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Ogni maledetta domenica (1999): si vince o si perde, resta da vedere se si vince o si perde da uomini

«Credo fermamente che l’ora più bella per ogni uomo, la completa realizzazione di tutto quello che gli sta più a cuore, sia il momento in cui, avendo dato l’anima per una buona causa, egli giace esausto sul campo di battaglia. Vittorioso.» Le parole dell’immortale coach Vincent Thomas “Vince” Lombardi sono quelle che aprono il film di oggi e di conseguenza, il nuovo capitolo della rubrica… Like a Stone!

Quale aspetto della vita degli Stati Uniti contemporanei non era ancora stato affrontato da Oliver Stone nella sua lucida analisi al Paese che tanto ama e di cui ha sempre sottolineato tutte le idiosincrasie? Forse il più analizzato, esportato ed invidiato modello americano per sfornare epica e soldi, lo sport professionistico.

Pensateci, gli Stati Uniti sono una nazione dalla storia brevissima è naturale che sia alla costante ricerca di nuova epica, non potendo contare sui miti della Grecia e della Roma antica, nel corso del tempo hanno creato i loro miti, lo hanno fatto nel mondo dei fumetti con i super eroi, lo hanno fatto al cinema sfornando icone una via l’altra e ovviamente lo hanno fatto nello sport, che unisce questi due elementi, dramma ed epica sportiva al servizio del capitale, possibilmente tanto. Il mondo dello sport professionistico americano è una versione estremizzata di tutti i valori degli Stati Uniti spinti all’massimo, come raccontati in un film di Oliver Stone, infatti il cerchio si è chiuso proprio con “Ogni maledetta domenica”.

Coach Stone discute il playbook di gioco con la sua squadra.

A tutto questo Stone unisce la sua passione per l’epica classica, al servizio della sua idea di cinema, quando gli americani non sono impegnati a trovare il prossimo campo di battaglia in giro per il mondo, amano versioni in piccolo della guerra, combattute da moderni gladiatori strapagati sì, ma spinti al limite e strizzati da un sistema che più ingiusto di così, raramente potrebbe essere. La prima bozza di sceneggiatura scritta dal nostro Oliviero Pietra insieme a Jamie Williams si intitolava “Monday Night”, titolo che ricorda le serate sportive sulla tv americana ma anche l’unico altro titolo che fino a quel momento, ci aveva portato dietro le quinte del Football, lo aveva diretto Tony, lo Scott giusto.

«Il gioco di Cassidy è troppo lento, si vede che è più abituato a stare sul divano a guardare film»

Liberamente ispirato al libro del 1994 “You’re Okay, It’s Just a Bruise: A Doctor’s Sideline Secrets”, di Robert Huizenga, medico dei Los Angeles Raiders a cui gli immaginari Sharks di Miami (cugini dei più famosi e loro davvero esistenti Dolphins) hanno preso in prestito i colori sociali delle divise, diventa la base per Stone per raccontarci di un altro modo di fare la guerra e i soldi, uno che tutte le domeniche entra nelle case degli americani e che si lega a filo doppio con il cinema, d’altra parte non è durante la pausa del Superbowl che vanno in onda tutte le pubblicità e i trailer più visti dell’anno? Poteva lo stile critico di Stone non porre il suo sguardo anche su questa macchina macina soldi? Giammai! Infatti ho sempre trovato simbolico il fatto che a portarci dietro le quinte di questo mondo, sia proprio Stone in persona, che qui non si ritaglia la solita apparizione di pochi secondi, ma un ruolo, non a caso quello del telecronista della partita, ma dietro la macchina da presa anche della vicenda. Il suo attore feticcio John C. McGinley invece? Anche lui un giornalista sportivo, ma già in odore di Dottor Cox per atteggiamento irridente.

State tenendo il conto del numero di apparizioni di McGinley nei film di Stone? Occhio che non abbiamo finito!

Robert De Niro, prima scelta per Coach Tony D’Amato ha rifiutato per via di precedenti impegni, lasciando campo libero all’eterno rivale Al Pacino che zitto zitto (anche se zitto in questo film ci sta proprio poco) non solo ha accettato, ben felice di non dover impersonare un altro poliziotto o criminale, ma ha mandato a segno uno dei suoi ruoli più citati di sempre, ma su questo punto ci torneremo più avanti, perché una volta trovato il Coach, ora bisognava “solo” cercare i giocatori da schierare in campo.

George Clooney che avrebbe poi diretto il suo film sul Football ha rifiutato il ruolo di Jack ‘Cap’ Rooney, lasciando campo libero al ben più roccioso Dennis Quaid, perfetto per fisico, trascorsi e dinamiche con il suo allenatore. Un mito come Henry Rollins ha passato la mano, consapevole di non essere abbastanza grosso per la parte di uno dei giocatori degli Shark. Sulle leggende semi metropolitane riguardo a Puff Daddy nel ruolo di “Alien” Willie Beamen sorvolo perché P. Diddy o come si chiama questa settimana quello, proprio non lo reggo, ci è andata decisamente bene con Jamie Foxx, terza scelta dopo Will Smith, ma anche primo ruolo che ha messo il futuro attore feticcio di Michael Mann sulla mappa geografica, insomma Jamie Foxx non ha interpretato il ruolo di Willie Beamen, lui è “Alien”, chissà se vomitava anche prima di girare le scene per Stone?

«Tu gioca rilassato, tanto non è mica vero che il tredici porta sfortuna, chiedilo a Jason Voorhees»

In qualunque edizione almeno decente del film, in DVD o Blu-ray, potete scovare le scene tagliate con Tom Sizemore oppure con “Gesù” Jim Caviezel nei panni del figlio del Coach, scene che aggiungono poco in un film comunque lungo, perché dura 157 minuti ma nemmeno uno fuori posto, perché se a livello tematico “Ogni maledetta domenica” è un incrocio tra la vita di chi combatte e le trame di palazzo alla caccia della grana che Stone conosce bene, dal punto di vista visivo è figlio della produzione del nostro Oliviero post Assassini Nati, pur non raggiungendo quegli estremi di forma, “Any Given Sunday” è un gioiellino che utilizza il cinema per moltiplicare i punti di vista, accelerare o rallentare il tempo della partita come chiunque abbia giocato a qualunque sport di squadra sa che accade puntualmente, quando il momento di gioco si fa drammatico.

Allo stesso tempo Stone mette su una Babele musicale e visiva incredibile, in cui i Metallica negli spogliatoi convivono con il Gangstarap, qui rappresentato da LL Cool J nella selezione musicale e sul campo, in cui una notevole colonna sonora che urla a pieni polmoni «ANNO 1999!» ad ogni nuovo pezzo, può permettersi trovate azzeccatissime come Fatboy Slim, alternato ad un classico da stadio americano come la Gary Glitter Band per finire con lo stesso Foxx, che ha sempre flirtato con la musica, che qui si improvvisa cantate Rap oltre che giocatore di Football.

My name is Willie. Willie Beamen! I keep my ladies… creamin’! (canzone perfetta per quando volete fare un po’ i fanatici)

Dal punto di vista sonoro e visivo “Ogni maledetta domenica” ha letteralmente aperto le porte del mondo del Football (e quindi dello sport professionistico americano) ad una platea di spettatori, senza veli e no, non mi riferisco alla proprietaria Christina Pagniacci (Cameron Diaz) che si complimenta con i giocatori negli spogliatoi dopo la partita che l’accolgono come dire, al naturale. Penso più che altro a come Stone nel suo dramma sportivo abbia trovato il modo di utilizzare il suo stile caustico, spudorato e diretto nello stile visivo certo, ma anche nei dialoghi. In “Any Given Sunday” si finisce a parlare della classifica degli infortuni o del quantitativo di atleti di colore schierati in campo, che diventano sempre più una rarità quando si sale lungo la scala gerarchica delle squadre, tanto che proprietari neri? Pochini. Stone ci “vende” un riuscitissimo dramma sportivo che funziona come grande film sul Football, ma allo stesso tempo è un nuovo Vietnam, solo su un campo di battaglia con telecamere sparse lungo ogni centimetro, con arbitri e spettatori in poltrona. Sapete che altro è “Any Given Sunday” un Classido! Perché ancora oggi è un titolo amatissimo e lucido nel suo analizzare il mondo dello sport professionisti americano, specchio (nemmeno troppo) deformante della società occidentale.

Un film di scontri “Ogni maledetta domenica” e non mi riferisco ai durissimi placcaggi ripresi alla grande da Stone, penso allo scontro generazionale spalmato lungo tutto il film, ‘Cap’ Rooney e soprattutto Coach D’Amato sono il Football (e l’America) vecchia maniera, che rischiano di essere soppiantati per sempre da una nuova versione dello stesso gioco, più veloce, più avida, più feroce nel gestire i rapporti più come affari che come dinamiche di gruppo, la nuova proprietaria figlia di cotanto padre, Christina Pagniacci, così come Willie Beamen, uno passato sotto traccia agli “Scout” che si occupano di selezionare nuovi campioni, che non legge o non sa leggere il libro degli schemi perché tanto ne inventa di nuovi.

La macchina Cap Rooney: zero difetti (quasi-cit.)

Spesso “Any Given Sunday” mette in campo tutto, anche la retorica (che comunque è un modo per far arrivare un messaggio) elevando il concetto di scontro tra vecchi e nuovi valori a tutti i livelli, lo si nota di più rivedendo il film oggi perché nel frattempo Aaron Eckhart è diventato qualcuno, ma il suo assistente all’ombra del Coach che sogna di allenare lui è uno di quegli scontri tra vecchio e nuovo che caratterizzano il film. L’altro sono i due dottori, quello “buono” di Matthew Modine che ragiona solo in termini di salute medica per i giocatori, e quello “quasi cattivo” (anche se lo definirei realistico, quindi decisamente più sfumato) che però essendo impersonato dalla faccia da schiaffi di James Woods guadagna due tacche di stronzaggine in automatico. La sua etica sarà discutibile, ma le sue ragioni? Se sapete a che livello possa volare il super ego degli sportivi, riuscite a dare torto al dott. Harvey Mandrake (esperto di “Mandrakate”, tutto torna) per quanto viscido, ha poi davvero pienamente torto? Spesso il cinema di Oliver Stone si gioca in questi centimetri di campo, quelli complicanti e controversi dove quasi più nessuno vuole andare e giocare, questo spiega i placcaggi violentissimi e i bulbi oculari lasciati sul campo del nuovo Vietnam in pay-per-view del nostro Oliviero.

«Guarda biondina che mi ha richiamato lui eh? Si vede che si è divertito con me laggiù in Salvador»

Di “Any Given Sunday” fondamentalmente amo tutto, anche il suo essere spudorato nel far arrivare i suoi messaggi, insomma è Stone al 100% che per essere sicuro di far arrivare il suo messaggio, nella cena a casa del Coach a colpi di famigerata e immangiabile Jambalaya, per sottolineare lo scontro verbale tra Willie e il suo allenatore, sullo maxi schermo di casa D’Amato manda a rotazione la scena delle bighe di “Ben Hur” (1959) e poi per essere sicuro di non sbagliare nulla, offre anche una parte piccola ma significativa a Charlton Heston in persona, l’ex schiavo e gladiatore del film, qui commissario della lega, non fa che sottolineare il discorso sugli sportivi, soldati e carne da cannone nel moderno Panem et circenses Yankee che prevede tutto, infortuni, leadership da guadagnare sul campo, ragazze (si, Stone ha recuperato anche la bellissima Elizabeth Berkley per una parte) e perché no droghe ed eccelsi, tutto questo fa parte dell’approccio Cimmero che da sempre caratterizza il cinema di Stone.

Per un film di gladiatori come si deve, ci vuole Ben Hur.

Ma a suo modo “Ogni maledetta domenica” è diventato un film che ha saputo guadagnarsi il suo posto nel cuore del pubblico per varie ragioni, ad esempio, la conferenza stampa finale di Coach D’Amato è assolutamente non realistica, una concezione cinematografica perché non esiste al mondo che un allenatore possa annunciare il suo nuovo incarico, mentre la sua vecchia squadra lo celebra, oddio è una cosa che potrebbe succedere che so, ai Clippers, ma in ogni caso questo non cambia il fatto che Stone abbia sfornato un film con un lascito notevole.

La vita è una merda (ah no scusate, quello era un altro film)

Non solo risulta avvincente e coinvolgente questa lunga tirata da 157 minuti, ma anche realistica, perché un altro film meno riuscito, sarebbe terminato in modo più canonico, con tutta l’enfasi che Stone riesce a caricare sulla sua storia, un’eliminazione al primo turno dei Playoffs è tanto realistica, quasi anti climatica, eppure questo è il mondo di una squadra in ricostruzione, metafora di un Paese che cerca di tornare grande, o almeno grande quando i vecchi valori del passato (quelli che ammettiamolo, a Stone piacciono, nemmeno poco) gli avrebbero insegnato, ma il percorso potrebbe essere complesso, travagliato, bisognerà lottare per ogni centimetro di campo… Avete capito dove voglio andare a parare no?

«Sapete cosa sta per succedere no? L’inevitabile paragrafo sul mio monologo»

Pur essendoci un abisso tra un gioco davvero di squadra come il Football e uno decisamente classista come l’unico sport considerato dagli abitanti di uno strambo Paese a forma di scarpa, “Any Given Sunday” è diventato patrimonio per allenatori, proprietari di squadre, ma anche “motivational coach” (scusate l’orrido anglicismo) oltre a tutta quella banda di fanatici pronta a sminuirti se sul posto di lavoro non aggredisci con la bava alla bocca il prossimo tuo per ottenere quel 0,3% che è l’obbiettivo aziendale mensile di vendite o merdate varie.

Il film di Stone è stato spolpato ed analizzato, un centimetro alla volta da tutti coloro che offrono corsi sulla leadership, anche se posso dirlo? Certo, questo film contiene un monologo clamoroso, uno dei più celebri della storia del cinema, che lo abbia scritto Oliver Stone non fa che deporre a favore dell’enorme talento di uno nato sceneggiatore e cresciuto sempre più come regista (e Autore con la “A” maiuscola), personalmente questo monologo arriva secondo, forse terzo nella mia ipotetica classifica che non ho voglia di stilare sui monologhi di Stone (che tanto mi chiederete nella sezione commenti, che sta lì per questo), eppure è innegabile che sia una delle ragione per cui questo film è diventato un classico.

«Ero già nella storia del cinema prima di questo monologo, ma grazie comunque!»

Sulle singole prove ho poco da aggiungere, ci sono tante facce note in questo film e anche qui, nessuna fuori posto, se Foxx si è costruito una carriera con la sua parte qui, Al Pacino si è confermato un gigante, anche nel recitare gli abissi di depressione del tempo che passa, c’è voluto del tempo, perché i due avrebbero dovuto collaborare per Nato il 4 Luglio, ma posso dirlo? Ne è valsa la pena aspettare così tanto per vedere Pacino diretto finalmente da Stone se il risultato è questo.

Ancora oggi “Ogni maledetta domenica” è uno dei miei film preferiti di Oliviero Pietra, decisamente uno dei suoi più accessibili, popolari e “per tutti”, perdonatemi il virgolettato banale, difficile trovare cinema di intrattenimento così appassionante, cinico e critico in parti uguali, ma dopo aver raccontato l’epica dei moderni gladiatori, perché non puntare più in alto e andare direttamente alla fonte dell’epica nel senso più classico, tra una settimana qui sulla Bara, lezione di storia con il professor Stone, non mancate!

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  1. ho sempre trovato incredibile come questo film riesca a non cadere mai nel trash, nella volgarità, ma anzi a rendere momenti fondanti della trama e della messa in scena anche le (poche, comunque) situazioni più kitsch.
    Uno dei film della mia adolescenza, che pur sapendolo quasi a memoria ancora oggi vedrei a ripetizione (un po’ come Natural Born Killers), girato da dio e con un cast che lavora in modo stellare,in particolare il mio adorato Al Pacino cui basta una mezza espressione per far Cinema (e il monologo… mamma mia!).
    Grazie (come sempre) Cassidy!

    • Ci tenevo proprio perché resta un gran film, invecchiato anche molto bene, grazie a te 😉 Cheers

  2. Vedo con piacere che l’esempio NON edificante di Mourinho è già stato fatto e quindi non tocca a me portarne il peso, ragion per cui io passerei
    a dire direttamente che condivido questa tua “rocciosa” recensione in toto (punteggiatura compresa) 😉

    • Chissà perché mi è venuto un mente Giannini mentre dice «EHi Roccia» (storia vera) Cheers!

  3. Vero, è il più popolare e “per tutti” dei film targati Stone, sarà per questo che all’epoca, coi suoi colori accesi ed eccessi devo dire che mi stranì un poco. Col tempo l’ho apprezzato sempre più, anche perché è forse il film invecchiato meglio di tutti, che se uscisse oggi per com’è confezionato, per ritmo, temi, scene, sarebbe amato come e quando uscì, se non di più.

    • Dovrebbe aggiungere solo i social, ma perché i professionisti dello sport li usano a manetta, poi sarebbe ancora perfetto 😉 Cheers

  4. Dicevo che a parer mio “U Turn” e’ stato uno scivolone, per Stone.
    Ma quel che conta e’ tornare subito in carreggiata, e il nostro lo fa alla grandissima.
    Ha raccontato e insieme criticato la storia della grande nazione mediante la sua guerra piu’ sporca con reduci annessi, poi con la finanza piu’ spregiudicata, poi con l’omicidio piu’ eccellente, poi tramite i serial killer piu’ efferati, poi col presidente piu’ imbecille…cos’altro manca?
    Ecco, appunto. Lo sport.
    O meglio, la macchina sportiva. E non nel senso di fuoriserie.
    Altro modello creato ad hoc per poi essere esportato selvaggiamente ad ogni angolo del globo, fino a diventare la norma.
    Per me la pietra di paragone in tal senso rimane “I Mastini del Dallas”, con la sua storia di uomini che da titani sono diventati rottami dopo essere stati ingoiati, masticati e poi sputati dal mostro di macchina di cui si parlava prima.
    Per non dire digeriti e ca…ci siamo intesi.
    Ma Stone dimostra di aver capito la lezione di quel film, e la riporta nel suo ammodernandola a dovere.
    Al confronto il film di Kotcheff pare un dramma intimista, dato che si svolge principalmente per interni.
    Poco giocato, tanto spogliatoio. E quindi profonda tristezza.
    Qui e’ tutto piu’ amplificato, spiattellato e urlato direttamente in faccia.
    E infatti ci ricolleghiamo al discorso tirato in ballo da “Assassini Nati” in poi.
    I media, nella loro invadenza, hanno espanso i loro tentacoli ovunque.
    Ce ne siamo accorti anche qui, con l’arrivo della pay TV che ha di fatto patinato tutto quanto.
    Ma dietro l’indoratura c’e’ sempre il marcio, e Stone lo sa bene.
    Quindi, oltre alle battaglie in campo mostra tutto il carrozzone da circo che ogni evento si trascina appresso.
    Prima, durante e dopo.
    Lo stuolo di lecchini, medicastri e segaossa di quart’ordine, procuratori, broker, arrivisti, giornalisti, attrezzisti, opinionisti da strapazzo e mignottame assortito.
    I personaggi in questo sono abbastanza classici per non dire stereotipati:l.
    Il rookie che all’inizio appare un pesce fuori d’acqua ma che poi, non appena sfonda, diventa il piu’ bastardo di tutti ma che poi si redime nel finale.
    Il vecchio coach che piu’ che sugli schemi e la tattica punta sul cuore e sull’istinto. E infatti gli danno del bollito dicendo che conosce giusto tre o quattro schemi quando i suoi colleghi ne sanno almeno il triplo.
    Mi sembra di sentire l’Arrigo nazionale: se il calcio di oggi e’ diventato una palla, giusto per fare un gioco di parole, la colpa e’ proprio degli schemi.
    La general manager ricca, bella, cinica e stronza. E la Diaz calza proprio a pennello, nel ruolo.
    Quelli della vecchia guardia, che cercano di tenere botta tra un acciacco e l’altro.
    Specie la bandiera (grande Dennis Quaid). Che gioca perche’ alla squadra ci tiene e ama cio’ che fa. A costo di lesinare sullo stipendio e firmare liberatorie che di fatto ti danno da capire che…se ti succede qualcosa, bello…sono cazzi tuoi. Noi ce ne laviamo le mani.
    Bella gratitudine, davvero. Secondo voi e’ giusto che un neo acquisto guadagni venti volte un veterano che ha dato tutto?
    E sara’ un caso che lui abita nella classica villetta con giardino e mogliettina fedele annessa, mentre gli altri vanno con un tanto di strappone al chilo?
    Noi di Voyager crediamo di no.
    Si sa, fare un film sportivo non e’ semplice.
    E qui Stone non narra una storia di riscatto o redenzione.
    Piuttosto uno spaccato, con la certezza che a ogni giro la giostra ricomincia, e l’importante e’ rimanere a bordo.
    Non importa vincere il campionato, perche’ li’ o sei i Bulls o e’ una questione di momento e condizione misti a fortuna.
    Tanta fortuna, specie quando si arriva all’eliminazione diretta.
    Ma i playoff, ragazzi…quelli li si vuole, eh. Sono il minimo. Sono d’obbligo. Come prova tangibile di non aver buttato via l’intera stagione.
    Forse non il miglior Stone, anche perche’ il punto piu’ alto lo ha gia’ raggiunto un paio di film addietro.
    Ma ha le sue scene memorabili.
    Come il discorsone del coach, che di fatto e’ l’equivalente dell’ “Eye of the Tiger” di stalloniana memoria.
    O del sermone, sempre del buon Balboa, alla nazione russa. O delle parole di John al termine del secondo Rambo, prima di incamminarsi verso l’orizzonte.
    Il film potrebbe finire benissimo li’.
    Per me la scena migliore e’ quella iniziale: una vera bolgia, con Fatboy Slime in sottofondo (ADORO quel pezzo) tra avversari che ti urlano SE VAI A META TI SPEZZO LE GAMBE, compagnia che ti dicono SE NON VAI A META TE LE SPEZZO IO, giocatori che all’ingresso nello spogliatoio finiscono direttamente sotto flebo, con effetti collaterali spesso spiacevoli (“Fate largo! Tempesta di m…a in arrivo!!”).
    Spero che ci fosse solo soluzione idratante, dentro a quelle sacche…anche se ne dubito.
    E anche li’ Al tira fuori un discorso mica male, di quelli che facevamo nei tornei domenicali ai tempi della Kick Boxing.
    “Provate e riprovate le stesse identiche cose, in settimana. Decine, centinaia, migliaia di volte. Perche’ non lo fate, allora? Perche’ non le mettete in pratica?!
    Eh, mister. Facile. Quando sei in gara ti riuscirà l’1 per cento si’ e no…
    Non ricordo aneddoti simili negli sport americani, ma nel calcio si’.
    La notte stessa del triplete Jose’ Mourinho si e’ dileguato ed e’ volato a Madrid.
    Ma si parla di stronzi, appunto (scusate).
    A suo modo gran allenatore, ma pessima persona.
    Gran film, comunque. E ottima recensione.
    Complimenti.

    • Grazie capo 😉 Cheers!

  5. Pardon, non avevo capito, in questo caso si può dire che Stone ha affondato le mani dove e come forse nessuno aveva ancora fatto, almeno per quello che risulta a me. Paragone azzardato fino a un certo punto il tuo: entrambi i film vengono ricordati soprattutto per i loro monologhi, mi chiedo però quanti tra quelli che li citano abbiano davvero visto quei film e cosa altro ne abbiano apprezzato, solito discorso insomma. Comunque, di nuovo, grazie tante: mi hai fatto venire voglia di rivedere Ogni maledetta domenica per l’ennesima volta, come se non avessi altro da recuperare, mannaia attè 😆 😜

    • La risposta la sappiamo entrambi alla tua domanda, per il resto sono qui per farvi perdere il già poco e prezioso tempo 😉 Cheers!

  6. La conferenza stampa finale di Coach D’Amato è assolutamente non realistica, una concezione cinematografica perché non esiste al mondo che un allenatore possa annunciare il suo nuovo incarico, mentre la sua vecchia squadra lo celebra… Mourinho aveva appena vinto la Champions con l’Inter e a 10 minuti dal fischio finale stava firmando con il Real Madrid. 😂 La realtà supera la finzione cinematografica!

    • Mi riferivo a sport civilizzati 😉 Cheers

  7. Solo una precisazione: L’ultimo boy scout non era il primo film che aveva portato gli spettatori dietro le quinte del football, prima di quello c’erano stati almeno Quella sporca ultima meta, Il ribelle e Un amore, una vita, tra l’altro con lo stesso Dennis Quaid (un caso? Secondo me sì :p ). A parte questo a me un po’ “dispiace” che Ogni maledetta domenica sia ricordato perlopiù (in certi casi solamente) per quei 2 minuti di monologo. Da un lato lo capisco, dall’altro ci sono altre 2 ore e mezza di film molto dense, montate in maniera serratissima, con un ritmo che oggi forse è quasi la regola in certi film commerciali, ma all’epoca era un po’ una novità. Gli sono affezionatissimo, anche perché l’ho recuperato con le classiche prime o seconde visioni in tv e nel giro di qualche mese lo avevo già rivisto 3-4 volte, la sensazione è sempre stata ed è tutt’ora quella di un film bello, ma non fondamentale, (molto) riuscito, ma non un capolavoro, ma è stato uno dei primi film ad appassionarmi ai temi controversi esplorati da quelli che poi nel tempo si sarebbero rivelati i miei autori preferiti, è anche grazie a Any given sunday se ho iniziato a mettere da parte eroi, personaggi manichei e demagogie varie in favore di film un po’ più complessi che raccontano la nostra società occidentale. Come hai detto tu Ogni maledetta domenica è una Babele, lo sport qui è importantissimo, ma le vite private dei personaggi non sono da meno, tra droga, festini, prostituzione, droga, corna, senza dimenticarci del consistente utilizzo di droga da parte di chi bazzica questo mondo, fortuna che l’ho scritto prima di dimenticarmene :p. Se ripenso a quando ho visto per la prima volta Willie e ho pensato “Chi è questo qui? Se la cava bene quel ragazzo!” e penso che “quel ragazzo” negli anni sarebbe diventato Jamie Foxx beh, non male decollare al cinema in questo modo.
    Boh, per me questo film andrebbe visto e rivisto anche solo per il montaggio e l’uso del sonoro, per me è ‘na goduria, basta, cià 😀

    • Ovviamente ci sono stati altri film prima, ma mi riferivo ai dietro le quinte del gioco, descritto come ben poco puliti, tra scommesse e giri di soldi disumanizzanti. Se mi è concesso il paragone ardito, giusto amare “Blade Runner” per il monologo, ma bisognerebbe farlo per tutto il resto, lo stesso vale anche per “Ogni maledetta domenica” 😉 Cheers

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