
La Bara Volante: ufficialmente un sito di cinema, fino a qui credo di non offendere nessuno. A ben guardarlo un oggetto dalla forma inadatta al volo che però se ne frega e sfreccia lo stesso tra i titoli più disparati, con una predilezione per quelli di genere, se degli anni ’80 meglio, non tanto per scelta del suo pilota, quanto perché il decennio dei jeans a vita alta è quello dei film delle infanzie di molti di noi.
Alcuni film poi più che invecchiare, scoloriscono come le copertine delle vecchie VHS, guadagnando così del fascino, certo, retrò, ma sempre di fascino parliamo. “Navigator” è uno di quei titoli che reclamano lo status di film dell’infanzia, perché impressi a fuoco nella memoria collettiva di una generazione, forse di una generazione e mezza. Il suo titolo “Italiano” è una scelta a suo modo brillante, dall’originale “Flight of the Navigator” elide tutta la parte di troppo, lasciando quella parola in inglese che poteva restare identica e comprensibile anche da chi allora, l’inglese lo masticava solo in modo maccheroni. Per dirvi di quanto ho voluto bene a questo film durante la mia infanzia, i G.I.Joe uscivano tutti con un nome di battaglia, l’unico che non ne aveva uno – e per altro era un pilota – l’avevo ribattezzato “Navigator” (storia vera).
Diretto da Randal Kleiser, regista di “Grease” (e questo spiega perché in auto all’inizio, dopo la gara di fresbee con il cane, la famiglia ascolta pezzi dalla colonna sonora del musical del 1978), “Navigator” arriva nel pieno di un’epoca in cui il cinema per ragazzi non aveva ancora paura di fare un po’ paura o di essere ambiguo, persino vagamente crudele, malgrado le musiche sospese e sognanti composte da Alan Silvestri. Non ve lo ricordavate che erano sue eh?

Prodotto dalla Disney è dimenticato dalla Casa del Topo (inspiegabilmente non lo trovate su Disney+, boh!) si tratta di fantascienza “per famiglie” solo sulla carta, perché sotto la superficie lucida di astronavi cromate e computer parlanti, il film racconta una storia capace di disturbare, se vi capitasse di viaggiare nel tempo come David (Joey Cramer) e chiedere al giovane e al vecchio Cassidy una sinossi volante su questo film, la risposta, separata da quarant’anni sarebbe più o meno questa: la storia del ragazzino che perde otto anni di vita, scompare e ritorna senza essere invecchiato di un giorno a differenza del mondo, che però non lo aspetta. Non so voi, ma a me questa parte è quella che mi colpiva di più della storia.
4 luglio 1978, David Freeman (Joey Cramer) è figlio di due genitori che oggi verrebbero considerati irresponsabili, perché gli permettono di uscire la sera, insomma, due normalissimi genitori degli anni ’80, di quelli che non avvolgevano i figli nel pluriball. Il fatto che siano fatti a forma di papà Cliff DeYoung ma soprattutto di mamma Veronica Cartwright, ci fa intuire che in particolare la seconda, qualche trauma di natura aliena avrebbe anche potuto averlo, ma questo è un’altra storia.

David scompare e quanto torna, per lui sembra passato un attimo, per il resto del mondo no, siamo di colpo nel 1986, i suoi genitori sono invecchiati e hanno l’aria di una coppia che ha presenziato a troppe puntate di “Chi l’ha visto”, mentre il suo fratellino Jeff, ora è più grande di lui e per altro, indossa delle camicie inguardabili. Quello che chi si abboffa con la malinconia per gli anni ’80 non vuol ricordare: l’atrocità di certi capi di abbigliamento.
Anche rivedendo il film per scriverne in occasione del suo compleanno, quegli otto anni perduti per sempre del protagonista mi hanno scatenato la stessa ansia di allora, le conseguenze poi sono dirette, la scienza interviene per cercare di spiegare e David Freeman libero non è più (ah-ah), ma “ospite” della NASA che prima lo gonfia di giocattoli bellissimi e poi lo utilizza come cavia. Va detto che, tra le cose che quei Transformers e quei G.I.Joe nuovi di pacca mi facevano ingolosire quando guardavo il film da bambino, ma anche oggi, alcune cose non cambiano mai per davvero.

Forse il vero trauma però, per un dodicenne del 1978 che si risveglia nel 1986 è quello di essersi perso l’uscita in sala di Halloween ritrovarsi come unica amica, la tipica adolescente degli anni ’80 che fa le pulizie alla Nasa, credo, non è chiarissimo. Non so se mi stupisce di più ritrovare nei panni di Carolyn una giovanissima ma sempre piuttosto scarsa Sarah Jessica Parker, o il fatto che si porti apprezzo una specie di robot per le pulizie di nome RALF, in italiano reso come Robot Aiutante Lavori Faticosi. Eh niente, fa già ridere così, non serve aggiungere altro.
Quando “Navigator” entra nel vivo, lo fa piuttosto avanti nel minutaggio della trama, l’arrivo dell’astronave è la naturale conseguenza, questo disco volante argentato, liscio, privo di spigoli e di aggressività, più simile a un organismo che a una macchina, compare come se fosse stato evocato dalla frattura temporale stessa, anzi, stando alle parole della Wing-woman: «Sembra una Madeleine volante, ma anche una cozzetta.»

La nave pur essendo diventata a suo modo iconica per chi è cresciuto vedendo e rivedendo questo film, non è un’arma, diciamo più che altro un tramite, al suo interno, un’intelligenza artificiale che blatera troppo, sbaglia tono, accumula dati e li rigurgita sotto forma di battute fuori tempo massimo, inoltre parla con la voce (in originale) di Paul Reubens, il suo nome per esteso è Trimaxion, ma a seconda del grado di formalità, va bene anche solo Max.
Max è una macchina che sa tutto e non capisce nulla, i battibecchi con il giovane protagonista funzionano ancora alla grande, perché “Navigator” ha la giusta intuizione di trasformare l’umano in un contenitore di memoria, un archivio vivente di immagini terrestri, necessario all’alieno per orientarsi nell’universo. David non è speciale perché prescelto, ma perché utile come sorta di hard disk biologico, un deposito di ricordi, sogni, frammenti di quotidianità, un’idea sottilmente inquietante che ribalta il classico rapporto tra umano e tecnologia aliena.

Come spesso accade nel cinema per ragazzi degli anni ‘80, gli adulti sono figure opache, incapaci di decifrare davvero ciò che hanno davanti, che siano medici, scienziati o militari, tutti osservano David, lo studiano, lo analizzano come un oggetto fuori posto, nessuno sembra davvero interessato a quello che prova, se non l’adolescente Sarah Jessica Parker, che affetta da un bruttissimo caso di “Lalalismo” (la propensione dei personaggi a cantarsela, facendo “LA LA LAAA LAAA LA LA LAAAA”), spiattella tutto sulla fuga di David dando così il via al suo inseguimento, anche se impari, visto che come nuovo Navigator nominato sul campo, non ha problemi di effetti G o di pressione sottomarina, come si vede chiaramente dal film.

Il mondo adulto, il 1986, non sa cosa farsene di un bambino che non rientra nei parametri, che rompe la linearità del tempo e mette in crisi l’ordine delle cose, il massimo che ottiene e il ciccio bello che butta lì una battuta spilberghiana, sull’alieno che beh, voleva telefonare a casa.
Ed è forse per questo che “Navigator” continua a parlare anche agli spettatori di oggi, perché racconta cosa significa restare indietro rispetto al proprio tempo, che è un po’ l’effetto che ci crea oggi la malinconia, o meglio, lo fa su fin troppi spettatori.
Dal punto di vista visivo, “Navigator” è figlio di una fantascienza ancora analogica, anche quando tenta i primi passi nel digitale, gli effetti speciali, pionieristici e oggi inevitabilmente datati, non stonano perché non cercano il realismo a tutti i costi. La CGI dell’astronave contribuisce anzi a quella sensazione di irrealtà sospesa che attraversa l’intero film, al resto ci pensano trovate così retrò che posso dirlo? Mangiano gli spaghetti in testa a molta roba contemporanea, tipo il monitor a tubo catodico montato su un braccio mobile, le lucine intermittenti, comandi vocali che però possono passare anche in manuale, sarei stato pronto a fare il navigator allora e se ne avessi la possibilità, anche oggi, anzi, considerando che ho una Bara Volante, un po’ questo sogno di bambino l’ho fatto mio.

Se in mezzo poi ci mettiamo il fatto che Max è una sorta di piccola arca che salva creature a rischio estinzione, tanto che anche qui, come da canone anni ’80, non può mancare il mostrino caruccino da usare come mascotte, che resta anche l’unico vero lascito del viaggio di David.
Il film in queste quattro decadi si è costruito uno stato di culto, totalmente calato nel suo tempo, ma abbastanza memorabile da essere un viaggio ancora ricordato, anche se certi viaggi, anche quando finiscono, continuano a spostare le coordinate di ciò che siamo, grazie per le ore di volo “Navigator”.


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