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Nel Fantastico Mondo di Oz (1985): no, non siamo decisamente più nel Kansas

Chissà se L. Frank Baum quando scrisse “Il mago di Oz” aveva idea di quanti quintali di iconografia avrebbe lanciato sulle generazioni successive? Sicuramente ricordiamo tutti la celebre versione musicale della MGM con Judy Garland, con i suoi pupazzoni rassicuranti, i protagonisti saltellanti sul sentiero dei mattoni gialli e “Somewhere over the Rainbow” il pezzo che ci ha sfracellato i maroni nelle 857 versioni in cui è stato citato, riproposto e ricantato da praticamente chiunque. Ma se pesco dai cassettini della mia memoria di cinefilo, io ricordo una versione del film spaventosa (e quindi fighissima), dopo una po’ di ricerche sono giunto alla conclusione che quella versione decadente e horror di Oz non esisteva solo nella mia mente, ma era stata diretta da Walter Murch.

Chi sarà mai questo Walter Murch? Ecco, il buon Walter è uno di quei professionisti cinematografici di cui si parla poco e che sono responsabili di quasi tutte le cose più fighe viste al cinema. Murch è un montatore (audio e video) sceneggiatore e regista, ha lavorato con tutti, curando il montaggio di quattro film di Francis Ford Coppola (“La conversazione”, “Apocalypse Now”, “Il Padrino – Parte III” e “Tetro”… Roba da nulla, insomma), amico personale di John Milius e George Lucas, sfruttando i (pochi) gradi di separazione tra tutti i registi citati, di riffa e di raffa Walter Murch ha messo il naso un po’ ovunque, “American Graffiti”? Star Wars? Murch era sul set mentre i film venivano girati. Uno che in carriera ha utilizzato tutti i tipi di software disponibili per il montaggio, infatti è stato il primo montatore della storia del Bosco di Holy a vincere un Oscar con un film montato al computer, “Il paziente Inglese” e non pago, per quel film ha vinto anche la statuetta di Zio Oscar per il montaggio sonoro… Questo fa di Murch un califfo e de “Il paziente Inglese” il film che era più interessante per gli aspetti tecnici che per la trama capace di provocare l’orchite. Recentemente, invece, il buon Murch ha curato il montaggio di Tomorrowland – Il mondo di domani, giusto per rassicurarvi, la Disney non lo ha chiuso nelle segrete di Disneyland Parigi dopo questo film…

Per una serie di combinazioni nei primi Anni ’80, a colloquio con qualche pezzo grosso della Disney, Murch batte i tacchi ed espresse il desiderio: “Se proprio dovessi dirigere un film, sarebbe un sequel de Il mago di Oz”. Siccome in quel periodo i diritti dei romanzi originali di L. Frank Baum erano di nuovo disponibili, il desiderio di Walter si trasformò nella sua prima ed unica regia: “Return to Oz” da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa “Nel Fantastico Mondo di Oz”, anche se a giudicare dal numero di bambini mandati in terapia, forse l’aggettivo “Fantastico” non era proprio tra i più adeguati.

«Ciao bambini! Lo volete un palloncino?»

Ricordo di aver visto il film da bambino, in qualche passaggio televisivo, ora, per darvi un’idea dei miei problemi, devo ammettere di essere sempre stato un bimbo dai gusti piuttosto macabri, ho sempre preferito guardarmi “Darkman” per la dodicesima volta (quella settimana) piuttosto di “Red & Toby nemiciamici” giusto per fare un titolo che, ricordo, mi portarono a vedere al cinema… Mettiamola così: quando guardavo “La Famiglia Addams” mi sentivo perfettamente a mio agio e crescendo non sono migliorato…

Riguardando il film qualche giorno fa, devo dire che la pellicola è molto più bella (ed inquietante) di quanto non la ricordassi, perché “Nel Fantastico mondo di Oz” è una mosca bianca nella produzione Disneyana, il risultato di quello che si ottiene quando un filmaker con un’idea precisa si ritrova a disposizione il budget necessario per realizzarla, ovviamente in fase di produzione, tra Murch e la Disney, non fu proprio tutto pacche sulla spalle e cinque alti.

You’ll loose your mind and play (free games today), see Emily Dorothy play (quasi-cit.) 

La Disney acquista i diritti dei libro di L. Frank Baum in blocco, quindi Murch può pescare a piene mani da tutti i libri della saga, tranne che le scarpette rosse, che restano proprietà intellettuale della MGM, infatti in questa versione del film sono state sostituite da delle “ciabatte di rubini” stando al doppiaggio italiano.

Murch scrive la sua sceneggiatura prendendo spunto dai libri successivi da Baum, ovvero “Il Meraviglioso Regno di Oz” e “Ozma, Regina di Oz”, quello che omette di riferire alla Disney il nostro Walter è che c’è un altro libro da cui sta traendo ispirazione per il suo film ovvero “Wisconsin Death Trip” di Michael Lesy, ora per due minuti fatemi fare la parte di “Cassipedia”.

Uscito nel 1973, scritto dal giornalista è professore universitario Michael Lesy, traendo ispirazione dalla foto di Charles Van Schaick fatte nella Contea di Jackson in Wisconsin nel diciannovesimo secolo. Avete presente quella parte di Stati Uniti di Yankeelandia che di solito i film non mostrano mai? Una specie di Gotico Americano fatto di facce vere ed inquietanti, una carrellata di case di legno decadenti, povertà assortita, persone “Creepy” con sguardi da pazzi, un libro di culto che ha ispirato musicisti, poeti, registi, Ecco, magari non lo trovate in vendita al Disney Store vicino ai pupazzi di “Toy Story”, lo dico giusto così lo sapete.

«Ma-ma quello non è il pupazzo di Lotso»
Mentre Walter è al lavoro, alla Disney avviene un cambio al vertice e i nuovi capi iniziano a guardare il progetto con lo sguardo di chi vede una colonia di formiche troppo vicina al suo cestino da Picnic, la scusa è che il budget è troppo alto e che Murch non sta rispettando la tabella di marcia, il buon Walter si ritrova con la classica scatola di cartone fornita dall’azienda per svuotare la scrivania e portare le proprie labbra altrove… A questo punto della storia, interviene George Lucas.
Negli anni ’80 Lucas non ha ancora creato Jar Jar Binks, quindi è ancora considerato il padrone assoluto dell’universo, avete presente l’Imperatore di Guerre Stellari? Ecco, s’inchina solo di fronte a Lucas. George e la sua camiciona di flanella a quadri vanno dalla Disney e intercedono per Walter Murch: “Ragà questo è un genio, se non lo finisce lui il film, lo finisco io gratis per voi, però lasciatelo lavorare”. Infatti, nei titoli di coda, tra i ringraziamenti del regista, viene proprio citato George Lucas. Nell’estate del 1985 il film esce nelle sale, incassa il giusto, ma non fa il vuoto al botteghino, l’unica cosa su cui sono tutti concordi, critici, spettatori e bambini portati in sala dai genitori è che “Return to Oz” NON è un fim per bambini. Ancora oggi, anno di grazia 2016, nell’atrio dell’associazione Psicologi infantili, trovate una statua di bronzo del busto di Walter Murch.
«Antonio salvami da questa pazza!! Voglio tornare al mulino a fare i biscotti con te!»

La trama è semplice, ma validissima: Dorothy ha sbattuto i talloni ed è tornata a casa, il problema è che ora deve fare i conti con il dopo. Quello che ritrova nel suo Kansas è una cosa distrutta dal tornado e degli zii indebitati e preoccupati per il fatto che la bambina, non solo non riesce più a dormire, ma parla in continuazione degli amici che ha lasciato indietro, un uomo i cui arti amputati sono stati rifatti di latta, un leone codardo, una strada di mattoni gialle e un spaventapasseri divenuto Re di una città di smeraldo. Roba tutta matta che potrebbe essere il frutto della fervida immaginazione di una bambina, o di qualcosa di peggio.

Gli zii sospettano di un colpo ricevuto in testa durante il tornado ed essendo persone povere del Kansas rurale, perché non ricorrere all’ultimo ritrovato della scienza moderna per curare la bambina? Quindi, il fidato Toto (un cane vecchio di rara bruttezza) viene lasciato a casa e la Zia Piper Laurie (la machiavellica Catherine Martell di Twin Peaks) porta la piccola Dorothy (Fairuza Balk, vista poi in “Giovani Streghe”) dal Dottore, un simpaticissimo omino che con tutta calma ci spiega che il cervello a volte produce troppa elettricità e grazie all’innovazione dell’elettroshock il problema si può risolvere facilmente (!). Tutto questo dopo circa 5 minuti di film (!!) della Disney (!!!)

«Questi servono per ascoltare la sigla del Mickey Mouse Club vero?»

A salvare la ragazzina (lasciatemi l’icona aperta che ripasso…), ci pensa un temporale a far saltare la corrente e una ragazzina bionda dallo sguardo triste che la libera, le due fuggono, la bimba bionda (forse) muore nella piena del fiume, mentre Dorothy sviene e al suo risveglio si ritrova ad Oz.

In compagnia di una gallina parlante di nome Billina (sempre quell’icona lasciata aperta…) che sembra la zia della gallina di Banderas (ma animata molto meglio) la bambina si mette in marcia verso la città di Smeraldo, ma Oz è un posto in rovina quasi come il Kansas da cui è arrivata, la strada di mattoni gialli è devastata, gli abitanti di Oz sono stati trasformati in statue di pietra e tra le macerie si aggirano i terribili rotanti, servitori della regina fuori di testa (in tutti i sensi) Mobi. Suoi alleati, la più improbabile banda di bastardi senza gloria massa insieme lungo il cammino: il robot militare Tik-Tok, una versione chiatta del D-3BO di Guerre Stellari, unico caso della storia di androide orgoglioso di NON avere sentimenti umani e affetto da tre rotelle da caricare costantemente. La zucca parlante Jack, che si rivolge a Dorothy chiamandola “mamma” e che, per altro, è stato la principale ispirazione per il Mervyn “Merv” Pumpkinhead di Sandman di Neil Gaiman (storia vera).

«Buongiorno, è già il 31 di Ottobre?»

A completare la squadra: una testa di alce impagliata, in una scena degna dell’A-Team in una specie di letto volante e riportato in vita da una strana polverina… Disney, ripetetelo ogni volta che leggerete cose strane, è un film Disney.

La prima parte ambientata nel Kansas è di una desolazione più unica che rara, la dispotica zia critica tutti quelli non considerati produttivi e più che per amore nei confronti nella nipote, sembra portarla in clinica in modo che possa tornare ad aiutare con le faccende di casa. Quando Dorothy viene abbandonata nella mani dei sanitari (inquietantissimi i due infermieri) sembra di stare guardando le scene più truci di “La morte corre sul fiume” più che qualcosa uscita dalla casa di produzione di Topolino. Murch esalta le ombre, le stanze anguste e lucubri e con l’inquadratura ardita sulle luci appese al soffitto del corridoio che la protagonista percorre, legata alla barella, sembra scandire la condanna a morte della bambina.

Il vostro solito film della Disney, tutto colori e canzoni allegre.

Eppure, molto più del caramelloso musical del 1939, “Nel Fantastico Mondo di Oz” è più fedele al lavoro di Baum, il fatto che gli elementi incontrati da Dorothy nel mondo reale, vengano tradotti in dettagli di fantasia dalla bambina una volta arrivata ad Oz, è qualcosa su cui Murch ha lavorato molto, regalando alla pellicola tutta una nuova chiave d’interpretazione possibile. Personalmente, rivedendo questo film qualche giorno fa, non ho mai pensato alla versione con Judy Garland, ma spesso mi sono ritrovato a pensare a Terry Gilliam, in particolare a Tideland.

Il livello di decadenza dei luoghi dove vivono la Dorothy di questo film e la Jeliza-Rose di quello di Gilliam sono del tutto paragonabili, allo stesso modo entrambe si rifugiano in un mondo immaginario creato da loro pescando dagli elementi delle vita quotidiana. Per Dorothy le ruote delle barelle della clinica si trasformano nei terribili rotanti, la chiave che carica Tik-Tok è la stessa che carica la macchina friggi cervello e i riferimenti non finiscono qui! La testa principale di Mobi viene preservata all’interno della teca numero 31, che è anche il numero di camera della protagonista nella clinica.

«Ho appena capito che quel tornado non era poi così male»

Questo ossessivo livello di dettaglio alza la palla allo spettatore per un sospetto: e se Dorothy non fosse riuscita a schivare l’elettroshock? Se tutto quello che vediamo come spettatori, non fosse altro che il frutto dei viaggi mentali della bambina, rifugiatasi nel mondo immaginario per evitare il dolore del trattamento? Nel finale un paio di dialoghi sono (quasi) rivelatori e fanno scomparire questa ambiguità, per buona parte del film, da adulti è impossibile non pensare che sia un’opzione del tutto praticabile… Disney, continuate a ripeterlo, Disney… E’ un film Disney.

La cosa che è palese a tutte le età di “Return to Oz” è il fatto che sia un film squilibrato, in tutti i sensi, soprattutto nel senso cinematografico del termine: appena la storia richiede di essere per bambini, Walter Murch calca la mano, inserendo alberi che producono porta merenda e adorabili spaventapasseri con la testa di zucca, ma quando la storia richiede di fare un po’ di paura ai piccoli spettatori, il film finisce in territori pienamente horror. Non giriamoci attorno: alcune scene di questo film non sfigurerebbero in uno dell’orrore di quelli fatti come si deve.

I Rotanti sembrano una gang rimasta fuori da I Guerrieri della Notte, la strega dalle teste intercambiabili che insegue Dorothy (in un momento del film anche senza la testa…) è qualcosa di più vicino al tuo horror medio che al tuo classico film Disney.

«Rotantiiii! Giochiamo a fare la guerraaaaa? Rotantiiiii!»
Ma il bello di “Nel Fantastico Mondo di Oz” è che funziona alla grande, è curatissimo nei dettagli, diretto bene e fotografato, ovviamente, alla grande. Guardandolo, viene ancora volta voglia di bestemmiare per quella porcata di “Alice in Wonderland”, dove Tim Burton ha davvero fallito un’occasione irripetibile, prendendo clamorose scoppole da Walter Murch. Anche restando all’interno dei film Disney, quindi rivolti ad un target di bambini, ci sono voluti solo 30 anni perché il cinema si trasformasse in qualcosa di pavido, terrorizzato all’idea di fare paura, eppure le favole anche quelle dei Fratelli Grimm, hanno sempre avuto una componente Horror.

Personalmente non ho dubbi: se tutti i film in grado di spaventare i bambini, fossero realizzati così, vorrei solo vedere bambini terrorizzati. Ambisco anche io ad avere il mio busto in bronzo nell’atrio dell’associazione Psicologi infantili!

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