
Quarant’anni. Sì, “Neon Maniacs” compie davvero quarant’anni, e già questo basterebbe per farci sentire come i protagonisti del film: spaesati, un po’ increduli e con la vaga sensazione che da qualche parte, a San Francisco, un manipolo di creature surfate fuori dalla mente di un produttore troppo ottimista stia ancora aspettando di fare irruzione.
Rivederlo oggi è come riaprire un vecchio album di figurine horror: non tutto è incollato per bene, alcuni pezzi sembrano arrivare da collezioni diverse, ma il fascino bizzarro di quello che funziona – ma anche di quello che non funziona affatto – rimane intatto, culto, per tutti noi dodici che lo ricordiamo. Numero non scelto a caso.

Il film parte come un giocattolo horror che non sa bene a quale bambino rivolgersi, ma di sicuro sa che deve fare rumore. L’idea di base, quella dei “maniaci al neon” nascosti sotto il Golden Gate, è talmente stramba da risultare irresistibile, una truppa di mostri ognuno con un’identità propria, quasi fossero action figure pronte per lo scaffale: il nativo americano, il soldato, lo scienziato, il macellaio, un assortimento tanto improbabile da sembrare generato pescando a caso da un cappello, manca solo YMCA come colonna sonora. Ed è proprio questa sfacciataggine estetica a rendere “Neon Maniacs” uno dei prodotti più riconoscibili di quel periodo, perché più che un film sembra una fiera dell’immaginario anni ’80, quella dove puoi trovare un personaggio armato di ascia accanto a uno con una mini ghigliottina portatile senza che nessuno si chieda il perché.

Eppure, dietro lo sbrilluccichio delle idee, si percepisce la natura complicata della produzione, diverse fonti raccontano di pause forzate, personaggi tagliati o riassemblati, e soprattutto del fatto che alcuni attori non sono mai tornati per le nuove riprese, costringendo la troupe a reinventare scene e inquadrature. Ed è affascinante notare come questa discontinuità si avverta proprio nella struttura narrativa: ci sono momenti in cui il film sembra dimenticarsi di essere un horror per strizzare l’occhio alla commedia per ragazzi, meglio se condita da belle figliole, e altri in cui pare ricordarsi di colpo che dovrebbe essere inquietante, lanciandoci addosso mostri che entrano in scena con una tempistica tutta loro, spesso imprevedibile, a volte comicamente. Ma in fondo è anche questo il bello, “Neon Maniacs” non è un film che cerca coerenza, cerca boh, follia?

Il cast giovanile fa quello che può, e a dirla tutta se la cavicchia, soprattutto nel dare un tono leggero e spontaneo. La protagonista, che si trascina un trauma da massacro che nessuno sembra prendere davvero sul serio (ah, gli anni ’80, quando sopravvivere a un’orda di mostri era solo un fastidio da mettere a verbale), è il collante di una trama che talvolta si sfalda come cartone bagnato ma che mantiene un gusto sincero, per quanto quasi amatoriale. A dominare la scena, però, è l’assurdità dei Maniaci, dotati di armi improponibili e modi ancora più improbabili, sono forse i veri responsabili del culto che circonda il film. Sono un’idea bizzarra, certo, ma sono anche l’elemento che impedisce a “Neon Maniacs” di diventare uno dei tanti Slasher anonimi usciti in quel periodo, l’idea era battere una sorta di record, diventare lo Slasher con più assassini di sempre, ne sono sopravvissuti dodici dai vari tagli, la trama a sua volta è stata accoltellata più di una vittima in un Horror.

Le fonti sono un po’ bislacche, ma si racconta che i costumi dei Maniacs fossero così scomodi da rendere complicatissimo muoversi, figuriamoci recitare, alcune scene sono state rigirate improvvisando perché gli attori nei costumi non riuscivano a impugnare le armi come previsto. Inoltre, il progetto originario prevedeva un numero ancora maggiore di mostri, ma il budget andò rapidamente a farsi benedire, dopotutto, puoi chiedere molte cose a una produzione low budget, ma non puoi chiederle di stampare soldi. Anche la trovata dell’acqua come punto debole dei Maniaci, dettaglio che il film ricorda quando si ricorda, è uno di quei colpi di genio o di ingenuità, fate voi, che fanno tanto cinema anni ’80, semplice, economico e perfetto per risolvere problemi di sceneggiatura quando la sceneggiatura decide di smettere di collaborare, se non proprio di esistere.

Rivederlo nel 2026 è come sorseggiare una bibita fluorescente ritrovata in soffitta: non saprai mai se ti farà bene o male, ma di certo non ti lascerà indifferente, farlo inoltre, richiede una certa dose di follia, ma per quella sono ben messo. Il tempo gli ha conferito quella patina romantica dei film che non ce l’hanno fatta ma ci hanno provato tantissimo, e in un’epoca in cui anche l’horror è levigato e patinato, “Neon Maniacs” resta un tuffo in un modo di fare cinema ruspante e senza pudore alcuno. La sua ingenuità diventa fascino, i suoi difetti diventano colore, e la sua sfacciata collezione di creature improbabili assume quasi il peso mitologico dei giocattoli di un’intera generazione cresciuta a VHS e copertine che promettevano più di quanto il film potesse mantenere, proprio per questo indimenticabili.

Quarant’anni dopo, “Neon Maniacs” rimane un pasticcio incantevole, un film che non avrebbe mai potuto nascere in nessun’altra epoca e che, proprio per questo, è diventato uno di quei piccoli titoli di culto che piacciono a questa Bara. Un mosaico di intuizioni, errori e trovate assurde che continua a brillare, al neon, naturalmente.


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