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Nosferatu a Venezia (1988): The Disaster Vampire

Visto che avete apprezzato il suo primo post qui sulla Bara, oggi è tornato a trovarci Enry Orso per portarci dall’Emilia a Venezia con il film di oggi, una follia con una storia di produzione davvero gustosa, anche per un vampiro.

«Enry Orso? Io conosco solo gli orsi di Herzog e poi da quando le Bare Volano?»

Questo è uno di quei casi in cui la storia produttiva è più interessante del film in sé. Anzi, potrebbero farcene uno sopra, tipo The Disaster Artist. 1986: Augusto Caminito, produttore di film dagli ottimi incassi commerciali come In viaggio con papà, decide di realizzare il seguito del Nosferatu, principe della notte (1979) di Werner Herzog. Assolda anche l’interprete principale, Klaus Kinski, e si prepara a sfornare il prossimo successo pensando che con gli incassi potrà lavarsi i capelli con lo champagne. Non sa che lo aspetta un crack degno della Parmalat.

L’esperto di vampiri Paris Catalano viene chiamato a Venezia dalla nobildonna Helietta Canins per indagare sulla fine di Nosferatu che durante la peste e il carnevale del 1786 le ha vampirizzato l’ava Letizia prima di sparire nel nulla. La donna è convinta che il vampiro sia nella cripta di famiglia, ma Paris è scettico. Così per conoscere la sorte di Nosferatu fanno una seduta spiritica che lo riporta in vita (si fa per dire); ma il vampiro vaga stanco e inattaccabile fra le calli e il carnevale veneziano alla ricerca di una vergine che ponga fine al suo tormento.

Per favore Toffolo, non morderla sul collo!

Sulla carta l’idea è suggestiva e ha tutti i numeri per farcela: Venezia come sfondo perfetto per una storia di morte e decadenza e un cast internazionale che va dal collaudato vampiro Kinski (che si porta dietro la fidanzata Deborah Caprioglio in una particina non accreditata) a Christopher Plummer come ieratico ammazza vampiri passando per comprimari di lusso come Donald Pleasence nei panni del simpatico Don Alvise. Mentre sul versante de noartri abbiamo Barbara de Rossi al top della bellezza (anche se con due espressioni: con la pelliccia addosso o fuori), Yorgo Voyagis e persino la Maria Clementina Quasimodo (Viendalmare!), vedova del poeta nei panni della bisnonna Canins… e qui comincia l’altro film: The Disaster Nosferatu.

Il primo regista, Maurizio Lucidi, viene liquidato subito perché ritenuto di poco appeal per il prodotto. Chiamano Pasquale Squitieri, che riscrive il copione e ingaggia fumettisti del calibro di Magnus per realizzare gli storyboard del film; insomma spende e spande e il budget sale. Liquidato anche lui. Tocca quindi a Mario Caiano contenere le spese – oltretutto ha già lavorato con Kinski – ma lui e l’attore litigano di brutto. Storie di insulti e di specchietti lanciati in faccia.

Klaus Kinski non è un soggetto facile: è collerico, umbratile, arrogante. Le sue mattane sono storie note. Un set in preda ai suoi capricci da primadonna equivale all’anarchia; per lavorare bene gli servono registi-domatori con la mano ferma e il fucile nell’altra, tipo Werner Herzog. Vedere il suo bellissimo documentario Kinski il mio nemico più caro per credere, tanto che durante le riprese di Fitzcarraldo, dopo che Kinski ha sbraitato per la qualità del cibo, il capo della tribù di indigeni locale che ha fatto voto di silenzio, si avvicina a Herzog e gli sussurra: “Se vuole glielo uccidiamo.” In più, Kinski rifiuta di rasarsi i capelli come nel Nosferatu precedente, perché lì aveva un bel rapporto col truccatore e si sottoponeva docile a tre ore di trucco, col risultato di sembrare Lino Toffolo o la versione gothic degli Spinal Tap, fate voi.

Come sarebbe a dire: «Questa Bara non ha l’autoradio a volume 11?!»

Le riprese sono un’Odissea: il polacco disprezza tutti e fa il minimo sindacale, guarda in camera col suo sguardo sbilenco e più che mordere le attrici le sprimaccia per bene, traumatizzandole con vere e proprie molestie sessuali; celebre quando durante una ripresa in primo piano in cui deve mordere sul collo Barbara De Rossi, non visto, le infila un dito proprio laggiù. Lei scappò nella sua roulotte a piangere e l’intera troupe a scioperare per protesta. A quel punto mi vedo pure il produttore a lacrimare tipo Paperon de Paperoni, allagando Venezia.

#NosferaTOO

Con Caiano defenestrato, a Kinski scappa la mano (quella non è impegnata a toccheggiare tutte le attrici): ha deciso che il film lo dirigerà lui oppure Caminito. Il produttore a quel punto è disperato, il budget ormai assomiglia a un PIL del Terzo Mondo e Reteitalia, che sta aspettando il film da due anni, chiude i rubinetti. Allora Caminito si fa aiutare da Luigi Cozzi – che firma le scene più spettacolari come le fucilate che aprono buchi in pancia al vampiro e il volo di Nosferatu sulla città -, salva il salvabile e anche se mancano la metà delle riprese previste, monta il film e lo consegna così com’è. Non sarà un cult, ma un buon candidato per i bruttissimi di Rete Cassidy.

Nel nome di Peter Cushing, entra nei Bruttissimi!

[No mi dispiace, questo è solo bruttissimo e non Bruttissimo, Nota Cassidiana]

Anche senza sapere tutte le tribolazioni raccontate, guardando il film in modo distratto si sente che manca qualcosa. La prima parte regge aiutata dall’atmosfera mefitica e lagunare, la seconda barcolla di brutto e ti lascia il senso di irrisolto e di sfuggente che ti fa dire: “E quindi?” Kinski è svogliato e si vede. A parte quando prende a calci la rete coi cani gli abbaiano contro, che sembra un raptus del vero Klaus. Anzi, è proprio lui che ha vampirizzato soldi, pazienza e chilometri di pellicola passata a passeggiare fra le calli con aria da rockstar sfatta, probabilmente pensando al delirante monumento a sé stesso che Caminito gli ha promesso di produrre, dove lui sarà attore, regista e molestatore assoluto: Paganini (1989).                                                     

Ecco, questo Nosferatu a Venezia è proprio come il celebre musicista: non ripete. Al netto dei difetti, credo che il fallimento del film sia dovuto anche ad un genere ormai al tramonto in quegli anni, sorpassato dalle televisioni e dai nuovi gusti del pubblico. Ironico, visto che i vampiri sorgono proprio al calar del sole.

Grazie mille a Enry Orso per aver portato Klaus Kinski su questa Bara in occasione dei suoi primi cinquant’anni, volete leggere altre suoi recensioni? Scrivetelo nei commenti!

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