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Nell’erba alta (2019): Ai confini dell’erbosità

Qualcosa si muove nell’erba alta, potrebbe essere il mio
cane che ama correrci dentro solleticandosi la pancia, invece è Vincenzo
Natali, bentornato ragazzo.

Il regista dietro al geniale “Cube” (1997) forse non ha mai
espresso il suo massimo potenziale, ma in carriera ha fatto di tutto, anche il
documentario “Getting Gilliam” legato alla produzione di Tideland. Oppure cosette come “Splice” (2009) il film che a dieci anni dalla sua uscita, non sono ancora sicuro se parlasse di zoofilia, di incesto o di
entrambe le cose.

Dopo aver contribuito con la sua ottima regia ad un’infinità
di episodi per le maggiori serie tv in circolazione (Hannibal, The Strain,
Westworld e American Gods per fare
qualche titolo) Natali ha provato a rilanciare anche Tremors, peccato che il pilota della serie tv che prevedeva il
ritorno di Kevin Bacon nei panni di Val McKee, non lo abbia visto mai nessuno, perché la serie per mio immenso dolore, non è mai stata confermata.
Tremendamente ironico che il regista che ha esordito con
personaggi intrappolati in un tecnologico e mortale cubo, si sia ritrovato a
vagare, senza trovare l’uscita dal rettangolo del piccolo schermo. In suo soccorso arriva
Netflix, che a ben pensarci è un giusto compromesso, un nuovo film come
regista, però distribuito sulla popolare piattaforma di streaming.

La carriera di Vincenzo Natali: un riassunto per immagini.

Ma siccome il senso dell’umorismo scorre potente nella
carriera di Natali, il suo nuovo lavoro è un classico per ogni regista horror
degno di questo titolo: un adattamento Kinghiano che sembra fatto apposta per
lui. La novella “In the tall grass” scritta da zio Stephen King e suo figlio Joe
Hill, è stata pubblicata a puntate su Esquire nel 2012, e l’anno successivo in
Italiano dalla solita Sperling & Kupfer, e a ben guardarlo sembra un altro “Cube”
ambientato in un campo pieno d’erba. No, non quell’erba, smettetela di fare i
Bob Marley!

Se c’è un autore che tende a ripetersi, quello è sicuramente
zio Stevie, che nella sua lunga carriera, citandosi più o meno volontariamente
ha rimasticato spesso situazioni tipiche della sua letteratura. Dopo due minuti
dall’inizio di “Nell’erba alta” mi sono ritrovato a pensare a Lucius e al suo ciclo su Children of the Corn, perché la prima
scena iniziale è proprio “I figli del grano”, con tanto di chiesa abbandonata, e nel parcheggio adiacente, fa anche bella mostra di se una polverosa Plymouth Fury rossa. La strizzatona d’occhio
scorre potente in questo film.

Bad Day at Black Rock (sarà una citazione per caso?)

Becky (Laysla De Oliveira) viaggia in auto con il fratello
Cal (Avery Whitted) la destinazione è la costa opposta e una famiglia a cui
affidare la bimba che la ragazza porta in grembo, frutto dell’amore con un
ragazzo di nome Travis, non proprio convintissimo di diventare papà.
Durante una sosta accanto ad un infinito campo con erba altissima (tipo
qualunque area verde a Torino verso maggio, visto che il comune risparmia sui
giardinieri) sentono la voce supplicante di un bambino, e per aiutarlo
finiranno a loro volta per perdersi tra i filari.

La prima parte del film è davvero riuscita e coinvolgente, ok
sembra di guardare ancora una volta Grano rosso sangue, però Vincenzo Natali fa un lavoro perfetto e anche grazie ad
un ottimo montaggio sonoro, diventa subito chiaro che tra questa erba le regole
base della fisica, dello spazio e del tempo, funzionano tutte a modo loro.
Ansia e disorientamento vagano a braccetto, in una lunga sequenza introduttiva
che per i “Fedeli lettori” è molto familiare: Stephen King che scrive con
Lovecraft nella testa, tirando fuori oro.

“Certo che potreste anche tagliarla l’erba ogni tanto eh!?”

La svolta arriva abbastanza presto e ha il volto di Patrick
Wilson, attore ormai votato agli horror che si presenta ad una spaesata Becky
dicendo qualcosa come: «Puoi fidarti di me, faccio l’agente immobiliare». Non
so voi, ma io ad una proposta così, avrei preferito mille volte vagare tra gli
orrori nell’erba alta da solo. Un saluto a tutti gli amici agenti immobiliari
che ci leggono! Non vi odio lo giuro, almeno non tutti quanti voi. Forse.

“Perché quando dico che lavoro faccio scappano sempre? Succede tutte le volte”

Il nostro Patrizia Pallone rappresenta un altro personaggio
classico nella bibliografia di King, il tipo tutto sorrisi e strette di mano,
che normalmente finisce per farsi plagiare dal male, come puntualmente avviene
qui, dove il maligno è rappresentato da un grosso pietrone, tipo uno dei Menhir
di Obelix, decorato con antichi geroglifici in una scrittura incomprensibile. Toccando
la pietra si può trovare la redenzione e una via d’uscita da questo erboso
labirinto, oppure perdersi per sempre, con la seconda opzione in netto
vantaggio sulla prima.

Deliri, visioni, momenti onirici che sfociano nell’incubo e
Wilson che va decisamente troppo sopra le righe, facendo perdere le sfumature di
un personaggio che sarà anche classico nella letteratura di King, ma che qui
passa da potenzialmente minaccioso a decisamente matto, in un tempo troppo breve, perdendosi tutte le sfumatura che stanno nel mezzo. A questo aggiungete che gli
altri personaggi hanno una caratterizzazione tutto sommato canonica, ed ecco
perché il buon Patrizio qui sembra subito il più fuori luogo di tutti, anche se
bisogna dirlo, Wilson non è riuscito proprio in pieno a rendere spaventosa come
voleva essere negli intenti, la canzone canticchiata per tutto il tempo dal suo
personaggio: “The Midnight Special”. lasciatemi l’icona aperta, che nel finale su questo celebre pezzo ci
torniamo.

“Ma sono i Creedence?”, “Toglimi le mani dalle orecchie che non riesco a sentirli!”

Uno dei personaggi ad opporsi allo strapotere di Wilson è Travis,
interpretato da Harrison Gilbertson, una sorta di Leonardo DiCaprio più giovane
ed economico, nel dubbio lo chiameremo Leonardo DiScorta. Il suo Travis vaga
anche lui un po’ sperso in un secondo atto in cui, “In the tall grass” mena un
po’ troppo il can per l’aia il campo nel tentativo di allungare la
storia, anche se Vincenzo Natali ha un occhio notevole, mai scalfito da anni di
lavori sul piccolo schermo.

Quando avete voglia di DiCaprio, ma siete poveri in canna.

Quando è il momento di creare momenti alla Lovecraft, il
regista naturalizzato Canadese – ma di chiare origini Italiane – fa un buonissimo
lavoro. L’ultimo atto del film riprende slancio e l’orrore non manca, tra
omicidi e trovate gustosamente Horror, come la cantilena in lingua morta che
proviene dalla misteriosa pietrona, che sicuramente vorrà dire qualcosa di osceno
e in grado di violare la mente umana se fossimo in grado di comprendere la
lingua di R’lyeh, ma che a casa Cassidy è stato tradotto dalla mia Wing-Woman,
secondo lei la cantilena ripete all’infinito: «Ehi! Cap ‘e cazz! Ehi! Cap ‘e
cazz!». In tutta onestà dopo la sua spiegazione, non sono riuscito a pensare ad
altro di più sensato. Cthulhu gli spiccia casa alla mia Wing-Woman, o al
massimo può portare i nostri cani a fare un giro nell’erba alta.

“Siamo sicuri che R’lyeh non si trovi nel golfo di Napoli?”

Non ho (ancora) avuto modo di leggere il racconto dei due “Re”,
ma da quando ho capito pare che Vincenzo Natali abbia cambiato il finale, che
devo dire ho apprezzato parecchio, perché non è solo uno di quei finali un po’
aperti (alla “Cube” per capirci) che mi piacciono sempre abbastanza, ma contribuisce
molto all’atmosfera da lungo episodio di “Ai confini della realtà” di questo
film.

Per una volta che il figliolo Joe Hill era riuscito a
convincere papà ad essere più cattivello in uno dei suoi tanto chiacchierati finali, Natali arriva e decide di giocarsela
più sul piano dei loop temporali, concludendo la storia in un modo agrodolce
che devo dire, secondo me funziona benissimo.

“Non era meglio una serie tv su Tremors no? L’erba assassina ci toccava, molte grazie”

Vi ero debitore di un’icona da chiudere, lo faccio qui nel
finale, perché se proprio si voleva utilizzare un pezzo reso celebre dai miei
amati Creedence, forse sarebbe stato più logico “I heard it through the
grapevine” vista l’ambientazione del film, però per certi versi “The Midnight
Special” è anche meglio, perché come spiega Patrick Wilson nel film, era
originariamente un pezzo folk americano, cantato dagli schiavi di colore, che
invocavano una fuga sullo “Speciale di mezzanotte” per andarsene beh, dai campi.

Ma il pezzo è particolarmente azzeccato per l’atmosfera, anche perché era quello che cantava in auto Dan Aykroyd nella scena iniziale di “Twilight
Zone: The Movie” (1983), scelto da un fanatico dei Creedence come John Landis.
E con questa, il cerchio con “Ai confini della realtà” lo abbiamo
definitivamente chiuso.
«You wanna see something really scary? (Cit.)
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