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Nightmare – Dal profondo della notte (1984): La materia di cui sono fatti gli incubi

I sogni da sempre affascinano e ispirano l’umanità, ma il
loro lato oscuro, gli incubi, per essere raccontati al cinema a dovere, avevano
bisogno di un professore laureato in psicologia e di un maestro del
cinema Horror, quello che possiamo trovare solo qui a… Craven road!

Incubo [ìn-cu-bo]

1. sogno angoscioso, spesso accompagnato da sensazioni di
oppressione o soffocamento: avere un
incubo.
2. grave preoccupazione, angoscia; anche, la persona o la
cosa che ne è la causa: essere assillato
dall’incubo degli esami; quell’uomo è un vero incubo per me
.
Etimologia: ← dal lat. tardo incŭbu(m), deriv. di incubāre
‘giacere sopra’; e questo dal nome di una creatura fantastica e malvagia (incŭbus),
che, secondo un’antica tradizione romana, posandosi sopra il petto del
dormiente ne turbava il sonno.
Nessuno più del sottoscritto ama dormire concedendosi della
lunghe ronfate, ci sono varie ragioni per cui il meritato sonno può essere
turbato, gli incubi sono tra questi. In Benedizione mortale Wes Craven aveva già cominciato ad addentrarsi nell’inconscio alla
ricerca di un Incubus da portare al cinema, un tema vasta su cui vi consiglio
il post di Lucius, davvero imperdibile.

“Vieni Fred, ho trovato un posto su Elm Street che fa proprio al caso nostro”

Dopo essersi fatto un nome con un paio di titoli di culto (violentissimi e girati
con quattro spicci) Craven era ancora alla ricerca del colpo gobbo, molti
produttori speravano di vederlo dedicarsi al seguito di Le colline hanno gli occhi. Craven è talmente entusiasta della sua sceneggiatura
per un film intitolato “A Nightmare on Elm Street” che inizia a parlarne con
tutti e a proporla a tutte le case di produzione. La Disney vorrebbe addolcirne
i toni e farne un film per ragazzi, mentre la 20th Century Fox semplicemente la
rifiuta perché troppo simile nello spunto iniziale al suo “Dreamscape” (1984)
che secondo Craven è nato proprio sulla scia del suo raccontare in giro a tutti
quanto figo fosse il suo film.

Quando si trattava di romanzare e chiacchirare su se stesso e
il suo lavoro, zio Wessy ha sempre avuto la lingua molto lunga, infatti le
origini di “A Nightmare on Elm Street” si perdono nel mito delle mille versioni
della storia raccontate da Craven ad ogni nuova intervista, ma una cosa è
chiara: proprio come per un incubo, il regista di Cleveland ha pescato qua e là
le parti che hanno composto il suo incubo a Elm Street, quindi romanzando un
minimo proprio come amava fare Craven, fatemi unire i pezzi.

I titoli di testa, questi in particolare, davvero mitici.

Da qualche parte nell’Ohio, attorno al 1949 o giù i lì, il
piccolo Wes, anni dieci guarda fuori dalla finestra di casa sua, quello che
vede è un senzatetto con cappello e abiti luridi che gli lancia un’occhiata
prima di sparire (storia vera). Siete liberi di immaginarvi l’apparizione come
l’uomo della pala di “Mamma, ho perso l’aereo” (questo spiegherebbe le
trappoline nel finale di “Nightmare”…), oppure, se preferite, qualcuno con il
ghigno di Robert Englund. Se dobbiamo romanzare facciamolo bene.

Qualche anno dopo tra i corridoi della scuola, il giovane
Wes viene sbattuto contro il suo armadietto dal bullo della scuola, un tale di
nome Fred Kruger. Non garantisco per la faccenda dall’armadietto, ma per il
nome sì, non è un caso se anche uno dei maniaci di L’ultima casa a sinistra si chiamava Krug.
Da qualche parte attorno agli anni ’70, Craven s’imbatte in
una serie di articoli del Los Angeles Times che parlano di alcuni rifugiati del
sud-est asiatico, in fuga dal massacro nel Laos che si rifiutano di dormire
perché perseguitati dagli incubi e di come alcuni di loro fossero morti di
terrore durante il sonno. Una storia che i giornali non correlavano a dovere,
ma che Craven non poteva non voler trasformare in un film.

I ragazzi di Springwood, perseguitati da un maniaco con la maglia a righe di nome Fred Kruger Wes Craven.

“Nightmare – Dal profondo della notte” (per una volta il
sottotitolo italiano azzecca il tono) nasce così, come tutte le buone idee, da
elementi distanti nel tempo che trovano il modo di fare “CLICK!” e funzionare
insieme. L’Incubus che aveva fatto il suo ingresso nella filmografia di Craven
in Benedizione mortale, ora poteva
scatenarsi a dovere, perché quel film era stato la migliore palestra possibile
per il maestro di Cleveland per prepararsi a creare la sua icona horror, ma
prima che Fred Kruger potesse diventare il bullo cinematografico di tutti gli
appassionati dei pisolini, ci voleva una casa di produzione connivente, in
questo senso la New Line Cinema era il partner perfetto per Craven.

Dal 2001 siete abituati a pensare alla New Line associata ad
anelli e piccoli Hobbit, ma prima di avere i soldi per permettere a Peter
Jackson di visitare la Terra di Mezzo, la New Line era solo una casa di
produzione minuscola che sperava di emergere nel mercato, l’entusiasmo di
Craven per il suo copione e la sua fama di regista capace di dirigere successi
girati con quattro spicci li ha convinti a mettergli a disposizione poco meno
di due milioni di fogli verdi, con sopra le facce di altrettanti ex presidenti
defunti. Con venticinque milioni portati a casa dal film, l’investimento è
stato ben ripagato, ecco perché da allora la casa di produzione è stata
soprannominata “The house that Freddy built” (storia vera).
La verità è molto semplice: un totale di sette film (che
arriveranno tutti su questa Bara), un remake, uno scontro con il sodale Jason Voorhees, un quantitativo
esagerato di fumetti, merchandising e notti insonni procurate ad almeno tre
generazioni di spettatori, tutto questo è iniziato con Wes Craven che ha
saputo dare forma, volto, cappello e maglione all’uomo nero che terrorizza i
bambini, l’incarnazione cinematografica perfetta del terrore ancestrale che
solo un incubo può provocarti, senza ombra di dubbio un Classido!

“Nightmare – Dal profondo della notte” pesca dagli
archetipi che siano essi cinematografici oppure narrativi, ci voleva un uomo
colto, un professore laureato in filosofia e psicologia prestato al cinema
horror per mettere insieme tutte questa fascinazioni a partire dall’aspetto di
quell’incubo fatto carne (bruciata) e artigli di nome Fred Kruger che sarebbe
diventato Freddy solo grazie all’atteggiamento più rilassato dei seguiti. Gli
altri assassini degli Slasher a partire dal Michael Myers carpenteriano avevano un maschera, uccidevano senza una parola e
usando un coltello, ecco perché Craven decide di differenziare il suo Kruger. Il volto ustionato è una maschera che spaventa perché dotata di espressività,
l’iconico guanto destro con le lame affilate sulle estremità delle dita, oltre
a donare al personaggio un letale artiglio, è una variazione rispetto al
classico coltello, mentre il sudicio maglione a strisce rosse e verdi è un
modo per rilanciare i maglioni brutti natalizi
stato scelto perché rosso e
verde sono i due colori che mettono più in difficoltà l’occhio umano. I
daltonici lo sanno bene.

Il cappello invece? Beh, quello Craven lo ha preso da Mario
Bava e dal killer di “Sei donne per l’assassino” (1964), considerando che Bava
ha creato il genere Slasher con “Reazione a catena” (1971) e che Craven non si
è fatto nessun problema a, diciamo omaggiare Bergman, ha una sua logica. Certo che se Bava avesse saputo vendersi
come Craven, quanto sarebbe diverso il mondo del cinema oggi.

Come creare quintali di iconografia, ancora oggi il genere horror ringrazia.

Eppure, solo Craven avrebbe potuto sfornare un capolavoro
come “A Nightmare on Elm Street” perché nel suo rifarsi agli archetipi, il
maestro di Cleveland azzecca proprio il tipo di storia di cui il suo cinema
aveva bisogno per fare il salto di qualità. Gli adolescenti uccisi
dall’assassino negli Horror, non sono certo un’invenzione di Craven, eppure
dopo anni passati a millantare possibili letture di secondo livello nei suoi
film, presunte denunce politiche, finalmente zio Wessy fa un film che è una
presa di posizione politica per davvero, in cui gli adolescenti abbandonati a
loro stessi e in balia di un mostro, trovano una logica tutta nuova e più
profonda.

Come abbiamo visto in queste settimane, per Craven i mostri
arrivano sempre da una dimensione appena adiacente alla nostra e cosa può
esserci di più aderente al nostro mondo di quello onirico? Quando ci infiliamo
nel letto per riposare abbandoniamo ruoli ed idiosincrasie della giornata, ma
allo stesso tempo abbassiamo le difese totalmente. Fred Kruger è il mostro che
ti colpisce quando sei più debole e indifeso, ma rappresenta anche alla
perfezione le colpe dei genitori che ricadono sui loro figli addormentati.

Lo so che state sentendo lo stridio nella orecchie, fastidioso vero?

Elm Street è il nome più canonico che può essere affibbiato
ad una strada di provincia negli Stati Uniti, probabilmente esiste una Elm
Street in ogni cittadina d’America. Springwood, nell’Ohio (stato dove è
cresciuto anche Craven) rappresenta la società americana degli anni ’80, quella
che sotto una facciata di edonismo chiamata “sogno americano”, nascondeva un
incubo che Craven da vero iconoclasta decide di portare a galla ben
rappresentato da Fred Kruger, l’uomo nero che viene ad uccidere ragazzi
abbandonati letteralmente a loro stessi, da genitori assenti se non proprio
dannosi.

Il padre di Nancy, lo sceriffo interpretato da John Saxon (scelto da Craven proprio perché l’attore era un ex Sex Symbol da cui il
pubblico si aspettava qualcosa e, in realtà, nel film non fa nulla), non riesce
ad intervenire pur avendone l’autorità nemmeno mentre Kruger sta cercando di
uccidere sua figlia quasi sotto i suoi occhi. I genitori di Glen (Johnny Depp
al suo primo ruolo) sono dei ben pensanti che impediscono al figlio di vedere
quella “pazza” di Nancy, ma a ben guardarli tutti i ragazzi del film sono uno
più solo dell’altro e vengono uccisi per colpe che non sono nemmeno loro.

Le colpe dei padri, ricadono sui loro (addormentati) figli.

Questa banda di genitori ben pensanti, proprio come la
famiglia di Le colline hanno gli occhi,
si è eretta giudice, giuria e giustiziere per eliminare l’assassino e
molestatore di bambini Fred Kruger, lo hanno bruciato come in una caccia alle
streghe e non a caso, lui è tornato per fargliela pagare colpendoli dritti
negli affetti. Il modo in cui lo fa è la furia cinematografica di Craven
applicata.

Per la parte del suo iconico assassino, zio Wessy avrebbe
voluto qualcuno di molto alto, per questo non ha avuto nessun dubbio quando ha
visto… David Warner. D’altra parte lui al cinema aveva già interpretato il male, quindi perfetto! Poi è 1,88
facciamogli subito la maschera usando il calco della sua testa. Ecco, quando
Warner per via di alcuni contratti già siglati ha dovuto rifiutare la parte,
Wes Craven ha dovuto adattare il calco della maschera sulla faccia di Robert
Englund, uno che arrivava da una lunga gavetta televisiva, anche nell’unico ruolo da
bravo ragazzo di una serie piena di tipacci, infatti era Willy, il Visitors buono della
mitica serie televisiva.
Se lui era quello buono, figuriamoci gli altri!

Englund non convinceva molto i produttori, ma malgrado il
suo 1,78 di altezza piaceva a Craven per quel suo certo nonsoché, diventato
chiaro a tutti una volta sistemata la maschera pensata per Warner sul suo
volto. Robert Englund non recitava la parte di Fred Kruger, Englund era Fred
Kruger! Il linguaggio del corpo, il sorriso diabolico, se l’attore è diventato
un’icona horror alla pari di Bela Lugosi e Boris Karloff, non è per le tre ore
di seduta in sala trucco, ma perché Englud ha letteralmente dato vita e corpo
alla personificazione degli incubi chiamata Fred Kruger.

Uno… Due… Tre… Mai giocare a nascondino con Fred (visto che tutti hanno modificato la filastrocca, lo faccio anche io)

L’inizio di “Nightmare – Dal profondo della notte” è
impeccabile, con una mossa presa in prestito dallo “Psycho” (1960) di Alfred
Hitchcock, zio Wessy ci presenta e ci fa affezionare a Tina (Amanda Wyss),
perseguitata nei suoi incubi da un maniaco con artigli al posto delle dita («Tina
tesoro, o ti tagli le unghie o smetti di fare quei sogni, o l’uno o l’altro»)
che comincia a manifestarsi in sogno anche agli altri ragazzi di Springwood. Il
primo incubo in cui Craven ci trascina di peso è già simbolico, una discesa in
un sottoscala umido (e simbolico) dove si fanno valere gli studi di psicologia del maestro di
Cleveland.

Scene mitiche ne abbiamo? Questo film potrebbe donarle agli horror meno fortunati.

Ma quando Kruger colpisce, portandosi via Tina, lo fa con
una furia belluina e senza tirar via la mano quando si tratta di sangue e
ammazzamenti, la ragazza viene trascinata urlante lungo il soffitto in una
scena che Craven e il suo operatore hanno girato appendendosi a testa in giù
sul set (storia vera). Ma non c’è una sola morte, oppure una sola apparizione
di Fred Kruger che non sia uscita da questo film, per andare a rimpinguare
l’iconografia del cinema horror. Ancora oggi capita di vedere scene in film
dell’orrore appena usciti, che ti fanno puntare il dito verso lo schermo
dicendo: «Ah ah! Questo l’aveva già fatto Craven nel 1984!».

Kruger ne ha tenuti più svegli dell’insonnia.

Il volto di Kruger che compare sulla parete sopra il letto
di Nancy (Heather Langenkamp) mentre minaccia la ragazza cercando di entrare
nel nostro mondo, oppure, ancora meglio, la sua prima entrata in scena, talmente
efficace che nemmeno quella trovata un po’ datata delle braccia esageratamente
lunghe (un tentativo riuscito il giusto di rappresentare le geometrie
impossibili dei sogni), riesce ad intaccarne l’efficacia, Tina fugge invocando
Dio, Kruger che sa che nel mondo onirico è l’assoluto dominatore, le mostra il
suo guanto artigliato dicendo: «Questo è Dio».

Wes Craven l’iconoclasta, e Kruger il suo braccio armato (di
artigli).

Ed è tutto così per ogni singola apparizione o morte, in
questo film Kruger non è ancora un personaggio che fa battutine e battutacce
prima di uccidere il prossimo adolescente, come farà in quasi tutti i seguiti
della saga, ma ha già una sua forma di malsano umorismo (nerissimo!) quando si
affetta le dita facendo zampillare sangue verde, oppure pensa bene di indossare
la faccia di Tina come se fosse… Beh, la maschera di Freddy Kruger ad Halloween.

Robert Englund è talmente straordinario da risultare una
feroce minaccia ad ogni apparizione, mentre Craven, al massimo della sua
ispirazione, mantiene il livello di angoscia sempre alto, abilissimo nel
mescolare realtà e sogno costantemente, il tutto con scelte semplici, ma
efficacissime. A proposito di iconografia regalata al cinema horror: le bambine
che saltano la corda canticchiando la spettrale filastrocca di Kruger? Nemmeno
il fatto che nelle versioni doppiate la filastrocca cambi i suoi versi ad ogni film, è un fattore che è riuscito ad
intaccare la potenza del lavoro di Wes Craven.

“Ma perché nei film di Craven entrano tutti dalla finestra? Sembra di stare in Dawson Creek!”

Il maestro di Cleveland si presenta alla prova che lo consacrerà
per sempre tra i migliori registi del cinema horror in grande forma, tanto che
alcune idee valide usate in Benedizione mortale, qui tornano identiche, ma solo per diventare subito parte dell’iconografia
di questo film. La scena della vasca da bagno del precedente titolo di Craven non
la ricorda nessuno, quella di questo, invece, è leggendaria, anche perché
sostituire il serpentello birbante con il guanto di Kruger che esce dalla
schiuma, ha un effetto finale cento volte più riuscito. No, questo film poteva
dirigerlo così solo Craven, nel 1984 e a quel punto della sua carriera, ecco
perché il remake del 2010, pur replicando identiche intere scene (e azzeccando
il protagonista) non ha niente della forza del primo film, ci voleva la cultura
e la furia di Wes Craven per farlo entrare nella cultura popolare.

DA-NA-NA-NA-DA-NA-NA-NANANA (musica di John Williams)

“A Nightmare on Elm Street” è un film incredibile perché
ogni elemento trova il suo posto, credo che nessuno abbia mai rappresentato
così bene l’America degli anni ’80 come è riuscito a fare il cinema horror e
questa pellicola, in particolare, che resta una spanna sopra tutti i seguiti
(per quanto molti di loro mi piacciono proprio tanto, ne parleremo) perché le
due anime del regista, colto sì, ma iconoclasta, qui convincono alla perfezione. Il professor Craven e Mr. Wes sono riusciti a fare quello che un horror
dovrebbe sempre fare, anche se spesso viene dato fin troppo per scontato: spaventare. Dormire il sonno dei giusti non è mai più stato lo stesso dopo il
1984, ma il vero motivo per cui “Nightmare” è un capolavoro è anche un altro.
Aver punito preventivamente quasi quarant’anni di facce e faccette dello
stramaledetto Johnny Depp, sono riuscito a sopportare le sue pose da divo solo
ricordandomi di quella volta che Fred Kruger lo ha trasformato in un geyser di
sangue, roba da fare la gioia dei volontari dell’Avis!

Ad ogni nuovo film su Capitan Jack Sparrow, io pensavo solo a questa scena (storia vera)

Piccolissima parentesi dedicata all’amichevole “faida” a
distanza tra Craven e Sam Raimi: li avevamo lasciati con Sam che inseriva un poster
strappato di Le colline hanno gli occhi
nel suo La Casa. Qui Craven risponde,
infatti in tv Nancy sta guardando proprio “Evil Dead”. Ma la risposta di Raimi
non si farà attendere, nel suo Evil Dead 2, in una scena è possibile vedere appeso alla parete del capanno il guanto
di Freddy Kruger.

Freddy vs Jason Ash Williams

Ci tengo ad aggiungere solo due parole sul finale del film,
quindi, se non avete visto il film, potete saltare questo paragrafo.

Kruger è un personaggio talmente riuscito da risultare
praticamente imbattibile, è chiaro che la trovata di portarlo nel nostro mondo
per poterlo sconfiggere organizzata da Nancy, è solo un modo per provare a
concludere la storia. Le trappoline in stile “Mamma, ho perso l’aereo” (1990)
sono la moda di un decennio in cui tra Rambo
e MacGyver, tutti costruivano arrangiandosi (oggi al massimo guardiamo repliche
di “Come è fatto”), anche perché Nancy incarna alla perfezione l’eroina di
Craven che non ha intenzione di stare con le mani in mano a farsi salvare, ma
si tira su le maniche e passa all’azione, idealmente la zia delle Sidney
Prescott che sarebbero arrivata in futuro nella filmografia di zio Wessy.
Ma il vero finale per Craven è simbolico: Nancy riesce
battere Kruger perché gli toglie importanza, gli volta le spalle trattandolo
per quello che è, solo un brutto sogno. Ma i brutti sogni, quelli davvero
spaventosi ti perseguitano anche dopo il risveglio, infatti esistono varie
versioni della scena finale del film, ma tutte con esito simile.

Sex over the phone (You know I like it)

Una volta che il lato oscuro del sogno americano è stato
liberato, non può più essere fermato, un po’ come questa rubrica che continua
la sua corsa dandovi appuntamento al prossimo capitolo, con quel simpaticone
di Freddy, invece, ci rivediamo presto… Fate sogni d’oro.

Intanto vi ricordo lo speciale del Zinefilo dedicato a tutti
i film di Nightmare!
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