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Okja (2017): Io sto con gli ippopotami (o con i super maiali, fate voi)

Appena ho visto
la locandina di “Okja” sul paginone di Netflix, ho pensato al “Delicatessen” di
Jean-Pierre Jeunet, così, per associazione di idee. Dovevo capire che il mio “Senso
di cinema” mi stava dicendo “Premi play! Premi Play!”.

Ora, io ho sempre
un po’ la testa immersa nei miei pensieri (il vuoto cosmico che avvolge un neurone
solo in un cranio vuoto), quindi mi sono distratto e PUFF! Tutti stavano
guardando questo film, complice proprio il fatto che fosse disponibile su
Netflix, se vi sembra che io stia facendo melina intorno al punto avete
ragione.
Il punto è:
quante persone ci sono in giro che guarderebbero un film diretto da un regista
Coreano?
Provate ad usare
le parole “Regista” e “Coreano” della stessa frase a breve distanza e provocherete
nella folla un fuggi fuggi generale, mi riferisco alla stragrande maggioranza
del pubblico, non i matti invasati di cinema come voi e me. Personalmente, per
utilizzare un’espressione tipica coreana, con i film prevenienti da quella
parte del mondo io ci “azzuppo”, Train to Busan? Bellissimo! Figuriamoci poi se il “Regista Coreano” in questione è
quel geniaccio di Bong Joon-ho!


“Come la figlia di Phil Collins? Facciamo in tempo a rifare il casting? A me piacevano i veri Genesis!”.

Dalla cricca di
registi che ci hanno mandato in estasi nei primi anni 2000, due in particolare
spiccavano, uno era quel genio del crimine di Park Chan-wook, l’altro proprio Bong
Joon-ho, o come lo chiamo io in amicizia “Bon Jovi No”. Il primo è l’estro
puro, il talento non allineato e forse nemmeno esportabile che, infatti, è
dovuto tornare in patria dopo una parentesi americana così così per sfornare un altro bel film.

Bong Joon-ho,
invece, fin dal suo esordio con “Barking dogs never bite” (2000) ha sempre
dimostrato di saper mescolare i generi, di poterli rigirare a suo piacimento, “Snowpiercer”
(2013) è stata la dimostrazione che il nostro poteva sovvertire le regole anche
utilizzando denaro e attori occidentali, un film di genere con tante cose da
dire che poi è la stessa cosa che il buon “Bon Jovi No” ha rifatto anche con “Okja”.


Hai un amico in me, un grande amico in me… (Cit.)

Questa seconda
co-produzione Netflix/Plan B Entertainment dopo quella noia mortale di War Machine (in cui guarda caso recitava anche Tilda Swinton), ha fatto parecchio
parlare di sé per le polemiche sollevate durante il festival di Cannes, bordata
di fischi (alcuni smentiti, altri no) ogni volta che compariva il logo Netflix
sullo schermo del prestigioso festival e Cannes che cambia le regole, dal 2018
saranno in gara solo film che vedranno il buio della sala. Io che sono
notoriamente malpensante dico che i distributori non vedono di buon occhio la
piattaforma streaming perché non possono bagnarsi il becco, ma si sa che io
sono un cattivaccio.

Questa utilissima
polemica per me si riduce a zero, quanti avrebbero visto un film di un “Regista
Coreano” se avessero dovuto prendere la macchina, parcheggiare, fare le fila
per il biglietto e stare 120 minuti in sala? A mio avviso non tutti quelli che
invece hanno premuto “Play”, quindi se volete la mia posizione ufficiale, io
sto con Netflix, perché sono pigro, perché se voglio andare al cinema ci vado
lo stesso e perché “Okja” è uno dei migliori film che vi capiterà di vedere
quest’anno, garantito al limone.

“Ed ora via al commento del film!” Grazie Raffaella… Ehm Tilda! Volevo dire Tilda!

In un futuro che
potrebbe essere giovedì prossimo, per far fronte alla fame nel mondo, la Mirando,
multinazionale dalla pessima fama guidata dalle gemelle Lucy e Nancy Mirando (Tilda
Swinton nuovamente nel doppio ruolo gemellare dopo Ave, Cesare!), scopre l’animale che salverà la razza umana. Ventisei
cuccioli di super maiale vengono consegnati ad altrettanti allevatori nel
mondo, ufficialmente il loro compito è quello di allevarli secondo metodi
naturali, di fatto sono solo una manovra pubblicitaria di un’azienda che vuole
solo fare soldoni inscatolando la carne dell’animale.

Proprio laggiù in
Corea, la piccola Mija (l’azzeccatissima Ahn Seo-hyun) insieme al nonno
allevano una femmina di super maiale di nome Okja, per darvi un’idea:
immaginatevi una specie di Pippo l’Ippopotamo della Pampers, però ancora più
tenerone e cicciottone, realizzato in una CGI davvero ben fatta.


Ip! Ip! Popotamo! (Scusate non ho potuto resistere).

Okja e Mija sono
legatissime, tanto che la bambina dorme sdraiata sulla pancia dell’animale, in
una scena che sembra messa apposta da Bong Joon-ho per far puntare il dito
dello spettatore allo schermo gridando fortissimo “TOTORO!”, perché tanto state
tranquilli che guardando il film le parole che vi verranno in mente sono le
seguenti: Ecologista, Hayao, Favola, Miyazaki, Animalista.

Ecco, magari non
in quest’ordine, ma sicuramente saranno queste.
Come tutte le favole
ecologiste animaliste del maestro Hayao Miyazaki impone, Mija dovrà affrontare
un grande viaggio per salvare Okja dalle grinfie della Mirando, rappresentata
dallo sciroccato animalista televisivo, il Dr. Johnny Wilcox (un Jake
Gyllenhaal appena appena sopra le righe, ma poco). Dalla sua, però la bambina
potrà contare sul fronte animalista noto come “ALF” (no, non alieno
mangiagatti) guidato da Paul Dano.


“Dove hai messo il passamontagna?” , “Non si abbinava alla cravatta”.

Il film proprio
come “Snowpiercer”, mescola attori coreani e americani che recitano ognuno
nella propria lingua madre, per ovviare al problema linguistico (anche se Bong
Joon-ho lo sfrutta a suo favore perché è diabolico), tra le fila del gruppo
animalista compare Steven Yeun, che magari così vi dice pochino, però è il
Glenn della serie tv i Camminamorti.

Ad un certo punto,
Glenn dice alla protagonista: “Cerca di imparare l’inglese ti aprirà un sacco di
porte”, sembra quasi che il consiglio le arrivi direttamente da Bong
Joon-ho, che anche dopo aver aperto ad Occidente, continua a sfornare film
incredibilmente coerenti, anche nel loro saper smontare con il cacciavite i
generi.
“Okja” ha un
ottimo ritmo, inizia bucolico facendoti appassionare ai personaggi, anche con
trovate un po’ bambinesche, tipo: vuoi non mostrarci Okja che accarezzata sul
coscione spara palline di cacca? E dai! La cacca fa sempre ridere! Ce lo ha
insegnato Steven Spielberg in Jurassic Park quindi non si può sbagliare!
Dopodiché, quando
inizia la ricerca di Mija, Bong Joon-ho si conferma il drago della macchina da
presa che è sempre stato, l’inseguimento a piedi del camion da parte della
bimba è favolistico (possibile che per le strade di Seul ci sia così poco
traffico), ma sfoggia un montaggio impeccabile che è un vero spettacolo. La
determinazione della cocciuta Mija la rende un personaggio per cui è facilissimo
fare il tifo, guardatela affrontare a testa bassa (letteralmente!) la porta
vetrata dell’atrio della Mirando, era dai tempi di Tony Jaa che gridava “Voglio il mio elefante!” che non avevo così voglia di patteggiare per un orientale
alla ricerca del suo animale scomparso.


Brava piccoletta, Tony Jaa sarebbe fiero di te!

Inoltre, il nostro
“Bon Jovi No” non perde il gusto per i suoi personaggi assurdi, come detto, Jake
Gyllenhaal va tanto sopra le righe mettendosi al servizio della storia, ma chi
si mangia davvero lo schermo è Tilda Swinton, ormai una specialista dei
personaggi esagerati, ma azzeccati,
bravissima a dare un diverso carattere alla nevrotica Lucy e alla Thatcheriana
Nancy.

Bong Joon-ho ne
ha per tutti, mette alla berlina il capitalismo delle industrie e non è
morbido nemmeno con gli animalisti, mostrandoli come sì armati di buone
intenzioni, ma troppo legati ai loro precetti per essere davvero efficaci. Per altro, ma sono solo io, oppure John Denver ultimamente sta facendo capolino in tutti i film? A parte questo, oh! 
Voi pensate che il buon Bong si sia concesso la favoletta Miyazakiana
rassicurante, ma il nostro perde il pelo, ma non il vizio, questo è lo stesso
che ha piazzato QUEL colpo di scena a metà di quella bombetta di “The Host”
(2006), quindi non aspettatevi barattoloni di miele da lui.
Non voglio
rovinarvi la visione, ma quando farete la conoscenza di Alfredo, capirete che Bong
Joon-ho anche questa volta ha saputo imprimere una svolta adulta a quella che
fino ad un minuto prima sembrava “solo” una favoletta ecologista girata alla
grande.


Se su questa scena non vi appendete allo schermo, mi spiace, non siete umani.

Il bello di “Okja”
sta anche nella sua capacità di costringervi a pensare, il che quando accade
con un film (per di più disponibile a tutti su Netflix) è sempre un’ottima
cosa, nella scena finale non ho potuto non ripensare a Soylent Green, ma più in generale, penso che per chiunque sia
impossibile guardare questo film senza ritrovarsi a riflettere sulla propria
posizione, nei confronti dei diritti sugli animali e sul vostro rapporto con
la carne ogni volta che ficcate le gambe sotto il tavolo da pranzo.

Sappiamo tutti
come viene prodotto il cibo su larga scala, ma se passi due ore a
guardare la tua bistecca negli occhi, qualche domande te le devi pur fare, no? Il
bello di “Okja” sta proprio in questo, una favola sì, ma per adulti e che ogni
tanto ti prende a schiaffoni in puro stile Bong Joon-ho, quindi il mio consiglio è: guardatelo, perché ogni tanto ci sta di farsi prendere a schiaffi dal cinema.

Dal canto mio, ho
davvero apprezzato il film e santa santissima Netflix che lo ha reso disponibile
a tutti con un solo click, l’unico problema vero del film, però è un altro:
assicuratevi di non finire di guardarlo prima di mettervi a tavola come ho
fatto io, potrebbe diventare un problema. Nel dubbio, io ho cenato a base di
verdure, così, per non fare torto a nessuno (storia vera).
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