
Il tempo di “Infernet” galoppa anche più veloce della conta degli anni dei cani come Argo, tra l’annuncio e l’uscita di un film, due settimane sono una vita intera, figuratevi i due anni trascorsi, da quando Christopher Nolan ha tirato fuori il titolo della sua ultima fatica fino ad oggi, un’odissea, letteralmente.
Un tempo in cui avete parlato di tutto, vi siete divisi tra chi attendeva il film prima di parlarne (talmente pochi ormai da risultare dei visionari), chi si è auto eletto sommo esperto del Testo Sacro Originale, e chi ha deciso che era l’occasione perfetta per non stare zitto. Avete parlato, il più delle volte a caso di “Bianche braccia”, avete dimostrato di non conoscere cosa sia un archetipo narrativo, vi siete elevati a protettori del testo immaginario di uno scrittore, Omero, che probabilmente non è nemmeno mai esistito e avete fatto bene, bisognava difendere i valori della città di Troia e voi lo avete fatto, la città vi ringrazia, e vi considera tutti suoi figli. Siete dei grandissimi figli di Troia.

Ed ora, se non vi dispiace, magari parliamo del film e ci lasciamo tutte queste Troiate alle spalle, che ne dite? Perché ormai è chiaro che molti sedicenti “Appassionati di cinema” (virgolette obbligatorie) preferiscano piangere sui social e cercare scuse per NON andare al cinema, ed io mi sono rotto di questi soggetti, come di dover iniziare i post con queste premesse, quando invece potrei fare quello che amo di più, condividere la mia sui film dopo averlo visti.
C’è una cosa che mi ha sempre divertito del cinema di Christopher Nolan: il fatto che sembri un regista costantemente impegnato nella missione impossibile di complicarsi la vita, un altro autore magari guarda l’Odissea di Omero e pensa: «Bene, abbiamo un viaggio epico, un eroe, dei mostri, degli dei, un ritorno a casa, direi che il materiale è sufficiente». Infatti molti registi nella storia del cinema si sono cimentati con Omero, altri hanno rinunciato – per ragioni diverse – al viaggio, Nolan invece deve aver pensato: «Interessante. Ma cosa succederebbe se il viaggio di Ulisse fosse anche un discorso sulla percezione del tempo, sulla memoria, sull’identità e sulla natura stessa dell’esperienza umana? E già che ci siamo, possiamo girare tutto in IMAX formato 70mm?»
Perché questo è Christopher Nolan, un uomo che davanti a una montagna non pensa mai di fare una passeggiata intorno, lui vuole scalarla, costruire una teleferica, portarsi dietro un laboratorio scientifico e magari lasciare ai posteri una pubblicazione accademica sulla montagna stessa, lui, che tanti ossessionati Ulisse, in cerca di una strada verso casa lì ha raccontati, in varie forme, con tanti nomi, questa volta si è gettato anima – e per una volta più cuore – proprio su Odisseo. Cooper di “Interstellar” doveva tornare da Anne Hathaway, il suo Batman concludeva la sua crociata tornato da Anne Hathaway e Matt “Ulisse” Damon, deve tornare dalla sua Penelope… Anne Hathaway. Minchia Chris, invece di spendere miliardi in IMAX e macchine da presa da insonorizzare, compra dei fiori e chiedile di uscire!

Il problema è che qualche volta ti ritrovi davanti a una montagna talmente enorme che rischi di dimenticarti di guardare il panorama, “Odissea” è esattamente questo: un film gigantesco, ambizioso, pieno di idee e di immagini che sembrano progettate per ricordarci perché andiamo ancora al cinema. Ma è anche un’opera che porta sulle spalle il peso della propria importanza, come se ogni singola scena dovesse dimostrare di essere “la scena importante”, a volte ci riesce molto bene, altre volte no.
Forse è proprio questo il motivo per cui il film è così interessante, perché, alla fine, Nolan non racconta davvero la storia di un uomo che vuole solo tornare a casa, racconta la storia di un uomo che, dopo aver visto troppo, scopre che tornare a casa non significa necessariamente tornare quello di prima.
Ulisse (Matt Damon) l’astuto re di Itaca, soldato, marito, sovrano, padre esemplare e uomo astuto, lascia la casa, la moglie Penelope (pensate un po’? Anne Hathaway) e il piccolo Telemaco (Tom Holland in versione cresciuta) per seguire Agamennone (Benny Safdie) e Menelao (Jon Bernthal) alla volta di Troia. Ufficialmente, questa “Missione di pace” è stata organizzata per recuperare la moglie di Menelao, Elena (Lupita Nyong’o, qui anche Clitemnestra), ufficiosamente per spezzare con le cattive il monopolio troiano sulle rotte commerciali, perché Nolan è spesso tendente al didascalico, ma la spruzzatina di contemporaneità nei suoi film, la mette spesso. Dopo dieci anni di guerra Ulisse-Oppenheimer ha un’idea brillante, un cavallo-bomba-di-legno-atomico che permette di vincere la guerra ma anche di massacrare in malo modo una fraccata di persone, Ulissenheimer affronterà il viaggio per tornare ad Itaca come una Via Crucis nei suoi sensi di colpa.

“Odissea” è quello che succede a Ulisse che non ha un GPS e si rifiuta di fermarsi e chiedere informazioni durante il suo ritorno a casa (cosa diceva Cutter? «È un po’ come tornare a casa»), lungo la strada lo attendono Circe (la migliore di tutte, finalmente qualcuno fa recitare la bravissima Samantha Morton!), l’amore magnetico di Calipso (e qui ci sarebbe da vacillare… Charlize Theron), il fantasma nell’Ade dell’amico Sinone (Elliot Page l’altro amico dei prodi figli di Troia), e poi ovviamente non può mancare l’altro mio momento preferito del film, Polifemo (John Irwin) il tutto con Athena (Zendaya) anche se compare meno che in una puntata a caso di “C’era una volta… Pollon”, perché come tutti i Colossal, i Peplum e i Sandaloni con cui siamo cresciuti, da “I dieci comandamenti” a Spartacus passando per Scontro di Titani, ci deve essere un nome Uber-famoso in ogni ruolo, anche se recita tre secondi.

Anche perché poi ci sono ancora, Antinoo che è un antinoo incazzato ed impersonato benissimo da un Robert Pattinson che non scivola mai nella macchietta, Mia Goth che non posso non citare, e il migliore di tutti ad Ovest di Morton, mi riferisco a John Leguizamo che ha tre minuti e se li gioca tutti al massimo dell’energia, Luigi Mario migliore in campo!

Dopo Oppenheimer, questa sembra quasi una continuazione naturale, lì la trama era quadrata perché supportata dai fatti, qui si spezzetta e per una volta, ghiacciolone Nolan, perde lui stesso il filo di momenti che Omero raccontava come fatti archetipici, risultato? Un film più “de panza” e meno di testa, ma molto vicino a quello in cui raccontava Robert Oppenheimer come una figura sospesa tra conoscenza e colpa, un uomo che aveva aperto una porta verso qualcosa di enorme e poi aveva dovuto convivere con ciò che aveva trovato dall’altra parte. Oppenheimer aveva visto il futuro, Ulisse, invece, ha attraversato il mito, ma entrambi sono uomini trasformati da un’esperienza che nessun altro può davvero comprendere, guerra (di Troia) non fa nessuno grande (cit.), al massimo crea reduci traumatizzati, perché questo film continua un discorso sulla guerra e sul provare a sopravvivere ad essa, iniziato con Dunkirk e continuato con il più volte citato Oppenheimer, che anche per palette cromatica, è il film che gli somiglia di più.
Il vero argomento è sempre lo stesso: cosa succede a una persona quando attraversa qualcosa che la cambia per sempre? Per questo la prima parte si impegna a togliere l’aurea mitica alla guerra, il leggendario cavallo al cinema lo abbiamo visto sempre da fuori, qui lo vediamo da dentro ed è tutto tranne che mitico. I problemi emergono nel secondo atto, qui Nolan non riesce a controllare il tempo piegando la trama a suo piacimento (anche con trucchi furbi e a volte paraculi) come ha sempre fatto, Circe, Calipso, l’Ade, i due sardi Scilla e Cariddi si vedono pochissimo, e non tutte le avventure di Ulisse hanno lo stesso peso emotivo, alcuni sembrano un po’ troppo punti da smarcare su una lunga lista di cose da fare, per me il difetto di “The Odyssey” sta tutto qui, anche se, per gioia del mio amico Caballeros Sergio, la porzione con Circe e con Polifemo (al netto dei problemi di Nolan con i giochi di parole, vabbè!), conferma quello che avevo già scritto quando ho visto l’incubo atomico ad occhi aperti di Oppenheimer: io vorrei un horror diretto da Nolan anche subito. Scusa Sergio.

Il viaggio diventa una ferita, la conoscenza diventa un peso, il ritorno diventa quasi impossibile, questa è una delle ossessioni più grandi del regista inglese, da “Memento” a “Interstellar”, passando per “Inception” e Oppenheimer, Nolan torna continuamente sull’idea che il tempo non sia soltanto una linea che percorriamo, ma qualcosa che ci costruisce e ci distrugge allo stesso momento. Ulisse non è interessante perché attraversa il Mediterraneo, è interessante perché quando finalmente arriverà a Itaca sarà una persona diversa rispetto a quella partita, per questo il terzo atto del film è quello più intenso e riuscito, da vedere nel formato che volete (anche qui, non scassate le palle con ‘sta storia 70mm non 70mm, è una scusa perché siete dei pesaculo), ma da vedere, anche grazie al robusto sostegno del mio personalissimo MVP, Ludwig Göransson è uno dei miei preferiti da tempi non sospetti, stiamo ascoltando uno che tra molti anni verrà ricordato, come oggi ricordiamo i Goldsmith, gli Herrmann e chi altro vi aggrada del passato.
Non esiste nulla di “Odissea” che non abbia raccolto piagnistei, avete pianto anche su Matt Damon, che si conferma scelta azzeccata, proprio perché “MEEEEITTT DEEEEIMON” (cit.) porta con sé quella qualità da uomo normale finito dentro qualcosa di molto più grande di lui, un uomo stanco, segnato, uno che ha visto troppo e che cerca disperatamente di ritrovare qualcosa di semplice dopo aver attraversato l’impossibile. Tipo io che torno a casa dal lavoro il venerdì sera.

Accanto – idealmente, vista la distanza – a lui c’è Anne Hathaway come Penelope, e anche qui Nolan sembra interessato a ribaltare un po’ la prospettiva, perché Penelope non è soltanto “quella che aspetta”, ma è il contrappunto al viaggio di Ulisse, l’altra faccia dell’odissea: mentre lui affronta mare, mostri e divinità, lei affronta il tempo, l’assenza, la reggenza e la pressione di un mondo che vorrebbe cancellare il suo passato.
Tom Holland nei panni di Telemaco porta invece nel film il tema dell’eredità, è il figlio di un uomo diventato leggenda prima ancora di poter essere semplicemente suo padre, questa è una cosa molto nolaniana: il rapporto tra individuo e mito, tra la persona reale e l’immagine che gli altri costruiscono di lei. Dopo aver visto personaggi come Bruce Wayne, Cooper in “Interstellar” o Oppenheimer stesso, non sorprende che Nolan torni ancora una volta su qualcuno schiacciato dal peso di un nome troppo grande. Il fatto invece che non lo riconosca per via di un po’ di barba, è il solito scivolone alla Nolan, non siamo al livello tragico della “Libreria dell’amore”, ma da lui mi aspetto anche questi piccoli o grandi svarioni, lo so, lo metto in conto, mi rassegno.
Il regista non tratta l’Odissea come un semplice racconto mitologico da illustrare con belle immagini, anche se grazie alla fotografia di Hoyte van Hoytema e al lavoro della montatrice che ha capito meglio il suo cinema, Jennifer Lame, ci riesce benissimo, ma cerca di trasformare tutto in cinema grosso grosso grosso e bisogna riconoscere all’inglese che quando decide di fare qualcosa, raramente lo fa a metà.

Odissea è cinema monumentale nel senso più classico del termine, è un film che vuole restituire allo spettatore quella sensazione di stupore che doveva essere quella di Ulisse davanti alle creature mitiche che ha visto. Le dimensioni, gli ambienti, il lavoro fisico sugli elementi, la volontà di riportare tutto ad una dimensione molto materica e tattile, la scelta stessa della pellicola 70mm, tutto sembra andare nella stessa direzione, retrò, ostinata e contraria rispetto a quasi tutto il cinema d’intrattenimento contemporaneo.
In questo senso Nolan è un regista quasi fuori dal tempo, anche se del tempo ne parla spesso (non quello meteorologico), in un’epoca dove molti blockbuster sembrano costruiti dentro un computer, Nolan continua a inseguire una fisicità quasi ostinata, si perde solo quando non riesce a dare alla raccolta di archetipi messa insieme da Omero, lo stesso peso. La sensazione che mi resta è che Nolan sia uno che ha sempre usato il fantastico a suo vantaggio (fin dai tempi in cui si è guadagnato la vostra infinita stima con il personaggio di un fumetto), ma abbia sempre più una propensione verso il reale e il realismo, la differenza tra lo spezzettato secondo atto e il terzo, decisamente a fuoco, intenso e con gran crescendo emotivo, sta lì a dimostrarlo.

Per quanto “Odissea” sia il film meno di meningi e più di pancia di Nolan, la sua propensione resta quella analitica, anche il rapporto con gli dei ad esempio, il regista inglese lo trasforma in qualcosa di molto vicino alle sue ossessioni abituali. Nel cinema classico gli dei sono il mistero, sono qualcosa davanti a cui l’uomo deve fermarsi, qui regista e Omero si trovano perché il nostro Chris sembra guardarli come una forma superiore di conoscenza, non sono soltanto creature divine, sono il simbolo di ciò che l’uomo non riesce ancora a comprendere. Ancora una volta, come in Oppenheimer, la domanda è sempre quella: Cosa succede quando l’essere umano supera il limite? Quando guarda oltre la porta che non avrebbe dovuto aprire? Quando scopre qualcosa che non può più dimenticare? Odissea è quindi un film su Ulisse, ma anche un film su Christopher Nolan.
Un autore che da sempre cerca di sfidare i limiti del cinema, proprio come i suoi protagonisti cercano di sfidare i limiti della conoscenza, a volte vince, a volte astutamente la porta a casa, a volte si perde nei suoi stessi labirinti. Ma forse è proprio questo il motivo per cui penso valga la pena di seguirlo, l’ultimo atto di “The Odyssey” è ghiacciolone Nolan che si scioglie, almeno, per le sue abitudini, e ti fa uscire dalla sala ancora sull’onda del riuscito trasporto che il film riesce a creare.

Perché anche quando costruisce una macchina troppo complessa, anche quando riempie la nave di idee fino quasi a farla affondare, rimane uno dei pochi registi capaci di farci guardare il grande schermo pensando ancora che lì dentro possa succedere qualcosa di impossibile. Alla fine, l’Odissea di Nolan non è soltanto il viaggio di un uomo verso casa, ma è il viaggio di un regista che continua a cercare un posto dove il cinema possa ancora sembrare grande e per fortuna, continua a perdersi per strada.


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