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Oceania (2016): La sola Moana candidabile per gli Oscar

Moana. In lingua maori vuol dire “oceano”, ma
anche “mare”.

In Italiano, invece, vuol dire una cosa un pelo
differente. Avrei voluto essere presente alla riunione del reparto marketing
della Disney quando lo hanno scoperto.

In alcuni Paesi europei il film è uscito con
il titolo di “Vaiana” che, poi, è anche il nome della protagonista e che, sempre
stando al Maori, vuol dire “specchio d’acqua”. Da noi, in uno strambo Paese a
forma di pornodiv… Ehm, scarpa, hanno optato per il titolo “Oceania”, pare che
la spiegazione ufficiale sia stata che è meglio così, perché i bambini
cercando su internet immagini del film, avrebbero potuto correre il rischio d’incappare in immagini pornografiche. Quindi, al grido di “I bambini! Perché nessuno
pensa ai bambini!” la Disney è intervenuta salvando la situazione.
Io mi chiedo perché mai dei bambini dovrebbero
navigare su Internet senza la supervisione di un adulto, ma tanto io non conto
un razzo [N.d.e. La parola è stata modificata per non urtare la sensibilità dei
bambini davanti allo schermo], quindi, va bene così.
“Oceania”, o come preferite chiamarlo, è il
56esimo classico della Disney dopo Zootropolis
che, giova ricordarlo, è quello che in originale si chiama “Zootopia”, ma per il
nostro mercato è stato battezzato diversamente per evitare imbarazzanti
associazioni d’idee. Se tanto mi dà tanto, il 57esimo classico Disney, s’intitolerà qualcosa del tipo “Olocausto”, “Bomba Nucleare” o direttamente “Purchase
Viagra”.


“Cosa vuol dire tromba nuculare zio Cassidy?”.

Mi rendo conto che scrivendo queste parole tutte
ravvicinate, ho, sì, triplicato la visibilità di queste pagine nella voce ricerca
di Google, ma mi sono anche puntato addosso i mirini delle agenzie di intelligence
internazionali, che ora mi tengono d’occhio come possibile terrorista. Al
massimo il prossimo post lo scriverò nell’ora d’aria da Guantánamo.

All’inizio dei tempi, il semidio Maui (in
originale Dwayne “The Rock” Johnson) novello Prometeo, rubò il cuore di Te
Fiti, la Dea madre, per donarlo agli uomini. La Dea prese bene il furto, in
maniera sportiva direi, arrivando a sguinzagliare un gigantesco mostro di lava
di nome Te Ka sulle piste del semidio, che incalzato perse nell’oceano sia la
gemma che il suo amo da pesca gigante, arma magica che permetteva a Maui di trasformarsi
in qualunque animale.


Provate a dire quale di questi è doppiato da The Rock?

Priva del cuore Te Fiti inizio il suo lento
declino, lasciando campo libero ai mostri marini il cui principale passatempo è
quello di terrorizzare gli uomini, sconsigliando loro di continuare a navigare.

Mille mila anni dopo, la giovane principessa
di un’isola polinesiana di nome Vaiana, viene scelta dall’oceano, per rimettere
a posto tutto questo gran pasticcio.
Alla regia troviamo Ron Clements e John Musker,
coppia di vecchie volpi già responsabili de “La sirenetta” (1989), “Aladdin”
(1992) e “Hercules” (1997) che, con questo titolo, riportano la Disney tra le
isole polinesiane da cui mancavano dai tempi di “Lilo & Stitch”.
La trama è davvero lineare e scorre sicura su
binari collaudati, siccome squadra che vince incassa non si cambia, il
tutto è condito in salsa musical, perché “Frozen” ha pompato nella casse della
Disney palate di ex presidenti morti stampati su carta verde. Piccolissimo
problema: se volete farmi del male, costringetemi a guardare “Frozen”.
Ho dei problemi con i musical, nemmeno
piccoli, ci sono film di questo genere che mi piacciono moltissimo, ma solitamente la mia reazione è quasi sempre la stessa: “Oddio ricominciano a
cantare!”.


“Vuoi divorarmi?” , “No peggio, voglio cantarti una canzone!”.

“Oceania” butta nel mucchio alcuni METAFORONI
niente male, il padre di Vaiana ha imposto delle regole che vietano di poter
lasciare l’isola, per paura dei mostri marini la fuori, una roba per cui è
impossibile non pensare alle massime paure della nostra società moderna,
inoltre azzecca il look dei personaggi, ad esempio, Maui è ricoperto di
tatuaggi come ogni vero guerriero maori che si rispetti, ma il bello è che i
tatuaggi si muovono e si animano, esprimendo i sentimenti del personaggio, per
altro, effetto realizzato grazie alla classica animazione vecchia maniera,
rispetto al resto del film che, invece, è tutto in computer grafica.

Il problema, però, è sempre lo stesso: appena i
personaggi e la trama iniziano a diventare interessanti, parte l’ennesima
canzone che mi spezza le gambe, sì, vero, lo so che l’evoluzione dei personaggi
passa proprio dai testi delle parti cantante, ma il risultato è che anche le
scene migliori, tipo lo scontro finale tra i protagonisti e il mostrone di
lava che appena raggiunge il suo apice, parte una canzone, ma mi spieghi cos’hai da cantare? C’è un mostro di lava di quattordici metri incazzato nero che
vuole farti la pelle e tu canti!?


“Vuoi sentire un brano in particolare, oppure se canticchio aiuto aiuto va bene lo stesso?”.

Per continuare a parlare delle parti di “Oceania”
che non funzionano, diciamo pure che il maialino della protagonista che fa
bella mostra di se anche sulla locandina del film, non fa veramente un mazza di
niente, serve solo a vendere qualche pupazzo in più nei Disney Store di tutto
il mondo, in compenso, le poche gag di un film che si prende anche un po’ troppo
sul serio, sono tutte sulle spalle del pollo domestico HeiHei, in originale
doppiato da Alan Tudyk e qui bisogna dire che l’idea del pollo, spalla comica
tra le onde, sembra presa di peso da “Surf’s up” (2008).

La gallina, non è un animale intelligente, lo si capisce, da come guarda la gente (Cit.)

Cosa mi è piaciuto tantissimo, invece? La parte
tecnica sicuramente, l’animazione è davvero ben fatta, la qualità delle texture
magnifica, basta guardare l’acqua (e in questo film ce n’è davvero un sacco): è realizzata
davvero alla grande, si avverte quasi l’umidità per quanto risulta realistica ed
è stata anche un’intuizione azzeccata quella di rendere l’oceano, un vero e
proprio co-protagonista (non parlante) della storia.

Lo dico sempre che “The Abyss” di Jimmy Cameron era troppo avanti.

Ma se dovessi dirvi la cosa che mi ha stupito
di più del film, è l’inatteso quantitativo di scene d’azione, oh per essere un
film Disney si danno delle discrete botte, per bambini, ovvio, ma guarda caso
sono anche le scene migliori del film, il catamarano di Maui che si scontra con
la nave dei pirati in miniatura Kakamora che utilizzano noci di cocco come
corazze (per ribadire il design azzeccato dei personaggi), un momento d’azione
che per altro è anche uno dei pochi davvero divertenti del film.

Ma anche nell’incontro (scontro) con il
granchio gigante Tamatoa (Raphael Gualazzi nella versione italiana) e nel mega
duello a sfondo ecologista finale, l’azione è piuttosto dinamica, era dal 1995
che non vedevo gente in acqua zompettare a quel modo, infatti a fine visione,
mi è venuta voglia di rivedermi “Waterworld” sarà per via del catamarano, non
so.


Quelle non sono nuvole, è il fumo degli Smokers.

Risultato: in un film realizzato così bene e
con così tante trovate azzeccate, non mi posso annoiare fino ai limiti dello
svenimento, narcotizzato da una serie infinita di canzoni una più anonima dell’altra,
“Frozen” ha fatto più danni della grandine, che è di ghiaccio pure quella,
tanto per restare in tema.

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