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Old Boy (2003): nessuno porta rancore come gli orientali

Sembra passata una vita e per certi versi è stato proprio così, ma il 2003 è stato un anno pazzo per me, dove ho fatto la conoscenza di un regista e di una storia che a distanza di vent’anni dalla sua uscita, ancora mi smuove roba nelle budella. Vent’anni dopo, ora che più che uno dei moschettieri di Dumas sono a mia volta un “Old Boy” è ora di scrivere qualcosa su beh, “Old Boy”.

Park Chan-wook si è messo sulla mappa geografica cinematografica grazie al suo “Joint Security Area” (2000), la storia di un’indagine militare al confine tra le due Coree, un successo un po’ inatteso da parte di tutti, che ha permesso al regista quello spazio di manovra utile a portare al cinema un tema che gli stava a cuore, quello della vendetta, non con pochi problemi va detto.

Anche alla luce del successo del film oggetto di analisi (e compleanno) di oggi, il suo “Mr. Vendetta” (2002) è stata ampiamente rivalutato, un bel film che alla sua uscita in patria si rivelò un disastro al botteghino e un bagno di sangue presso la critica. Intervistato il regista è arrivato a dichiarare che il livello di gradimento del suo primo capitolo della “Trilogia della vendetta” presso le persone, veniva usato come metro di giudizio per la loro sanità mentale, un lavoro che gli ha appiccicato addosso l’etichetta del regista che spende soldi per sfornare film in cerca di approvazione, quindi era quasi obbligatorio per Park Chan-wook tentare un nuovo approccio, ma senza perdere di vista il tema che gli stava più a cuore.

«Cassidy devi scrivere di un film semplicissimo come Old Boy, sei contento?»

“Old Boy” diventa così il secondo capitolo della sua “Trilogia della vendetta”, completata nel 2005 con l’altrettanto notevole “Lady Vendetta”, altro titolo secondo me non ancora pienamente compreso a pieno della sua cruda bellezza, forza anche perché il figlio di mezzo della trilogia è speciale, tratto dal manga omonimo di Nobuaki Minegishi e Garon Tsuchiya il film ad una prima occhiata distratta può sembrare un assassino a sangue caldo, esagerato nelle reazioni e nelle scelte, in realtà è un killer con il ghiaccio nelle vene, che dietro quella patina di realismo e alla sua capacità di parlare di vendetta in maniera approfondita e non banale, si gioca trovate totalmente irrealistiche che altrove, verrebbe criticate, qui invece funzionano alla grande. Un miracolo di equilibrio sotto tutti i punti di vista, basta dire che mosso dalla mia passione per questo film, mi sono letto anche il manga e ve lo dico, non gli allaccia nemmeno le scarpe all’adattamento firmato da Park Chan-wook, superiore sotto tutti i punti di vista, che nel 2003 alla sua uscita diventò un classico istantaneo, per i suoi primi vent’anni gli offro il posto che si merita nel club dei Classidy!

Anno pazzo il 2003, lo stesso di un altro film di vendetta con cui andai in fissa ai tempi (a breve su queste Bare), guarda caso diretto da quello che in quell’anno fu presidente di giuria al 57ª Festival di Cannes, Quentin Tarantino che per Park Chan-wook probabilmente avrebbe voluto la Palma d’oro ma finì per portarsi a casa “solo” il Grand Prix. Sapete come funziona (male) no? Come lo vendiamo al pubblico italiano un film pieno di gente con gli occhi a mandorla? Cinesi, giapponesi, coreani, per l’italiano medio tutta la stessa roba, facile! Sbattiamo sulla locandina un bel “Quentin Tarantino presenta”, presenta cosa? Un bel cazzo di niente perché il suo coinvolgimento in “Old Boy” è pari al mio e al vostro. Cosa vi dico sempre dei fan di Tarantino? Che sono spesso ottusi perché privi di curiosità, se uno con la cultura cinematografica di Tarantino consiglia, tu appassionato stai zitto e cogli al volo, io ad esempio l’ho fatto e nel 2003 mi sono goduto il film in sala, sbattendomene della falsa pubblicità in locandina, ma mi è servito per scoprire un regista che apprezzo ancora oggi, anche se va detto, passano gli anni ma “Old Boy” mi smuove dentro tanta di quella roba che per me sarà sempre un film speciale, anche nella sua capacità di colpirti dove fa più male, non vorrei che questa sembrasse una di quelle frasi da cinefilo tipo «Un pugno nello stomaco!», perché tanto questo film quando si parla di dolore inflitto – a personaggi e spettatori – gioca in una categoria che supera i cazzotti.

A sinistra il film “Old Boy” a destra, alla fine della traiettoria tratteggiata, il pubblico.

La tecnica sfoggiata da Park Chan-wook in questo film è notevole, l’uso della fotografia, dei tagli di montaggio e gli angoli di inquadratura (anche tutti matti) scelti sono in perfetto equilibrio tra brutale realismo e trovate da fumetto, ma a costo di dire una banalità vorrei sottolineare la sua capacità di dirigere qualcosa di apparentemente semplice come un primo piano, qui non se ne trova uno fuori posto nemmeno a pagarlo oro, che sia per far arrivare al pubblico empatia, dolore oppure dramma, Park Chan-wook sceglie sempre il primo piano giusto, infatti il suo film inizia così, con un ellisse che passa dallo sguardo terrorizzato del tipo appeso per la cravatta in precario equilibrio sul palazzo, al faccione di Oh Dae-Su (Choi Min-sik in sacrificio, anche del corpo, per una prova da storia del cinema) che ubriaco e molesto in una stazione di polizia, ripete il suo nome, Oh Dae-Su, “Colui che va d’accordo con tutti”, ironico alla luce della trama, ma si tratta già di Park Chan-wook che ci sta lavorando ai fianchi. Oh Dae-Su invece di tornare a casa e portare il regalo di compleanno alla figlia va a prendersi una ciucca clamorosa, uno schifo d’uomo? Probabile, ma davvero si merita di sparire sotto la pioggia e non fare più ritorno dalla sua famiglia?

Ok è un coglione, ma si merita davvero tutto quello che gli capita? Parliamone (nel resto del post)

Quindici anni di allenamento immaginario possono essere d’aiuto nella vita reale? Certo che possono. Invece venti passati a vedere e rivedere questo film possono essere d’aiuto per scriverne come merita? Stiamo per scoprirlo perché il primo scoglio da affrontare è proprio la prigionia di Oh Dae-Su. Vi è mai capitato di ripetervi una delle tante frasi ad effetti pronunciate dalla voce narrante del protagonista di questo film? Proprio perché per me il 2003 è stato un anno pazzo, la prima frase a scavarmi un solco nel cuore dove ancora porto con me questo straordinario film è stata: «Se mi avessero detto, che sarebbe durata 15 anni, sarebbe stato più facile da sopportare, o no?»

In trappola, ma con qualcuno che lo sfama e gli impedisce di suicidarsi, invecchiando come il quadro di Dorian Gray alla rovescia («Sorridi, e il mondo sorriderà con te. Piangi, e piangerai da solo.») vedendo passare la vita fuori alla tv, che può essere al tempo stesso orologio e calendario, scuola, casa, chiesa, amica e amante, una porzione importante della storia della Corea del Sud, in anni che hanno portato il Paese dalla dittatura allo stato attuale, passano per un boom economico lampo, nel riflesso di un rapporto con gerarchie ben divise, tra vittima e carnefice, un tema che Park Chan-wook avrebbe riletto anche in maniera più esplicita in altri sui lavori, ma che qui è presente come rumore di fondo di una storia già bella piena di temi e trovate.

Io, quando mi rilasso durante le ferie e poi di colpo, scopro che domani è un lunedì di lavoro.

Quando Oh Dae-Su sembra aver perso le speranze, il suo martirio, la sua reclusione stile Conte di Montecristo termina di colpo e con un tocco di umorismo nerissimo chi si trova davanti appena scarcerato dopo quindici lunghissimi anni? Un suicida che confronto a lui deve essersela passata una crema. Dopo tutte le miserie dei quindici anni di vita da recluso del suo protagonista in cerca di un perché e carico di voglia di vendicarsi contro i suoi misteriosi carcerieri, è impossibile per noi spettatori non patteggiare per quel poveretto la cui massima colpa qual è stata esattamente? Essere ubriaco e molesto in una stazione di polizia? Appena arriviamo a pensare questo, Park Chan-wook ci ha già fregati, siamo finiti sua trappola con tutte le scarpe.

Forse perché siamo occidentali, quindi americano-centrici, forse perché era il 2003 quindi la sposa di Tarantino aveva diritto di essere felice e di vendicarsi di Bill, lo uccido, sono felice. Ancora oggi molto cinema anche di ottima fattura è basato su quel sentimento dritto per dritto, mi ammazzano il metaforico cane? Vi uccido, ecco il film. «Sebbene io sappia di essere peggio di una bestia, non crede che abbia anch’io il diritto di vivere?» è uno delle tante frasi che ci fanno patteggiare per Oh Dae-Su, che fa lo stesso errore di noi spettatori, credere di essere colui che deve vendicarsi.

Anche quando nella sua vita arriva la cuoca di sushi Mi-Do (Kang Hye-jeong), il nostro protagonista non perde di vista la sua vendetta, mosso come noi spettatori dalla volontà di scoprire chi, ma soprattutto perché lo ha tenuto segregato in una stanza per quindici lunghissimi anni. Il fatto che il protagonista sia motivato non lo mettiamo in dubbio, la sua motivazione è la stessa dell’attore che lo interpreta, mi piace tanto la frase pronunciata una volta da Park Chan-wook durante un’intervista: «Gli attori coreani sono i migliori, puoi chiedergli di fare qualunque cosa, anche la più folle», tipo mangiarsi un polpo vivo in favore di macchina da presa buona la prima? Oh Dae-Su fa anche quello (storia vera).

ODDIO PAUL NOOOOO!!!

Quello che però mi colpisce sempre di “Old Boy” è il modo in cui un film così vistosamente irrealistico, fumettistico come tanti “Cinecomics” non sanno essere, sia sempre stato apprezzato moltissimo anche da quella porzione di critica e pubblico che di fumetti non vuole nemmeno sentir parlare. Vi elenco in (dis)ordine un po’ di trovate presenti in questa storia, che potete leggere anche se non avete mai visto “Old Boy”, anche se mi auguro che lo abbiate fatto, nel caso è un capolavoro giusto perché questa parola non l’avevo ancora utilizzata: un condominio dove pagando il giusto, ti rinchiudono dentro chi vuoi tu e te lo tengono vivo, sano e segregato finché paghi, un congegno spegni cuore, un livello di violenza manifesto che è esattamente quello che chi desidera vendetta contro qualcuno si sogna, ma che somiglia per spargimento di sangue, mani e lingue mozzate, ad altri film coevi (e tratti da manga) come Ichi the Killer, e potrei andare avanti ancora a lungo, ma per darvi la giusta distanza, vi dico che l’unico altro film che io ricordi, dove un congegno spegni cuore ha un ruolo altrettanto rilevante è Spawn. Ora, visto che non ricordo di critici e cinefili con la puzzetta sotto il naso, fare la capriole sulle mani per il film di Mark A.Z. Dippé, questo vi dice di quanto sia riuscito invece quello di Park Chan-wook.

Il regista coreano qui rende ancora più cesellato il suo stile, in questa atmosfera da fumetto, può permettersi anche trovate e soluzioni bizzarre che vanno dal toccante all’iper violento. Sapete come la penso sulle scene in metro al cinema, ogni grande film se ne meriterebbe una, quella di “Old Boy” è un flash che dura un attimo e non si dimentica, le persone sole vedono le formiche e in un anno pazzo come il 2003, la visione onirica della formicona di Park Chan-wook poteva scavarti dentro, raccontano una storia nella storia senza bisogna di nulla, se non una grande abilità di raccontare per immagini, tante lacrime per il personaggio in metro e beh, una formica.

Tutto materiale per la “Teoria Cassidy delle scene in metro nei film”

Allo stesso modo, l’impatto che “Old Boy” ha avuto sulla cultura popolare e la settima arte in generale, può facilmente essere misurato con una scena in particolare, quella più action di tutte, sì, sto parlando della scena del corridoio, con tanto di traiettoria tratteggiata di dove colpirà il martello di Oh Dae-Su, per una lunga sequenza pensata originariamente per essere una coreografia di combattimento con tanti stacchi di montaggio, ma i contenuti speciali delle edizioni “Home video” del film ci raccontano un’altra storia, quella di Park Chan-wook che prima di girare salta su e dice: No, facciamola in un’unica sequenza. Un carrello laterale, dove Oh Dae-Su non è un inarrestabile “Terminator” impossibile da uccidere (malgrado il coltello in CGI piantato nella schiena, una concessione digitale in una sequenza gloriosamente analogica), ma è un povero Cristo che anche qui soffre, cade, si rialza, non molla, uno contro tanti perché non c’è un singolo passo che il nostro ossimoro, il ragazzo vecchio, non debba sudarsi nel corso della sua ricerca della vendetta.

«Piatto che si serve freddo un cazzo! Qui sono tutto accaldato dopo ‘sta ginnastica!»

La scena da sola ci dice dell’influenza che “Old Boy” ha avuto negli ultimi vent’anni, in qualche modo la scena del corridoio è tornata in The Raid e in Daredevil, inoltre pare che gli americani abbiano fatto anche un remake del film di Park Chan-wook, ma siccome non mi va di bestemmiare non ne voglio nemmeno sentir parlare. Perché la verità è un’altra, “Old boy” ha fatto scuola ma nessuno, ha mai più avuto il fegato di parlarci di vendetta in questo modo, cercherò di non entrare nel dettaglio restando sul vago ma vi avviso, da qui in poi voleranno SPOILER!

La soddisfazione di chi ha già visto il film e può leggere tranquillamente, perché non teme gli SPOILER!

Ribaltando la mossa come un campione di Judo, Park Chan-wook ci toglie il terreno da sotto i piedi – così come al suo protagonista – rivelandoci che invece di essere lui, la bestia in cerca di vendetta, in realtà ne è l’oggetto, il carnefice all’oscuro delle sue colpe malgrado gli indizi siano tutti in bella vista, il primo è più grande, l’ossimoro sparato in locandina “Old Boy” che trova un senso solo in fase avanzata dell’indagine e una spiegazione solo quando Oh Dae-Su fa la sua scelta: ad un certo punto diventa chiaro che il personaggio non voglia conoscere il perché dei suoi quindici anni perduti, nella sua scala di priorità conoscere la verità sta un gradino sotto la vendetta, ed è qui che Oh Dae-Su determina la sua caduta.

A proposito di soluzioni da fumetto, nel 2004 Brad Bird ha definitivamente mandato in pensione il “monologo del cattivo” irridendolo in modo irrimediabile in Gli Incredibili, un anno prima Park Chan-wook ha fatto lo stesso ma in Corea. Trovatemi un altro film che si gioca lo “Spiegone” del “cattivo” (virgolette obbligatorie) senza risultate banale o ammazzare il ritmo, ma anzi, diventano l’apice di un film che emotivamente non lascia scampo. La scena della scatola e la reazione di Oh Dae-Su fanno male da guardare, non perché Choi Min-sik non sia bravissimo, anzi lo è, troppo, perché riesce a recitare la furia, la volontà di umiliarsi poi di nuovo la rabbia ma no, perdonami! Tutto insieme, in una sola scena che è una delle cento che ti scavano il cuore di questo film straordinario e terribile.

In questa immagine il cattivo. Il cattivo? Si c’è anche un cattivo (credo)

Finisce qui? No perché dopo quel momento straziante, va in scena il finale vero di “Old Boy”, una tirata della durata di venti minuti che è dolorosissima, a voler fare come Clint Eastwood con il suo doppio “Lettere da Iwo Jim” e “Flags of Our Fathers” (2006), si potrebbe tirare fuori un secondo film tutto raccontato dal punto di vista del personaggio di Yoo Ji-tae, solo che siccome “Old Boy” è una pietra miliare e Park Chan-wook sa narrare per immagini come pochi altri, al regista bastano venti minuti per farlo, per raccontarci un controcampo che ci costringerà a rivedere “Old Boy” nemmeno fosse un film di M. Night Shyamalan, ovvero alla luce di quel sorriso, di quella scena in ascensore (o sul ponte ma vabbè ci siamo capiti), perché nessuno ha mai scavato così a fondo nei suoi personaggi, nelle parti molli e dolorose del pubblico e nel tema della vendetta come ha fatto Park Chan-wook qui.

Mettendo in dubbio tutto, la natura del protagonista, le sue motivazioni, le nostre nell’aver scelto di patteggiare per una parte piuttosto che per l’altra, ma anche l’effettiva importanza di una virtù da sempre decantata al cinema, la verità. Quanti eroi cinematografici si sono battuti e sono morti per essa sul grande schermo? Oh Dae-Su sarebbe disposto a morire per la verità, ma quando la scopre non gli basta, gli preferisce la vendetta e poi, sarebbe pronto a tutto pur di non averla mai conosciuta quella verità. Infatti nel finale, quando parte quel valzerino che altrove sarebbe anche elegante, quello composto da Yo Jeong-wook, io muoio e la capacità di narrare per immagini di Park Chan-wook mi sotterra in una Bara Volante anzi, sotto metri di neve, quella che vediamo nel finale, quando il protagonista e Mi-Do si abbracciano in quello che altrove sarebbe un lieto fine, con tutta quella neve che è candida sì, ma copre quello che ci sta sotto, la verità che Oh Dae-Su non vuole più conoscere. Sorridi, e il mondo sorriderà con te. Piangi, e piangerai da solo.

Quei bei film di una volta con il lieto fine, li mortacci tua Park Chan-wook! (sei un genio)

Che film incredibile ha diretto vent’anni fa Park Chan-wook, da quella prima serata in sala ho rivisto “Old Boy” un numero ragionevolmente alto di volte, mai nessuna a cuor leggero perché sarà ed è cinema bellissimo, ma per farsi scavare cuore e budella in questo modo, ci vogliono motivazioni superiori. Vent’anni di allenamento e logoramento immaginario possono essere d’aiuto per rendere omaggio ad un capolavoro? Certo che possono, però che fatica.o possono essere d’aiuto per rendere omaggio ad un capolavoro? Certo che possono, però che fatica.

Sepolto in precedenza 23 novembre 2023

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