
Nel 2026 tocca festeggiare un altro compleanno importante: dopo la doppietta dedicata ai film del 1936, questa volta si sale di dieci anni e si arriva al 1946. L’anno di “Notorious – L’amante perduta”, uno di quei film in cui il Alfred Hitchcock prende un genere apparentemente già confezionato – lo spionaggio – e lo usa come pretesto per raccontare qualcosa di molto più complicato: il modo in cui le persone si amano, si feriscono e spesso riescono a complicarsi la vita con un’efficienza degna di una missione militare. Ma prima di ogni altra cosa, visto che non riuscirà mai a togliermela dalla testa se non lo faccio, vi beccate la sigla (quasi) a tema!
Perché “Notorious” è un film di spie, certo, ci sono agenti segreti, criminali nazisti, informazioni riservate e una missione sotto copertura, ma sotto questa elegante superficie da thriller internazionale pulsa un dramma sentimentale spietato. Hitchcock non è interessato soltanto a sapere se Alicia riuscirà a portare a termine la sua missione, la vera domanda è un’altra: quanto può essere chiesto a una persona in nome del dovere prima che il prezzo diventi troppo alto?
Prima di addentrarci nelle sue meraviglie, però, vale la pena spendere due parole sulla storia: “Notorious” segue le vicende di Alicia Huberman (Ingrid Bergman), figlia libertina di una spia filonazista appena condannata negli Stati Uniti, il governo americano decide di sfruttare proprio il suo cognome per infiltrarla in un’organizzazione di ex gerarchi tedeschi rifugiatisi a Rio de Janeiro, affidandola all’agente T.R. Devlin (Cary Grant). Il compito di Alicia è avvicinare Alexander Sebastian (Claude Rains), uno degli uomini più importanti della rete nazista, conquistarne la fiducia e scoprire cosa stanno organizzando, problema! Durante questa operazione tra Alicia e Devlin nasce un sentimento autentico, e qui cominciano i guai, perché in un film di Hitchcock innamorarsi nel momento sbagliato equivale praticamente a firmare il proprio contratto per un bel giretto su una montagna russa emotiva.
Quella che dovrebbe essere una semplice missione di spionaggio diventa così una partita giocata tra amore, sospetto e sacrificio, perché Devlin ama Alicia, ma accetta comunque di mandarla incontro al pericolo, Alicia ama Devlin, ma finisce per dover dimostrare continuamente il proprio valore a un uomo incapace di fidarsi davvero di lei. Nessuno dice mai la cosa giusta al momento giusto, forse è proprio questo il motivo per cui il film continua a funzionare così bene, perché sotto le spie e i complotti c’è una storia tremendamente umana.
Anche la nascita del film è piuttosto curiosa, l’idea iniziale arrivava da “The Song of the Dragon”, un racconto di John Taintor Foote pubblicato nel 1921 sul Saturday Evening Post, che David O. Selznick propose a Hitchcock durante la lavorazione di Io ti salverò, il regista, però, insieme allo sceneggiatore Ben Hecht prese quello spunto e lo trasformò completamente. Del racconto originale rimase poco più dell’idea di una donna chiamata a sacrificarsi per una missione delicata, tutto il resto venne costruito durante la lavorazione: gli ex nazisti nascosti in Sud America, il rapporto tormentato tra Alicia e Devlin e perfino il celebre MacGuffin delle bottiglie contenenti materiale radioattivo. Ancora una volta Hitchcock dimostrava che il vero interesse non era tanto l’oggetto della caccia, ma il modo in cui i personaggi reagivano alla caccia stessa.

Tutto questo zio Hitch lo racconta nel solito e fondamentale testo sacro noto come “Il cinema secondo Hitchcock” dove durante le interviste con François Truffaut – che ritiene, non a torto, questo film uno dei migliori della produzione in bianco e nero del regista inglese – il nostro racconta di come i primi produttori di siano tirati indietro, ritenendo scema la trovata MacGuffin dell’uranio nascosto nelle bottiglie di vino, inutile spiegare loro che quella non era la storia, ma beh, il MacGuffin, lo spunto per metterla in moto. Ci ha creduto l’RKO facendo dei bei soldi con “Notorious”, andato bene al botteghino, malgrado il mezzo arresto del regista.
Sì, perché in cerca di credibilità per la sua trama Hitch e il suo sceneggiatore sono andati in vista al California Institute of Technology di Pasadina, a colloquio con l’autorevole dottor Milliken, dopo la domanda su quanto avrebbe potuto essere grande una bomba atomica, in termini di dimensioni, lo studioso gli rispose: «Volete farvi arrestare o magari far arrestare me?» sta di fatto che per i tre mesi successivi zio Hitch venne messo sotto sorveglianza dall’FBI. Storia vera, anche se sembra la trama di un film di beh, Hitchcock.
Proprio a proposito dello zio, non poteva mancare il tradizionale gioco del “dove si è nascosto il regista?”, in “Notorious” il Maestro appare durante il ricevimento organizzato nella villa di Sebastian: lo si può vedere tra gli invitati mentre beve un bicchiere di champagne, pochi secondi e nessuna battuta, quindi aprite bene gli occhi. Ma naturalmente il vero cuore del film sono loro, Ingrid Bergman, Cary Grant e Claude Rains: Bergman regala ad Alicia una fragilità incredibile, all’inizio sembra una donna spensierata, quasi superficiale, ma Hitchcock lentamente scava sotto quella maschera e mostra una persona che cerca disperatamente di trovare il proprio posto nel mondo. Alicia non è una classica eroina da film di spionaggio, non è una macchina perfetta, non è una professionista addestrata, è una donna normale gettata in una situazione impossibile.

Cary Grant invece costruisce uno dei personaggi più interessanti della sua carriera, Devlin è un uomo apparentemente controllato, elegante, sempre padrone della situazione. Ma sotto quella superficie nasconde una quantità impressionante di insicurezza, il suo problema non è soltanto la missione, ma l’incapacità di accettare i propri sentimenti. Ciliegina sulla torta un ottimo Claude Rains nei panni di Alexander Sebastian, probabilmente uno dei personaggi più sorprendenti della carriera hitchcockiana, perché Sebastian non è il classico villain, non è un criminale privo di emozioni, tanto che si innamora, una scelta ancora fresca e innovativa, malgrado gli ottant’anni del film.
Naturalmente quando si parla di “Notorious” non si può evitare di citare una delle scene più famigerate (che in inglese per altro, si dice notoriuos) ovvero il lungo bacio tra Alicia e Devlin, all’epoca il Codice Hays imponeva limiti molto rigidi alla durata dei baci sullo schermo. Hitchcock risolse il problema con una delle sue soluzioni più brillanti: spezzettò il momento in una serie di piccoli gesti, parole sussurrate e avvicinamenti continui, tecnicamente rispettava le regole, cinematograficamente le prendeva in giro, diavolo di un Hitch!
Io sto con il mio francese preferito, nel saggio già citato (e da citare sempre quando si parla di Hitch) François Truffaut definisce “Notorius” come un capolavoro di sintesi e semplicità, gli elementi sono pochissimi e il regista Inglese li utilizza tutti alla perfezione, ad esempio la celebre sequenza della chiave: La macchina da presa parte dall’alto della villa di Sebastian, attraversa lentamente il salone pieno di ospiti e arriva fino alla mano di Alicia, dove troviamo il dettaglio che cambia tutto, in pochi secondi il regista ci dice cosa dobbiamo sapere e soprattutto cosa dobbiamo temere.

Il cinema di Hitchcock nella sua forma più pura: trasformare un gesto quotidiano in una fonte di ansia. Una chiave diventa improvvisamente più importante di una pistola, una tazza di caffè può fare più paura di un inseguimento, u na stanza piena di persone può sembrare il luogo più solitario del mondo. Su tutto poi, domina il famoso MacGuffin: quelle misteriose bottiglie custodite nella cantina di Sebastian che nascondono il segreto della missione, l’uranio, elemento che nel 1946 evocava immediatamente il nuovo incubo dell’era atomica. Come spesso accade nei film di Hitchcock, però, il contenuto dell’oggetto conta molto meno dell’effetto che produce sui personaggi, il MacGuffin è il motore della storia, non il suo vero significato. Citofonare alla RKO che per averlo capito ci ha fatto su i soldoni.
Ottant’anni dopo, “Notorious” resta uno dei film più eleganti e maturi della carriera di Hitchcock perché dimostra una cosa fondamentale, la suspense non nasce necessariamente da una bomba pronta a esplodere sotto un tavolo, a volte nasce da due persone che si amano e non riescono a dirlo, nasce da una donna costretta a mettere in gioco la propria dignità per una missione, nasce da un uomo che preferisce nascondersi dietro il dovere piuttosto che ammettere di avere paura.
Nel 1946 Hitchcock realizzò un film di spionaggio che in realtà parlava di fiducia, gelosia e solitudine, un film dove il vero mistero non è cosa contengano quelle bottiglie nella cantina, ma cosa succeda dentro il cuore delle persone quando vengono messe nella situazione più difficile possibile, ottant’anni dopo, la risposta è ancora lì, impressa in ogni fotogramma, l’amore può essere la missione più pericolosa di tutte. Prossima settimana invece, questa mini rassegna di compleanni hitchcockiani ci farà fare un salto in avanti di altri dieci anni, oppure di dieci indietro, vediamo come deciderò di giocarmela, con Alfred Hitchcock di mezzo la suspence domani sempre incontrastata!


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