che era stato il
suo fiore all’occhiello, ovvero quello di farci tifare per uno dei più grandi
bastardi della storia del Narcotraffico, lo sappiano che da “I Soprano” in poi
ormai i nostri eroi televisivi sono gangster e criminali, qui tra “Pacho”,
Chepo e Chipo non ne ho trovato uno di cui m’interessasse davvero qualcosa.

Sul fronte dei
buoni non va meglio, il migliore è Javier Peña con le sue labbra a culo di
gallina, mentre degli altri due in dieci episodi non ho imparato nemmeno il
nome, qualcosa vorrà pure dire, no?



“Voi sareste i buoni? Ora ho capito perché il pubblico tifa per i narcotrafficanti”.

Mettiamoci anche
che quella che dovrebbe essere LA scena d’azione della serie, la sparatoria dell’episodio
3×06 è realizzata in maniera davvero imbarazzante. Dopo pochi minuti mi veniva
voglia di gridare fortissimo all’operatore «ma la tieni ferma ‘sta cazzo di macchina
da presa!!», un rimbalzare costante che rende l’azione incomprensibile, delle
scene mandate a velocità doppia nel tentativo disperato di dare un’idea di
movimento, penso sia una delle sparatorie peggiori che abbia mai visto in una
serie televisiva.

Il finale,
oltre che essere anti climatico non funziona granché nel convincermi ad
attendere la prossima stagione, però mi ha fatto ridere, vuoi vedere che alla
fine il buon vecchio Joaquín Guzmán Loera detto El Chapo potrebbe avere quella storia sulla sua vita che tanto
sognava?
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