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Nemico pubblico – Public Enemies (2009): bye eye Blackbird

Tirate fuori il cappotto dall’armadio e indossate il Fedora,
oggi ci metteremo sulle tracce di una leggenda americana, benvenuti al nuovo
capitolo della rubrica… Macho Mann!

Chicago. Cosa vi viene in mente se vi dico il nome di questa
città? I Bulls, la pizza alta locale,
il Blues e i film di Gangster, un argomento che Michal Mann, nativo della città
del vento aveva affrontato nella serie tv “Crime Story”, due stagioni che non
hanno avuto il successo di Miami Vice, ma sono rimaste nel cuore di quei pochi
che hanno avuto il tempismo per vederla, visto che la serie con Dennis Farina è
quasi scomparsa dai radar.

Cos’abbiamo imparato da questa rubrica sull’andamento della
carriera di Mann? Che per il nostro il piccolo schermo è la palestra dove si
sperimenta, mentre il cinema è dove si mette tutto in bella copia, quindi prima
o poi Michele Uommo era quasi destinato a portare sul grande schermo una storia
di Gangster e tanto per non farsi mancare niente, ha scelto solo il più famoso
della storia della criminalità: John Dillinger.

Anche se i due per incontrarsi hanno fatto un giro piuttosto
lungo, inizialmente “Public Enemies” avrebbe dovuto essere, guarda caso, proprio
un progetto per il piccolo schermo, finanziato dalla HBO e con Robert De Niro a
bordo nel ruolo di produttore esecutivo, lo sceneggiatore selezionato per
scrivere il film, però, preferì completare le sue ricerche al meglio, ecco
perché Brian Burrough pubblicò il saggio “Public Enemies: America’s
Greatest Crime Wave and the Birth of the FBI, 1933–34” (2004), prima di
contattare nuovamente la HBO che nel frattempo aveva lasciato andare il
progetto, finito nelle mani di due nuovi produttori di lusso: Michael Mann e Leonardo
DiCaprio, interessati uno a dirigere il film e l’altro ad interpretarlo.

“Ok, Leo continua cos… Ehi! Ma tu non sei DiCaprio!”

Ma siccome quando Martin Scorsese chiama, tutti rispondono,
DiCaprio uscì di scena presto per finire a recitare in “Shutter Island”,
guardandosi intorno Mann finì per trattare con due dei nomi più caldi del
periodo ad ovest del buon vecchio Leo: Johnny Depp sarebbe stato John Dillinger
e dopo una lunga trattativa, Christian Bale si sarebbe calato nel complicato
ruolo dell’agente dell’FBI Melvin Purvis. Difficile trovare due più talentuosi
e odiosi (per il sottoscritto) più di questi due, ma al netto dei risultati
forse anche i più adatti.

Come da sua abitudine, Michele Uommo rimette mano alla
sceneggiatura, insieme a Ronan Bennett e Ann Biderman, allo stesso modo applica
la sua maniacale cura per il dettaglio a tutta la storia, la ricostruzione
storica in “Nemico pubblico” è come al solito impeccabile, diventa palese
guardando il film, senza bisogno di inutili spiegazioni che gli Stati Uniti del
1933 erano l’età dell’oro delle rapine in banca, un nuovo Far West in pieno
“Middle East” americano, scorazzando e sparacchiando tra l’Indiana e Chicago,
nessuno riesce a fermare la banda di John Dillinger che ha un vantaggio
strategico, ma anche tecnologico, perché guida Cadillac con motori V8 e spara
con mitra Thompson, sempre due mosse avanti all’FBI costretta a correre ai
ripari per salvare la faccia, a proposito di faccia, Billy Crudup nei panni di
J. Edgar Hoover è quasi irriconoscibile in questo film.

Leggendario, inossidabile, il più grande attore della storia del cinema Mitra Thompson. L’altro è uno con un bel cappello.

Come Dillinger, Mann rimette insieme tutta la banda, Dante
Spinotti alla fotografia, l’alternanza tra digitale e girato in pellicola (che
si alterna spesso senza soluzione di continuità), ma soprattutto tornano tutte
le tematiche manniane, altri due professionisti, dediti completamente al loro
lavoro ai lati opposti della barricata, di nuovo un rapinatore e uno sbirro
come Heat, anche se qui volutamente
manca il faccia a faccia tra questi due opposti, forse perché la vera sfida di
questi personaggi è come loro stessi e soprattutto contro il tempo, sempre
troppo poco, come per tutti gli eroi e antieroi manniani.

“Public Enemies” è per prima cosa una sfida per Mann,
esistono centinaia di film e adattamenti della vita di John Dillinger, il mio
preferito, quello più a sangue caldo di tutti resta Dillinger di John Milius che sono sicuro Mann sia andato a rivedersi
prima di dirigere la sua versione. La versione di Michele Uommo è una bestia a
sangue freddo come il suo rapinatore, perfetto rappresentante del cinema di
Mann, dove ad una prima occhiata sembra tutto freddo e distaccato, ma in realtà
i sentimenti ci sono, spesso molto intensi, ma bruciano come fuoco sotto la
cenere, anche perché i personaggi di Mann non hanno tempo, anzi per certi versi
“Nemico Pubblico” è il film più di corsa di tutta la sua filmografia.

Faccette, nemmeno nel suo percorso di studi all’Università Mann per la recitazione riesce a farne a meno.

Proprio come Alì
questa biografia è anti cronachistica, se conoscete i fatti li ritroverete
raccontati solo attraverso il filtro del cinema, anche perché se la vita di Muhammad
Ali è di pubblico dominio, quella di John Dillinger negli Stati Uniti è
Vangelo, credo che i bambini a scuola studino le sue gesta, un novello Robin
Hood con Fedora e mitra Thompson che Mann non ha bisogno (ne voglia, il suo
obbiettivo è altrove) di raccontare per filo e per segno, infatti il suo film
inizia di corsa e non si ferma mai, quando si ferma, vuol dire che ormai è
troppo tardi per i protagonisti, ancora una volta anche per loro, il tempo è fortuna.

Di corsa è l’evasione dal carcere dell’Indiana che apre il
film, il tempo di vedere la faccia da schiaffi (senza baffi, più avanti ci
torniamo) di Johnny Depp e già lo vediamo costretto ad abbandonare uno dei
suoi, appeso e ferito all’auto in corsa, tanto per mettere in chiaro la fretta
di questo (anti)eroe che dovrebbe essere il cattivo, invece si comporta come il
buono, infatti per noi spettatori lo sarà.

Pennellate di blu Manniano anche in digitale.

Di corsa è l’entrata in scena di Melvin Purvis, Christian
Bale non parla nemmeno, perché sta correndo dietro a Pretty Boy Floyd (Channing
Tatum, anche lui abbastanza irriconoscibile), sulle note della fighissima “Ten
milion slaves” (dal 2009 fissa in tutte le mie playlist, storia vera), questo
inizio sembra una versione in piccolo della scena finale di Heat, ideale per mettere in chiaro che
Purvis è un mastino che non mollerà l’osso per niente al mondo, infatti in questo
tripudio di cappotti lunghi, Fedora e mitra Thompson, tutto avviene di corsa,
anche la sua nomina ad agente assegnato alla cattura del nemico pubblico numero
uno della nazione. Lo apro subito il paragrafo su “Ciau bale”? Dai, diamoci
dentro.

Entrate in scena grandiose, tanto quanto la selezione musicale.

Lo ammetto candidamente: Christian Bale mi piaceva di più
quando si sceglieva i ruoli con più cura, dopo Batman è un attore
sovraesposto che faccio fatica anche a sopportare quando mi si para davanti nei
film, eppure qui è perfetto, cazzo, dev’essere stato complicatissimo tirare
fuori una prova così misurata basata su un personaggio che non offre nessun
appiglio al pubblico per provare non dico empatia per lui, anche solo fare il
tifo per quello che dovrebbe essere il buono della storia. Per capire Purvis bisogna
attendere la frase alla fine del film, l’unico momento dove “Nemico pubblico”
rallenta la sua corsa, dove il destino dei sopravvissuti ci viene raccontato
con una frasetta, Purvis dopo aver adempito al suo compito e lasciato l’FBI si è
suicidato, una vita per la sua missione che è la quintessenza del personaggio manniano, fuori gelido dentro un cuore in fiamme, provate a riguardare ”Public
Enemies” con questa informazione chiara in testa e poi forse sarà più facile
valutare la prova di Bale e tutto il discorso sulla presunta freddezza dei film
di Michele Uommo.

La corsa contro il tempo dei protagonisti che in quanto
personaggi storici e non di fiction hanno la strada (e il destino) segnata,
passa anche attraverso il corteggiamento, come Occhio di Falco e Cora, come Sonny e Isabella, anche Dillinger e Billie (Marion Cotillard) s’innamorano al
primo sguardo, tema carissimo a Mann che porta avanti anche in questo film, i
due ballano sulle note di “Bye eye Blackbird” che diventa la loro
canzone, Dillinger le chiede subito di scappare con lui e quando Billie dice di
non sapere niente di lui, la risposta è lapidaria: « Mi piacciono il baseball,
macchine veloci, vestiti eleganti, il whisky e te. Cos’altro c’è da sapere?»,
l’amore per Mann è colpo di fulmine, il romanticismo manifesto e il tempo per i
suoi personaggi, sempre troppo poco.

Didascalie che non leggerà mai nessuno presenta: Marion Cotillard.

Bisogna dire che manifesta è anche la spavalderia di
Dillinger che parla spesso per freddure, ad esempio quando Billie gli chiede
se è tanto che vive nella stanza d’albergo, lui serissimo le dice «Sì, da ieri»,
quindi bisogna dire che questo Dillinger spesso sfoggia l’umorismo dei
personaggi di Adriano Celentano, in tal senso anche l’altro attore che mi fa
sanguinare gli occhi con la sua apparizione nei film, Johnny Depp, qui
funziona. Non riesce a limitare il suo “faccettismo” nemmeno all’Università per
attori Mann, questo vuol dire che quel suo costante esibirsi in facce e
faccette è una piaga di cui non ci libereremo mai (se non ci è riuscito Michele
Uommo, nessuno può), ma per assurdo quei suoi sorrisetti a mezza bocca ben si
applicano al personaggio, è un tripudio di facce e faccette anche la prima
scena al cinema, quella dove i poliziotti chiedono al pubblico in sala di
guardare le persone sedute accanto a loro, in cerca di qualcuno con la faccia
da John Dillinger, malgrado gli sguardi di Depp, si resta aggrappati ai
braccioli della poltrona lo stesso anche dopo averla vista più volte quella
scena.

I momenti così in “Nemico pubblico” abbondano, il faccia a
faccia in cella tra inseguito e inseguitore è fugace, di fretta anche quello
come tutto in questo film («Si trovi un lavoro in un altro settore Melvin»),
anche se uno dei miei preferiti è la sparatoria notturna, lo scontro a fuoco
con gli uomini guidati da Stephen Lang (una delle tante facce note nel mucchio,
insieme ai vari Giovanni Ribisi, Stephen Dorff e Stephen Graham, divisi nei due
schieramenti tra guardie e ladri), Dante Spinotti fa il solito lavoro eccelso
anche con la fotografia in notturna in questa sequenza girata in digitale, dove
proprio come in Miami Vice, i colpi
sparati hanno un suono così realistico che in sala (ma anche rivedendo il film a
casa), viene voglia di tenere già la testa per non essere colpito.

“Giù la testa coglione” (cit.)

Gli unici momenti in cui “Nemico pubblico” sono quelli dove
John e Billie provano a ritagliarsi degli spazi («Il tempo è fortuna»), una
veloce scena al mare che con Mann non può mai mancare prima di fare l’ultimo
giro insieme parafrasando le parole del rapinatore, nella corsa disperata dei
personaggi verso i loro destino segnato dai fatti che gli Americani studiano
sui banchi di scuola, ci sta tutto il romanticismo dei film di Mann, quel
romanticismo da cromosoma Y, da uomini che non dicono, ma dimostrano con i
fatti, sempre tenendo a mente quello che vi dicevo prima sulla storia di Melvin
Purvis, provate a rivalutare la scena in cui l’agente dell’FBI entra nella
stanza dell’interrogatorio di Billie e la porta fuori a braccia, era uno dei
momenti chiave anche del film di John Milius, qui forse è l’unico momento in
cui Mann concede qualcosa anche allo sbirro del film perché come spettatori, si
possa almeno comprenderlo, perché, come detto, la vera sfida dei personaggi di
questo film è con loro stessi.

Com’era quella sull’eroe di cui abbiamo bisogno e bal(l)e varie?

Dillinger è un personaggio come Alì, strabordante, “Larger
than life” direbbero gli Yankee (e i Backstreet Boys, che sono Yankee quindi
tutto torna), allo stesso modo “Nemico pubblico” è come Alì: la storia di un personaggio che costruisce se stesso, il suo
mito, ecco perché uno dei pochi momenti in cui Mann concede al film di
rallentare è la scena in cui Dillinger, con nuovo baffo e paglietta in testa,
s’infila nella stazione di polizia, guarda le fotografie appese dei ricercati,
ovvero della sua banda (perché i personaggi di Mann partono sempre dallo sguardo,
per costruire le loro storie, da Dollarhyde
in giù, nessuno escluso.). Cercatevi una foto di John Dillinger su Google,
quasi sicuramente ne uscirà fuori una con i caratteristici baffetti, quelli che
Depp sfoggia solo nella parte finale del film, quando il mito di Dillinger si
completa e quando non sono le tue azioni in vita a renderti tale, di solito è
la morte a farlo.

La scena nella stazione di polizia è l’equivalente locale
dell’attraversamento del Coyote di Collateral,
una pausa nella narrazione, quasi una frattura, per lasciare spazio ai
personaggi, da qui in poi tutto è apparecchiato per il gran finale, che Michele
Uommo rende cinema grazie… Beh, ad un cinema.

Un personaggio che crea se stesso, ovviamente attraverso il cinema (letteralmente)

Dopo aver creato la sua leggenda, Dillinger si rifugia al
cinema per guardare “Le due strade” (1934), i baffetti di Clark Gable sono gli
stessi, le frasi del personaggio sembrano mettere finalmente sotto forma di
parole i pensieri che Dillinger non ha mai avuto il tempo di esprimere, per
certi versi “Manhattan Melodrama” è già un film sulla vita di Dillinger e a
dircelo è proprio il personaggio che ha completato il suo percorso e quindi
può lasciare che a questo punto la storia (e il suo destino) lo catturi
definitivamente. A differenza di Alì,
Mann non ci lascia così, con il personaggio al suo meglio ma questa volta fa
l’ultimo passo perché la sua storia, il suo film non è ancora finito.

Quando la storia e il destino ha richiesto il suo tributo di
sangue, allora finalmente “Nemico pubblico” può rallentare, quasi fermarsi sul
volto in lacrime di Billie, un primo piano che dura… Boh? Un’infinità e mezza. Non c’è una sola altra scena del film su cui Mann si soffermi di più. Per la
storia le ultime parole di Dillinger resteranno per sempre un boffonchiare
incomprensibile, per la storia racconta da Mann le ultime parole di Dillinger
devono essere per forza per Billie, bye eye Blackbird, poi dicono che il cinema
di Michele Uommo è troppo freddo, distaccato e senza sentimenti, eh?

Il cinema di Mann, quello privo di emozioni. See buonanotte anzi bye bye (blackbird)

Un film di Gangster, per di più uno su un argomento
inflazionato come la vita di Dillinger nel 2009 è un mezzo suicidio, eppure “Public
Enemies” intercetta un certo ritorno di questo genere, Gangster Squad (2013),
“Black Mass” (2015) volendo anche The Irishman, il film incassa benino anche (e forse soprattutto) grazie alla
presenza del divo protagonista, ma come al solito porta a casa i soliti
commenti tiepidi da parte della critica, specialmente negli Stati Uniti. La
costante di tutti gli ultimi film di Mann è quella di aver saltato il fosso,
portando in scena un linguaggio che trattando il pubblico come un essere
pensante, per assurdo risulta ostico, non allineato ai canoni della Hollywood
degli spiegoni e delle biografie edulcorate, per questo titoli come Blackhat sono stati ingiustamente
maltrattati ed avendolo già trattato questo film (ma è in arrivo la versione riveduta e ampliata del post, storia vera), la rubrica su Michael Mann
dovrebbe concludersi qui, invece da quando questa Bara è partita in volo sulle
piste del regista di Chicago, il nostro ha ricominciato a correre, per farsi
inseguire come Dillinger, quindi ci rivedremo qui tra sette giorni, per
un’altra corsa non mancate!

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  1. Questo è il film di Mann per me più ostico e difficile da entrare. Forse è Depp che ci metto sempre a dimenticare che nel ruolo c’è lui e non Dillinger. Bale bravissimo ma la Cotillard supera tutti e dovrò rivederlo. Il Dillinger di Milus è inarrivabile, W. Oates e B. Johnson perfetti, quelle vecchie facce di una volta e lo recupererò a breve. Non trovo Blackhat, sono negato con la ricerca.😎

    • Purtroppo Mann è stato falcidiato nel passaggio alla nuova Bara, pian pianino sto riprogrammato i post mancanti, ma come puoi immaginare lavoro lungo. Arriverà tutto, non ti preoccupate 😉 Per tornare al film, se vai a giocare a casa di Milius ad armi pari, sei un uomo anzi un Mann. Cheers!

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