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Nina Forever (2016): finché morte non ci separi (forse)

Quando comincia una storia d’amore, arriva l’inevitabile momento in cui bisogna fare i conti con gli e le Ex. Certo, se la Ex è da intendere anche come “Ex vivente”, le cose dovrebbero essere più semplici, no? Ecco, no.
Holly (Abigail
Hardingham, intravista di sfuggita in Broadchurch)
ha 19 anni, lavora in un supermercato, ma studia per diventare paramedico, è
affascinata da due cose nella vita: la morte e il giovane Rob (Cian Barry),
collega di lavoro dal passato tormentato, la sua fidanzata è diventata
ufficialmente ex (viva) dopo un incidente in moto, Rob guidava ed ora ha solo
sensi di colpa e una fama di tenebroso inconsolabile.
La bella Holly e  Rob si
annusano, si piacciono e finiscono a letto a fare l’amore. Un momento intimo in
cui non si dovrebbe pensare alla ex, tranne per il fatto che la ex Nina (Fiona
O’Shaughnessy) non ne vuole sapere di essere considerata tale e ciccia fuori, non in senso metaforico, ma esce fisicamente dal letto, in un tripudio di
lenzuola macchiate di sangue. Qui inizia la rumba di “Nina forever”, il più
classico di lui, lei l’altra, in cui di classico non c’è davvero niente, mi
verrebbe da aggiungere: per fortuna!
“Nina forever”
è etichettato ovunque come una “British horror comedy”, British è facile perché
si tratta di un film inglese, l’horror è garantito da Nina, fredda e defunta
che come un poltergeist imbratta tutto di sangue, invece che di ectoplasma ad
ogni apparizione, sulla parte “comedy” lasciatemi l’icona aperta perché tocca
andarci con i piedi di piombo.


Si vede chiaramente che è una commedia vero?
98 minuti
spaccati, ma il ritmo “calma calma” che pare inevitabile se vuoi che il tuo
film faccia il giro dei film festival, cosa che l’esordio dei fratelli Ben e Chris
Blaine (che scrivono e dirigono) non ha mancato di fare. Se poi la trama vi ha
fatto pensare ad un’altra “horror comedy” incentrata su un triello lui, lei e l’altra
(morta), tranquilli, “Nina forever” va per una strada tutta sua rispetto all’ultima fatica di Joe Dante.
Per tutta la
prima parte “Nina forever” sembra un grosso METAFORONE sugli amori che nascono
e della difficoltà di emanciparsi dall’ombra di una storia precedente, il tutto
utilizzando il genere horror, per parlare dei rapporti di coppia, il che
potrebbe essere una chiave di lettura, ma i fratelli Blaine non si limitano a
questo.
Holly, non
potendo liberarsi dell’onnipresente rivale, per amore cerca la via pacifica, si
fa tatuare “Nina forever” sul corpo proprio come aveva fatto Rob prima di lei e
se pace deve essere, che sia molto pacifica, quindi tutti e tre
appassionatamente nel letto intenti a fare cose a tre, oddio appassionatamente!
Per quanto il corpo morto e senza vita (quindi senza possibilità di avvertire
nessuna sensazione) di Nina permetta.


Lui, lei e il cadavere dell’altra.
Nel tentativo
di avere la meglio sul ricordo (idealizzato) di Nina, Holly le tenta davvero
tutte, anche di farsi accettare dai genitori della ragazza, rimasti in ottimi (pure
troppo!) rapporti con Rob, sono proprio i genitori i due personaggi più
drammatici del film, costretti ad affrontare il dolore più grande,
sopravvissuti alla loro figlia.
Voi direte: “Ma
non era una commedia?”. Eh, lo so, abbiate pazienza, perché poi le cose si
complicano, Rob in tutto questo sembra un pugile suonato più debole del “sesso
debole” (mai definizione fu più farlocca e irritantemente sminuente), quindi
Holly prende il comando e passa all’offensiva. Va a convivere con Rob,
apportando le necessarie modifiche alla casa, le lenzuola bianche che si
imbrattano di sangue ad ogni nina-manifestazione? Via! Le mettiamo rosse, che
come insegna Deadpool non fanno
vedere il sangue. Il colore delle pareti è il preferito di Nina? Ottimo,
tinteggiamo tutto.
Più Holly si
impegna a cancellare le tracce della rivale, più Nina si manifesta come una
versione nuda e insanguinata di Bettlejuice lasciando ematiche tracce con mal
celato spregio. Le due donne iniziano una lotta quasi fisica, una sporca per il
gusto di farlo, agente del caos, l’altra cerca di tener pulito, tipo il mio
cane ed io.


“Mi piace come hai arredato? Gran gusto”.
Pian piano “Nina
forever” passa da metaforone sulle ex, ad un film che parla dell’attrazione
morbosa per la morte, mentre l’entusiasmo, anche quello espresso
orizzontalmente, tra Holly e Rob va a picco come l’indice Dow Jones, Holly
capisce che Nina è destinata a restare (spiegato tatuaggio e titolo) e
probabilmente avete anche capito come prosegue e finisce il film, tenendo a
mente che è comunque un horror non è proprio impossibile intuirlo.
Il ritmo
lento, le riflessioni sulla morte, sull’andamento di un rapporto, sulle
ossessioni maschili e femminili, tutto bello, profondo e suddiviso su vari
piani di lettura, ma perché “comedy”? Ci ho messo un po’ anche io che sono sempre
sensibile a tutto quello che diverte, una scena in particolare è stato il mio
personale “Click” con questo film. Holly e Rob litigano, lei prende il bus
notturno (vuoto) e si siede accanto all’unico passeggero nel tentativo di depistare
Rob, il ragazzo occupa il primo posto libero, i due parlano dei fatti loro e il
povero pendolare alza il dito e chiede a Rob: “Vuoi sederti qui?”. Ecco perché sul
bus bisogna leggere o ascoltare la musica.
Qui capisco
che l’umorismo in “Nina forever” è presente, nemmeno in piccola parte, ma è “British”
e soprattutto nerissimo, il tipo di umorismo che piace a me. D’altra parte le
apparizioni di Nina, nuda e sanguinolenta per tutta la durata del film,
diventano sempre più insistenti, ironiche al limite del provocatorio, come la
scena di sesso sulla tomba e da questo punto di vista Fiona O’Shaughnessy (non
si esce vivi dalla pronuncia di questi cognomi irlandesi…) è bravissima.


Dammi una lametta che mi taglio le vene…
Passa dal
registro horror, a quello drammatico senza colpo ferire, indossa la sua pelle
come un vestito da sera e scivola fuori da sotto il letto come il mostro che
turba i sogni notturni (infatti Holly controlla sotto il letto prima di
dormire), diventa con il passare dei minuti una “Spiritella porcella” quasi
tenera, quasi simpatica, quasi bella per essere così defunta. Ho passato il
tempo a chiedermi dove l’avevo già vista, avevo quasi gettato la spugna e poi
mi sono ricordato, “Where is Jessica Hyde?” si chiedevano in “Utopia”, ecco
dov’era finita!
L’altra metà
del cielo e del film è Holly, Abigail Hardingham (“Salute” cit.) ha le occhiaie
che fanno subito gotica, le curve generose e il broncetto della ragazza della
porta accanto, non ha il fascino della cattiva, ma si fa il tifo per lei e per
98 minuti è al centro delle nostre attenzioni di spettatori, come le migliori
eroine dei film horror.


“E’ la nuova stagione di Utopia?” , “Guarda che quella l’anno cancellata quando sei morta…”.
Insomma, bravi Ben
e Chris Blaine, brave le protagoniste, in un film che fa ridere un po’ se
sapete dove guardare (e siete in vena), ma fa riflettere molto, sulla morte,
sul “Chi muore giace e chi vive si dà pace” sì, però provaci se ci riesci.
A chi lo
consiglierei? A chi non si lascia impressionare, non tanto dal sangue, ma dal
ritmo lento, se avete pazienza troverete un film che unisce eros e thanatos nel
vero senso della parola e sa parlare di quello che Doc Brown avrebbe definito
il grande mistero dell’universo: le donne.
Avercene di
strambi esordi cinematografici come questo, avercene a coppie.
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