
È nato prima l’uovo o la gallina? Esisteva prima la canzone di Frank Sinatra o il film del protagonista del venerdì sulla Bara Volante? Oggi parliamo anche di questo nel nuovo capitolo della rubrica… Non è cinema, è Martin Scorsese.

Alcune opere ammettiamolo, sono come Napoleone Wilson, nate fuori dal loro tempo, indubbiamente “New York, New York” è una di queste, non risulta ne risulterà mai essere uno dei primi cinque o sei, ma forse nemmeno dieci titoli che vengono in mente pensando a Martin Scorsese, quello che fino a poco prima raccontava Little Italy con Mean Streets e arrivava da una pietra miliare come Taxi Driver, ed improvvisamente ha deciso che una commedia, che però è anche un dramma amoroso, pieno di musica, era il titolo giusto per continuare la sua carriera, risultato? Un flop sanguinoso al botteghino, per certi versi identico a quello che pochi anni dopo, un altro grande regista della New Hollywood avrebbe fatto, un film musicale bello e degno di più attenzioni, sfornato dopo il suo titolo più famoso, “New York, New York” lega Scorsese a Coppola e al suo “Un sogno lungo un giorno” (1982), con la differenza che per il secondo, la rivalutazione vera, non è ancora arrivata.

La storia la conoscete: Robert De Niro fa il sassofonista arrogante, Liza Minnelli la cantante di talento, si incontrano, si amano, si fanno a pezzi a vicenda. Tutto qui. Non serve altro, perché il vero spettacolo lo fa la messa in scena: i fondali dipinti, le luci da cartolina, le scenografie che gridano “studio cinematografico” da ogni angolo. È Scorsese che gioca a fare Vincente Minnelli, ma lo fa da Scorsese, cioè non riesce a stare zitto e buono e ci infila dentro nevrosi, litigi, ego, gelosie, per altro, con un gusto da cinefilo esemplare, perché già scegliere la figlia di Minnelli padre è puro omaggio ad un’intera epoca, se non proprio un modo di fare film.
L’inizio di “New York, New York” è micidiale, dopo aver ricreato la sua città negli studi di Los Angeles, senza che nessuno se ne sia mai davvero accorto, questa volta Scorsese realizza tutto in teatri di posa, con una resa volutamente irrealistica, quindi puramente cinematografica, anche se poi la trama e il battibeccare dei protagonisti risulta più vero del reale, una contrapposizione che fa funzionare il film per paradosso, ben riassunta nella prima scena: DeNiro con camicia hawaiana (prima di “Cape Fear”) si aggira tra le affollate celebrazioni per la fine della Seconda Guerra Mondiale a Time Square, lo schermo diventa una di quelle tavole “Dov’è Wally?” di quando era bambino io, che si risolve con un’enorme freccia al neon che indica che il nostro Wally Bob è proprio qui, pronto ad iniziare il suo corteggiamento spietato a Liza Minnelli.

La produzione ha avuto diverse difficoltà, specialmente nel rientrare all’interno dei tempi stabiliti, visto che con due cavalli di razza come Minnelli e DeNiro, molti dei lunghi dialoghi del film sono stati improvvisati dai due, generando ore di costoso girato extra, anche se estremamente coerenti con la poetica dei personaggi scorsesiani, dei poveri Cristi spesso pieni di contraddizioni, come l’ambizioso ma non abbastanza talentuoso sassofonista Jimmy Doyle (DeNiro, attore del metodo, che per calarsi nella parte, dopo aver guidato il taxi per mesi, ha imparato anche a suonare lo strumento a fiato, storia vera), che vede in Francine, anche la possibilità per sfondare nel mondo della musica come avrebbe sempre voluto, il suo sentimento per lei è autentico, ma anche la sua fama di celebrità, questo lo rende un paradosso molto realistico, malgrado le giacche con le spalline esasperate per ricreare l’estetica dei classici.
“New York, New York” è un po’ il figliolo ribelle che impara la lezione paterna e la applica a modo suo, il paradosso rappresentato dal comportamento di Jimmy, si ritrova anche nella narrazione, il Buon Vecchio Zio Marty firma un film pieno di momenti classici, una cornucopia di citazioni che potrebbe fare la gioia di ogni appassionato di musical, ovviamente è un tipo di citazionismo anche quello, scorsesiano, mai spudorato, sempre rivolto alla narrazione. Basta dire che lo spunto inziale ricordo molto “Musica per i tuoi sogni” (1949) di Michael Curtiz, una commedia romantica incentrata su un’altra copia di cantanti, Doris Day e Lee Bowman, lei sconosciuta e talentuosa, lui narcisista e invidioso, non un film memorabile come dichiarato dallo stesso zio Martino, nel suo documentario “Un secolo di cinema” (1995, molto consigliato, ho pescato parecchie informazioni da lì), che secondo il regista di New York (New York) era perfetto per evocare il contesto agrodolce del secondo dopoguerra, che a suo modo il regista ha voluto replicare nel film del 1977, con tutte le sue inquietudini post Vietnam.

Non mancano anche citazioni dritte e aperte, come chiedere a Liza Minnelli di regalare al sua versione di “The Man I Love”, dal film omonimo di Raoul Walsh del 1947, dove a cantare era Ida Lupino, senza dimenticarsi i classici, “È nata una stella” (1954) oppure “Cantando sotto la pioggia” (1952), dove Scorsese trasforma il celebre lampione diventato iconico, in una sorta di occhio di bue sulla solitudine del personaggio di DeNiro, perché il film non sarà stato capito o apprezzato dal pubblico ai tempi della sua uscita, ma è girato come si fa in Paradiso da Scorsese e fotografato da un genio come László Kovács, non proprio la pizza con i fichi.
Un esempio? L’originale “Finale lieto” voluto dalla produzione, che potete vedere in qualunque edizione minimamente decente in DVD del film, ha fortunatamente (per me), lasciato spazio a quello ufficiale, dove utilizzando un efficace “Split Diopter”, Scorsese mette in chiaro tutta la distanza tra i personaggi, con Jimmy che sbircia Francine ormai inarrivabile per lui, e ditemi quello che volete, sarà sicuramente per via della presenza anche qui di Bob DeNiro, ma ogni volta quei due mi ricordano Deborah e Noodles di C’era una volta in America, scusate se è poco.

All’epoca però il pubblico non fu così indulgente, “New York, New York” fu un bel tonfo al botteghino, un flop clamoroso che buttò Scorsese in crisi e contribuì a un periodo molto complicato della sua vita. Troppo lungo, troppo strano, troppo parlato e cantato, troppo diverso da quello che la gente si aspettava dal BVZM e per di più, un musical!
Considerando altri titoli “musicali” della carriera di Scorsese, questo film è molto più facile da giudicare all’interno della filmografia di cui fa parte, a posteriori, nel 1977, con ancora i monologhi allo specchio di Travis Bickle negli occhi, nessuno si aspettava questo da Scorsese, ma la rivalutazione è arrivata comunque, perché Padre Tempo resta il miglior critico cinematografico di sempre, vi do due esempi temporali, anche loro, a posteriori, partendo dai più contemporanei.

Tutto il cinema di Damien Chazelle non esisterebbe senza il tipo di citazionismo colto sfoggiato qui da Scorsese, e no, non esisterebbe nemmeno il VOSTRO (non mio, vostro) film preferito che non mi va nemmeno di citare, cliccate e basta.

Il riferimento temporale più datato, è anche il più palese e influente contributo alla rivalutazione del flop di questo titolo, la colonna sonora, pubblicata nel 1977 dalla United Artists Records conteneva “Theme from New York, New York”, cantata ovviamente da Liza Minelli, eppure la versione più famosa di tutte resta quella cantata da “The Voice”, Frank Sinatra nel 1980, diventata inno ufficiale della Grande Mela, il più grande omaggio alla città, in musica, ma su assist di un grande uomo di cinema, Knickerbocker fino al midollo, come il nostro zio Martino. D’altra parte, citando le immortali parole, se puoi farlo a New York, puoi farlo ovunque e Scorsese questo lo sa bene, anche se il suo musical ci ha messo una vita per essere riconosciuto come il titolo in grado di creare iconografia che è.

Prossima settimana invece, alziamo ulteriormente l’asticella, non solo per il titolo che arriverà su questa Bara tra sette giorni, ma anche per il post, non mancate, ci sarà una grossa sorpresa, mi sono giocato i pesi massimi per il prossimo capitolo della rubrica.


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