
Non potevo iniziare l’anno al meglio, purtroppo non sono riuscito a partecipare all’anteprima organizzata da Midnight, ma mi ha fatto piacere vedere qualcuno in sala, rispetto alla solita desolazione, forse la coda lunga del periodo vacanziero ha portato bene ai cinema, quello, oppure erano tutti lì per vedere l’attore di Squid Game.
Io, che Squid Game non l’ho mai apprezzato più di tanto, era molto più interessato al nuovo capitolo della filmografia di Park Chan-wook, il genietto coreano che si conferma, autore anzi scusate, Autore sopraffino per tematiche e stile, il suo nuovo lavoro “No Other Choice” (appesantito dal solito sottotitolo italiano ridondante, qui anche in versione Google translator) è un altro gioiellino che mi ha trovato doppiamente predisposto.

Non mi va di scendere in dettagli, ma il lavoro è la grande schiavitù della nostra società, averlo vuol dire dover sottostare, non averlo vuol dire dover patire forse anche di più, sarà pur vero che nobilità l’uomo, ma di sicuro – anche per Park Chan-wook – lo rende simile ad una bestia.
Lo spunto iniziale arriva da “The Ax” (1997), il romanzo di Donald E. Westlake, già portato al cinema ventun anni fa da Costa-Gavras con il titolo “Cacciatore di teste”, una storia carica di satira che è un invito a correre per il regista coreano, il suo film infatti è una commedia grottesca, con tracce di sangue Thriller, che mescola la natura e lo spettro della colonizzazione, attraverso un simbolismo ben fatto e mai lanciato in faccia allo spettatore.
La storia è quella di Man-soo (Lee Byung-hun), marito, padre e lavoratore indefesso presso l’azienda cartaria Solar Paper, aziendalista è dir poco, ma questo non lo salva dalla calata dei barbari (americani) che arrivano, acquisiscono, portano la democrazia nell’organigramma e tagliano posti di lavoro come se non ci fosse un domani, tra cui proprio quello di Man-soo, quindi riassumiamo: sei un uomo di mezza età dalla vita e la carriera avviata, hai una famiglia, un reddito, una casa e nel caso si Man-soo, un giardino da curare, quando di colpo, non hai più niente. Quindi si, anche oggi sulla Bara Volante parliamo di un film dell’orrore.

La situazione sarebbe drammatica per chiunque, Man-soo ci mette del suo, perché l’enorme villone, il giardino e gli agi conquistati vanno mantenuti, nei tredici mesi di mensilità disponibili successivi, il nostro non riesce a trovare un nuovo impiego pur provandole tutte, quindi giunge alla conclusione che… non c’è altra scelta (occhiolino-occhiolino) se non eliminare tutta la potenziale concorrenza per farsi assumere dall’azienda concorrente, la Moon Paper, insomma cambiare tutto perché nulla cambi ma soprattutto, uccidere tutti pur di mantenere lo status-quo. Se vi sembra assurdo, parlate con chiunque abbia avuto la sfortuna di cercare lavoro e capirete che a tratti, Park Chan-wook potrebbe aver diretto un documentario.
Man-soo ha il pallino del giardinaggio, la sua villa è piena di piante che l’uomo ama così tanto, da essersi beccato lui stesso il soprannome di vegetale, piuttosto ironico che gli alberi che l’uomo ama così tanto, siano gli stessi che la sua compagnia abbatte per produrre la carta, anche se in una spassosa sequenza, il nostro si prodiga a negare il disboscamento, perché Park Chan-wook utilizza tutto, anche una raffinata ironia per tratteggiare i suoi personaggi, anche attraverso queste trovate, il regista sottolinea la determinazione con cui, malgrado tutto, Man-soo nega la sua misera condizione assolvendo i veri responsabili del suo licenziamento, uno sorta di sindrome di Stoccolma nei confronti del padrone, che si riversa con rabbia non contro i veri responsabili, ma contro gli altri poveretti come lui, una guerra tra poveri in cui chi sopravvive, è comunque costretto poi ad andare al lavoro, altro che Squid Game!

I rivali per il ruolo a cui Man-soo ambisce, sono quasi suoi cloni, l’assurdità che Park Chan-wook cavalca, consiste nel fatto che spesso tutti questi poveretti ripetono le stesse frasi, nessuno di loro riesce a rendersi conto di essere carne da cannone in un gioco al massacro molto più grande di tutti loro, ma anche di tutti noi oserei dire. Da qui in poi inizia la parte più grafica, perché per Park Chan-wook la violenza è ancora lo sfogo principale dell’uomo, l’eliminazione fisica della concorrenza, porta in scena una serie di siparietti più o meno comici, più o meno drammatici, tutti grotteschi e orchestrati alla grande dal regista, il cuore di un film che fila molto bene e che ha una serie di letture di secondo livello, tutte in linea con la poetica dal regista.
Ora, seguitemi nel mio delirio da cinefilo raffinato, quale non sono: The Handmaiden utilizzava il sesso come riuscita metafora della sudditanza, nello specifico per l’invasione degli odiati giapponesi subìta dalla Corea, qui Park Chan-wook utilizza il lavoro per parlare della colonizzazione americana, gli Stati Uniti che acquisiscono l’azienda in cui lavora Man-soo sono gli stessi che hanno imposto la loro presenza nel Paese negli anni ’50, la guerra di Corea seguita poi a ruota da quella che per gli Yankee è stata la guerra del Vietnam (per i vietnamiti quella è solo la guerra contro gli americani), proprio da quel conflitto arriva la pistola utilizzata dal protagonista.

Se poi volessimo proprio fare la punta ai chiodi, parole americane sono anche i nomi delle due aziende, Man-soo è letteralmente costretto a passare dalla luce del sole, dalla sua vecchia azienda, la Solar Paper, all’agire nell’ombra per farsi assumere dalla Moon Paper, alla luce di questo (ah-ah!) guardate l’uso della fotografia fatta da Park Chan-wook nel corso del film è capirete come il nostro, sappia davvero dominare il mezzo cinematografico, anche quando elimina quasi totalmente l’illuminazione.
Per Man-soo poi il suo lavoro non è solo un’entrata fissa sul suo conto corrente, rappresenta uno status acquisito, abbandonarlo sarebbe come rinunciare a diritti conquistati, la sua posizione su un gradino più in alto della scala sociale, da qui l’ardore con cui l’uomo è pronto a difenderlo, anche con omicidi da cartone animato, che lo portano ad assimilare completamente quell’atteggiamento aggressivo, di costante competitività che le aziende vogliono per i propri dipendenti.

Poco importa che per fare questo, in nome nel bene della sua famiglia, proprio i suoi familiari finiranno per disprezzarlo e Lee Byung-hun è bravissimo nell’impersonare un protagonista dedito alla sua causa ma tutto tranne che amabile, la beffa? O meglio, la critica nella critica? Man-soo punta a mantenere il suo status quo, ma finirà per perdere pezzi della sua umanità, uccidendo la concorrenza e ancora peggio, per un lavoro che domani, potrebbe risultare ancora più spersonalizzante e disumanizzate, grazie all’innovazione dietro l’angolo, non aggiungo altro, gustatevi la nuova fatica di Park Chan-wook.
Il capitalismo è un’illusione, l’unica speranza nel film – e per l’arte – è rappresentata dalla figlia, lei fa un lavoro differenze, sicuramente più precario e un po’ meno minacciato dalla tecnologia (forse!), ma senza ombra di dubbio arte e cinema sono in buone mani finché ad occuparsene sarà uno con la testa sulle spalle come Park Chan-wook.


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