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Noi (2019): Just the two of U.S.A.

Jordan Peele è caldo come un Hibachi giapponese, penso che Get Out non abbia davvero bisogno di presentazioni,
non dopo un oscar portato a caso per la miglior sceneggiatura e l’enorme
successo di pubblico.

Proprio in virtù di tale trionfo, il suo nuovo lavoro intitolato
“Noi” era molto, ma molto atteso, quindi partiamo proprio dal titolo, perché ci
dice già parecchie cose del film. “Noi” in originale “Us”, una traduzione così facile
che persino la nostra distribuzione non è riuscita a storpiare, ma “Us” potrebbe anche stare per U.S. nel senso di United State,
considerando la cura per il dettaglio che si trova nel film e i trascorsi di
Peele, non penso proprio sia un caso.

Get Out aveva
forse il difetto di essere rivolto principalmente ai “fratelli” neri dall’altra
parte della grande pozzanghera nota come oceano Atlantico, il fatto che abbia
avuto così tanto successo è anche perché Jordan Peele l’horror lo conosce, lo
ama e lo tratta con il rispetto di chi ha visto tutti i film giusti.

Ecco, ad esempio ha visto di sicuro “la collina dei conigli”

“Us” amplia un po’ il discorso, ma nemmeno più di tanto, perché
a ben guardarlo resta una storia molto radicata sul suolo americano, però a Peele
vanno di culo due cose: la prima è che parlando degli Stati Uniti, di fatto,
parli di tutto il mondo occidentale, l’altra è che l’horror in “Noi” è
molto, ma molto migliore di quello visto in “Get Out”.

Questo non vuol dire che “Noi” sia automaticamente un film
più riuscito, “Get Out” resta un METAFORONE (in questo caso, nel senso migliore
del termine) dritto e lineare nella sua semplicità, “Noi” è decisamente più ambizioso,
continua a parlare delle distinzioni tra classi sociali che negli Stati Uniti d’America
(e di conseguenza nel mondo occidentale) esistono, cavolo se esistono! Ma lo fa
donando alla parte horror del film un maggiore respiro e con un gusto per il
finale a sorpresa che fa capire perché il rilancio della mitica “The Twilight
Zone” sia stato affidato proprio a Jordan Peele.
Ma andiamo per gradi e partiamo proprio dal colpo di scena
finale, non analizzare certi dettagli del film mi costringerebbe a chiudere il
commento qui dicendo: “Noi” è figo, correte a vederlo, ciao! Ma non sarebbe
proprio il mio stile, quindi vi avviso: resterò più sul vago possibile, ma da
qui in poi, se non avete visto il film, davvero correte a farlo e (se vorrete)
ci rivediamo qui sopra. Per amore di chiarezza, diciamo che da qui in poi ci saranno possibili
SPOILER, ok?

Non fate quella faccia, io vi ho avvertito delle potenziali anticipazioni!

Cosa dico sempre dei primi cinque minuti di un film? Bravi! Che ne determinano tutto l’andamento. Jordan Peele comincia non con cinque
minuti, ma con i quindici minuti che hanno cambiato per sempre la vita della
sua protagonista Adelaide Wilson (una Lupita Nyong’o monumentale). Per farlo ci
riporta tutti nel 1986, l’anno di USA for Africa, l’anno in cui alla radio
passava “We are the world” a rotazione, ma soprattutto l’anno della catena umana
chiamata Hand across America. Peele ci racconta questa iniziativa da una tv
accesa con accanto alcune VHS di film horror – tra cui “C.H.U.D.” horror del
1984 con alcuni punti in comune con “Us” – una scena d’apertura simile a quella
di “Climax” di Noè, film di cui dovrei anche decidermi a scrivere qualcosa.

Anche la gita al Luna Park di Santa Cruz di Adelaide con i
suoi genitori, è tutta ripresa da Peele in stile anni ’80, con inquadrature ad
altezza bambino e strizzate d’occhio che ti calano subito nel periodo, la
maglietta di “Thriller” (che dopo il documentario Leaving Neverland, è un elemento anche più horror del video diretto
da John Landis), ma anche il riferimento al film in cui cercano comparse che non
viene nominato, ma si tratta di Ragazzi Perduti,
girato proprio a Santa Cruz (storia vera).

Mancano solo i fratelli Ranocchi e Tim Cappello a suonare il sassofono.

Adelaide si allontana, si perde nella casa degli specchi e
si spaventa a morte vedendo il riflesso di se stessa, quindi se Get Out era un METAFORONE, state
tranquilli che “Noi” lo è ancora di più. La volontà di Peele è quella di rendere
le acque un po’ più torbide e i titoli di testa con i conigli disposti in file
da undici gabbie servono proprio a questo, al resto ci pensa la colonna sonora
di Michael Abels che con il suo incedere inesorabile, contribuisce moltissimo
a portare angoscia ad ogni scena, ascoltatevi “Anthem” e poi ne riparliamo.

Quando ritroviamo Adelaide è cresciuta, ha due figli una
famiglia medio benestante, ha superato il trauma ed è pronta a tornare a Santa
Cruz per le vacanze estive, in una scena dove il mare sostituisce le montagne,
ma se il viaggio in auto dei Wilson, vi ricorda quello dei Torrance in “Shining”
(1980), tutto normale, è solo una delle tante citazioni ricercate da Peele. Tra
magliette di Jaws, stormi di
inquietanti uccelli e persone che “risorgono” dalla sabbia come se fossero
zombie, il nostro Jordan si è proprio divertito.

“Overlook Hotel nel Colorado!? Ma io avevo impostato Santa Cruz dannato navigatore!”

“Noi” si prende il suo tempo per presentarci i personaggi,
tutti abbastanza aderenti ai canoni del genere horror, a partire dal papone
scemone Gabe (Winston Duke) fino ad
arrivare agli odiosi amici – non a caso bianchi – la famiglia Tyler, ben
rappresentati da Elisabeth Moss, l’unica che riesce per qualche minuto a rubare
la scena a Lupita Nyong’o, anche perché Peele è troppo sveglio per non aver
pensato che quando compaiono abiti rossi e Elisabeth Moss insieme, le cose di
solito prendono una brutta piega.

Previously on the handmaid’s tale…

La svolta con “Us” arriva quando nel vialetto di casa dei
Wilson, compare una famiglia tradizionale copia di loro stessi, con tute
rosse che sarebbero piaciute agli Slipknot, forbici in mano e tante cattive
intenzioni. Il classico “Home invasion” macchiato di rosso, reso più teso
dalla scena d’apertura paranormale e dalla prova di Lupita Nyong’o che è
spaziale. Oltre ad interpretare Adelaide, in questo racconto di strambi doppelgänger
ricopre anche il ruolo del suo doppio, accreditato solo come “Red” nei titoli
di coda, ma è il modo in cui lo fa ad essere straordinario: non solo un notevole
e spaventoso cambio nell’uso della voce (se vi capita l’occasione, gustatevi il
film in originale come si dovrebbe sempre fare per poter giudicare la prova di
un’attrice o di un attore), ma è proprio il linguaggio del corpo ad essere
diverso e non è un dettaglio da poco, visto che Peele per tutta la trama
semina indizi.

“Cara, hai invitato i vicini per cena? Allora mi sa che siamo nella cacca…”

Quindi parliamo dell’elefante nella stanza, per certi versi
sembra quasi di essere tornati ai tempi dei primi film di M. Night Shyamalan,
quelli in cui se qualcuno ti spifferava il finale, ti toglieva una fetta della
sorpresa. Ma sarebbe frettoloso ridurre tutto al colpo di scena finale che,
ammettiamolo, è tutto tranne che impossibile da intuire. Vi dico la mia solo perché
ho già sventolato la bandiera dello SPOILER, ma restando molto sul vago, dopo l’inizio
del film mi sono ritrovato immediatamente a pensare a Hugo, il personaggio di
un episodio – speciale di Halloween – dei Simpson che se avete visto
ricorderete sicuramente. Eppure, tutto questo non toglie nulla al film, anzi,
perché “Noi” non fa altro che ribadire il suo concetto senza essere troppo
sottile con le metafore, per una volta viene da pensare che mettere da parte la
pignoleria (ma la polizia non avrebbe dovuto arrivare in quindici minuti?)
aiuti a godersi di più il film e il suo messaggio finale che non è
rivoluzionario ma tremendamente efficace, quello sì.

Nella parte centrale “Us” diventa un “home invasion” bello
dritto, strapieno di momenti horror riusciti e grondanti sangue, sempre senza
rinunciare ad un tocco di umorismo (meglio se nero), la beffa dell’assistente
elettronico che fa partire “Fuck the police” strappa una risata se avete un
senso dell’umorismo un po’ macabro tipo il mio, ma sa anche di piccola
frecciatina sociale. Inizialmente Peele pare avesse optato per un pezzo
allegrotto dei Police (storia vera), ma se scegli uno proprio degli NWA vuol
dire che qualche messaggino a qualcuno vuoi mandarlo, questo ragazzo non fa nulla
per caso.

Anche se a ben guardarli, più che gli NWA mi ricordano gli Slipknot.

No, anche perché “Noi” ha una cura per il dettaglio che mi
ha ricordato proprio l’uso del colore di M. Night Shyamal… Shyam… Michael
Knight nei suoi primi film, tenete d’occhio
quante volte compare il numero 11 nel film (che, poi, è un uno ripetuto, quasi un
doppelgänger matematico) in maniera molto, ma molto rimarcata da Peele che, come
detto, con le metafore ci va giù più duro degli NWA con le parolacce.

Si, gli adesivi famiglia per auto sono odiosi, ma è un dettaglio che diventa più chiaro solo alla luce del finale del film.

Tra musiche tese, ammazzamenti, tensione e una voglia di
voler capire dove la storia vada a parare, “Us” si lascia davvero guardare, non
ha la linearità di Get Out e, come
detto, è un pochino più ambizioso, non tutto quadra in modo cartesiano e se siete
il tipo di spettatore che vuole una soluzione esplicita, spiegata sedici volte
per uscire dalla sala senza nemmeno un dubbio, questo film potrebbe non fare
per voi, ma il messaggio di Jordan Peele è talmente chiaro che è ribadito fin
nel titolo.

“Us” parla degli Stati Uniti, della differenza tra l’1% e il
restante 99%, ma è una critica a “Noi” (perciò ringraziate che qui da NOI non
abbiano tradotto il titolo con strambe italiche invenzioni), perché alla fine
il mostro potremmo averlo più vicino di quello che pensiamo, invece cercando in
oscuri invasori esterni potremmo essere… Beh, avete capito, no?

Nell’ultima parte “Noi” apre il gas e va a tavoletta,
lasciandosi alle spalle ogni inibizione nell’esigenza di dire qualcosa allo
spettatore, il colpo di scena finale anche se non impossibile da intuire, come
detto, ha un senso perché ci costringe a rivalutare tutto il piano messo in
atto da Red, che ad una prima occhiata è sullo scemino andante, ma trova un
minimo di spessore proprio riflettendoci un po’ su.

“Cosa diceva la capitana della Marvel riguardo alle mani legate? Dannata bionda!”

Insomma, “Noi” sporca un po’ il foglio e potrebbe far
storcere il naso ai fanatici della trame cartesiane, ma ha delle cose da dire,
sa come farlo e si porta dietro un manifesto amore per il cinema horror, non
gli manca la voglia di dire qualcosa del proprio Paese (anche se a Peele non è mai
mancata) e ti fa uscire dalla sala bello contento, perché di filmetti dell’orrore
fatti con lo stampino ne abbiamo visti fin troppi.

Un difetto? A Jordan Peele manca la capacità di scrivere
storie horror in grado di andare oltre i confini del proprio Paese, gli va di
culo che usare gli Stati Uniti come esempio, serva a coprire quasi tutto il
mondo occidentale, ma il ragazzo ha talento, quindi a quelli bravi si chiede un
po’ di più, se da grande vorrà continuare a dirigere film horror che possano
essere letti con più chiavi di lettura, dovrebbe puntare al nichilismo
universale di maestri come Carpenter e Romero, i cui METAFORONI (visto? Non
tutti i metaforoni vengono per nuocere) parlavano dell’umanità e non solo dell’umanità
americana.

“Ciao. Sono la nuova arrivate e sono fuori di testa” (Quasi-cit.) 

Ma potrebbe anche andare diversamente, Jordan Peele, come
detto, è caldo come un Hibachi giapponese e sembra destinato a diventare il
prossimo grande nome del cinema Horror, oppure potrebbe far svoltare la sua
carriera andando in altre direzioni e verso altri generi, se ve lo state
chiedendo sì, sto ancora pensando al già citato M. Night Shyamal… Shyam…
Michael Knight.

Sta di fatto che in questo momento Peele è in stato di
grazia, qualunque cosa voglia fare da grande, l’importante è che lo faccia con
questo livello di qualità e se qualcuno in questi giorni vi ha già rovinato il
colpo di scena di “Noi”, noi voi non perdetevelo lo stesso, abbiamo un
regista che per dirla
come Sidney Deane – anche se forse avrebbe preferito che io avessi citato Billy Hoyle – è in “zona magica”, ignorarlo sarebbe un crimine.
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