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Omicidio in diretta (1998): intrigo internazionale (ad Atlantic City)

Visto che non si possono tenere distanti i due figli
prediletti nel New Jersey, lasciatemi parafrasarne uno per introdurre l’altro,
abbiamo un appuntamento ad Atlantic City,
la città del peccato della costa Est nel nuovo appuntamento con la rubrica…
Life of Brian!

Ormai l’andamento della filmografia di De Palma,
specialmente in questa porzione della sua produzione dovrebbe esservi chiara:
un titolo sicuro per incassare e poi qualcosa di più personale, il più delle
volte un thriller. Dopo l’enorme successo di Mission: impossible, Brian da Newark aveva nuovamente carta bianca
e di sicuro la fiducia della Paramount Pictures che gli consegna una valigetta
con dentro 73 milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti uccisi
a Dallas
spirati, per un thriller con Nicolas Cage fresco della sua sacra
trilogia d’azione e che l’anno dopo avrebbe recitato per l’amico di De
Palma, un tale di nome Martin Scorsese nel sottovalutatissimo “Al di là della
vita”, insomma un divo che stava sulla cresta di un’onda altissima.

Lo stile, la classe e la capacità di indicare cose a caso del Maestro Nick Cage.

Il soggetto del film è di De Palma e si vede, ma la
sceneggiatura è un Rolex che ticchetta alla perfezione anche quando richiede
dosi omeopatiche di sospensione dell’incredulità (ma con un Brian così dietro
la macchina da presa è tutto più facile) ed è ovviamente scritta dal fidato David
Koepp che di lì a stretto giro avrebbe perso il flusso magico che gli aveva
permesso di sfornare tanti ottimi copioni, ma nel 1998 ancora non si notava
affatto, insomma, un momento magico per tutti che De Palma ha sfruttato al
meglio, alla faccia di un film la cui traduzione corretta del titolo originale
avrebbe dovuto essere qualcosa tipo “Doppia sfiga”.

Partiamo da qui, partiamo dal titolo, “Snake Eyes”, del
tutto simile al film del 1993 di Abel Ferrara, noto anche come “Dangerous Game”
oppure qui da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa “Occhi di serpente”
che poi sono quelli che ti guardano dai dadi, quando lanciandone una coppia
come si fa ai tavoli da giochi, ottieni il punteggio più basso, un doppio uno,
doppia sfiga. Un nome figo per chiamare la sfortuna o anche per il più figo e
sfortunato dei G.I.Joe, ma questo è un altro discorso da nerd, perché lo “Snake
Eyes” di De Palma è stato una scommessa, un lancio di dadi puntando su tutte le
tematiche care al cinema del regista del New Jersey, cosa è uscito dopo il
lancio? Ovviamente un doppio uno.

Adesso sapete da chi ha imparato ad indicare Cage.

Quando uscì nelle sale americane nell’agosto del 1998, si
piazzò al secondo posto che per gli Americani il primo fine settimana, vuol
dire essere il primo degli ultimi, perché la critica aveva occhi solo per “Salvate
il soldato Ryan”, uscito a fine luglio dello stesso anno e per pura sfiga
(tanto per restare in tema) diretto dall’amicone di De Palma, ovvero Steven
Spielberg. I cento milioni e passa incassati dal film del nostro Brian non lo
hanno tagliato fuori dal giro giusto di Hollywood, ma “Snake Eyes” è stato
immediatamente derubricato a film minore, anche fin troppo frettolosamente.

Al pari di Doppia personalità è il film del buon Brian da Newark con più libertà creativa e
proprio come il titolo con John Lithgow, se mi chiedete di indicarvi il mio De
Palma del cuore, facile che io vi risponda che è proprio questo qui, ma con
Brian di mezzo ho la fortuna di poter scegliere tra tanti Classidy!

Quando finalmente, a bocce ferme, la riscoperta di questo
titolo è iniziata, sono iniziati a volare paragoni con “Rashomon” (1950),
corretto, ma limitante. Perché, in realtà, il film di Kurosawa raccontava un
crimine (per la precisione uno stupro) dal punto di vista di quattro
personaggi, ognuno con una sua versione diversa in grado di cambiare il tono
della narrazione. Brian De Palma, invece, con “Omicidio in diretta” – titolo
italiano più banale, ma per lo meno a fuoco sul soggetto – fa un lavoro
differente, tutto inizia grazie ad un piano sequenza, però, come avrebbe detto Anders
Celsius, andiamo per gradi.

«Ecco che arriva il dolore la premessa infinita di Cassidy!»

La prima scena di “Omicidio in diretta” mette già in chiaro
gli intenti: vediamo un servizio alla televisione, con la giornalista sotto la
pioggia battente di una tempesta pronta a scatenarsi su Atlantic City, proprio
la sera dell’incontro di boxe tra il campione dei pesi massimi Lincoln Tyler (Stan
Shaw) e lo sfidante Jose Pacifico Ruiz. Sembra che la furia dell’onnipotente
sia pronta a colpire la città del peccato della costa Est degli Stati Uniti, ma
dentro all’Atlantic City Arena si muove un ecosistema fatto di politici a bordo
ring, belle donne, loschi scommettitori e personaggi loschi, tutti capitanati
dal re senza corona di Atlantic City, il poliziotto corrotto e magheggione Rick
Santoro (Nicolas Cage… applausi grazie!) che entra in scena come? Dentro il
piccolo schermo, come spettatori vediamo il personaggio presentarsi –
letteralmente – al pubblico facendo irruzione durante la diretta sportiva, per
poi idealmente “uscire” dalla televisione: De Palma allarga l’inquadratura,
Nicolas Cage fa un passo oltre il piccolo schermo che noi spettatori stavamo
guardando e dà il via ad un piano sequenza che dura dal minuto numero due del
film, fino più o meno al minuto numero dodici. Avete presente quello iniziale
di Il falò della vanità? Ecco, questo
è anche meglio.

L’entrata in scena del protagonista, che esce (letteralmente) dallo schermo.

Rick Santoro sembra uno di quegli appassionati di cinema che
vai ai festival per NON vedere i film, il match di boxe, la presentazione dei
pugili e anche le azioni migliori non vengono mostrate mai, De Palma tiene la
macchina da presa di Nicolas Cage con il preciso intento di raccogliere più
informazioni possibili presentandoci lo spunto di partenza e i personaggi. Per
certi versi siamo distratti, come non esserlo visto che quello che va in scena
per dieci minuti buoni non è solo la maestria del tocco di De Palma dietro la
macchina da presa, ma anche il “Nicolas Cage Show”: camicia improponibile,
telefono cellulare pacchiano color oro che sembra parente stretto delle due
automatiche dello stesso colore che utilizzava in “Face/Off” (1997), commenti
sulle varie amiche ad amichette, uno stato di esaltazione che coincide con il
suo essersi auto-incoronato re di Atlantic City («Non è più città balneare, è
una fogna sì, ma è la mia fogna ed io sono il re!»), insomma benvenuti al
cospetto del superiore magistero tecnico del Maestro Cage che incarna alla
perfezione quel tocco barocco e sopra le righe che è sempre stato presente nel
cinema di De Palma, infatti i due insieme fanno scintille.

All hail to King Nicolas!

Se Nicola Gabbia nei suoi film punta il dito ed indica, De
Palma lo fa esibire nella sua mossa segreta, muove la macchina da presa e
la sfrutta per inquadrare Gary Sinise, nei panni del Comandante Kevin
Dunne, amico di lunga data di Rick Santoro e responsabile della sicurezza del Segretario
della Difesa Charles Kirklan (Joel Fabiani), nel Jersey per lavoro e a bordo
ring per godersi l’incontro dell’anno.

Attorno allo stesso rettangolo, anche un paio di “armi di
distrazione di massa” come la bella rossa che smuove Kevin Dunne dal suo post e
per noi spettatori invece, Julia Costello, interpretata da una Carla Gugino in
uno dei suoi primi ruoli di rilievo e chiaramente troppo bionda per l’abituale
capigliatura corvina dell’attrice. De Palma, che la passione per le bionde nei
suoi film l’ha ereditata dal suo Maestro Alfred Hitchcock, si gioca questa
“Bionda che visse due volte” subito, un trucco in bella vista che diventa un
elemento chiave nella confusione controllata che è il suo piano sequenza,
l’urlo dal pubblico «Ecco che arriva il dolore!» per De Palma diventa come il
colpo di piatti di “L’uomo che sapeva troppo” (1956), il segnale, il momento
chiave.

Didascalie che passano inosservate presenta: Carla Gugino.

In “Snake Eyes” Brian De Palma riprende una delle sue prime
ossessioni, ovvero aver passato anni a studiare l’omicidio di John Fitzgerald
Kennedy. In Ciao America! Un
personaggio era in fissa con la morte di JFK, ma al centro di un complotto
politico dello stesso tipo ci finiva anche il protagonista di Blow Out, perché De Palma non ha fatto
altro che utilizzare il cinema per esporre la sua tesi: dell’omicidio più
famoso del mondo, quello più visto, rivisto, inquadrato da tutti i lati e
studiato da tutte le angolature, abbiamo un enorme quantitativo di materiale e
punti di vista, ma nessuna realtà certa.

«Capisci, io mi sono allenato tutti quei mesi per il match e De Palma non ha mai inquadrato il ring, ma solo tu che gironzolavi per i corridoi!»

I flashback di “Snake Eyes” che sono essenzialmente tre, a
differenza di “Rashomon” non cambiano in base al punto di vista del
personaggio, ma sono pensati e diretti con il preciso intento di raccogliere
più informazioni possibili, al fine di aggiungere quante più tessere possibili
al mosaico. Quindi, siamo di fronte ad un altro film teorico come “Blow Out”, anzi addirittura una nuova reinterpretazione di De Palma dell’originale Blow-Up di Antonioni, perché il personaggio di John Travolta utilizzava tecniche
cinematografiche legate al sonoro per provare a risolvere il mistero, pagando
il prezzo della sua ossessione, mentre qui, proprio come nel film di Antonioni,
il fuoco ritorna sull’importanza dello sguardo. Come sempre gli eroi e gli
antieroi Depalmiani, si salvano la vita (o se la rovinano) grazie allo
sguardo, alla capacità di vedere e come sempre, i personaggi femminili sono
spesso più tosti dei tormentati maschietti, spesso vittime delle proprie
ossessioni.

«Dimmi un po’ tenente Dan, tu dove ti trovavi il 22 novembre del 1963?»

Non è un caso se il personaggio di Carla Gugino, non solo si
conferma non essere una bionda naturale (perché nulla in “Snake Eyes” è quello
che sembra ad una prima frettolosa occhiata), ma per tutto il film ha il
problema degli occhiali, da ex miope non posso che apprezzare quei titoli che
si ricordano che nella realtà non basta strizzare gli occhi alla Clint Eastwood
per sopperire all’assenza di lenti. Carla Gugino vaga in preda alla nebbia da
diottrie, idealmente accompagnata da un altro personaggio “cieco”, perché Rick
Santoro, come noi spettatori, è stato bombardato da tante informazioni visive
tutte insieme, grazie al piano sequenza iniziale, ma proprio come l’omicidio
Kennedy, moltiplicando i punti di vista la verità non fa che scomparire.

Carla, sappi che hai tutta la mia solidarietà di ex ragazzo miope.

Per Brian da Newark la potenza dello sguardo, deve avere la
meglio su tutto, infatti idealmente la fa “volare” anche attraverso le pareti
delle camere d’albergo, attraversate come se fossero invisibili, nella smania
di raccogliere informazioni. Infatti, utilizzando tecniche pescate dalla bora
dei trucchi del suo Maestro, lo zio Hitch, ci sono anche falsi flashback, con
confessioni da parte di alcuni personaggi che, invece, sono balle montata ad
arte per confermare l’assunto iniziale: la proliferazione delle informazioni
sottolinea il mantra Depalmiano per cui la macchina da presa mente, ventiquattro
volte al secondo.

Mi state ancora leggendo, oppure state guardando la ragazza con il vestito rosso? (Brian batte Matrix sul tempo)

Quando poi arriva un flashback vero, guarda caso, non viene
raccontata da uno dei personaggi a Rick Santoro, ma solo a noi spettatori,
altra mossa Hitchcockiana al 100% ovvero dare allo spettatore più informazioni
che ai protagonisti, in modo da creare tensione nel pubblico. Infatti, anche per
questo “Snake Eyes” è un thriller riuscitissimo, a cui De Palma impone un ritmo
da battaglia, rendendo quasi un film in tempo reale, scandito dalla tempesta
che sembra pronta a devastare Atlantic City, come a voler spazzare via la città
del peccato dalla faccia della Terra.

De Palma, in quanto regista, può permettersi di ergersi a
demiurgo, il deus ex machina, infatti, viene richiamato più volte, non è un caso
che la rivelazione per il protagonista arrivi osservando e grazie allo sguardo
trovi un punto di osservazione sopraelevato (rappresentato da un occhio,
giusto per cavalcare il tema “divino”) che finalmente gli permette
di scoprire la verità. Incredibilmente il tema del divino resta nel film,
malgrado De Palma abbia dovuto girare da capo un finale nuovo.

Una scena spaccatutto dell’apocalittico finale, girato per intero ma poi modificato.

Per De Palma e Koepp, due che evidentemente non amano il
gioco d’azzardo, la città del peccato andava spazzata via in una furia
distruttiva finale. Ma le prime proiezioni di prova spaventarono la Paramount.
Malgrado il regista, nel documentario “De Palma” (2015) abbia dichiarato che,
secondo lui, il primo finale era anche girato meglio (storia vera), alla fine
si è optato per qualcosa di meno “Vecchio Testamento”, dove comunque tutti i
peccatori trovano punizione o redenzione, in maniera molto coerente e quasi a
chiudere il cerchio con l’inizio del film, trovo significativo che l’ultima
riga di dialogo di “Snake Eyes” sia: «Ma chissenefrega, almeno sono stato in
tv», anche questo è puro De Palma.

Il nuovo finale concordato, ma occhio che il tocco cattivello di De Palma è dietro l’angolo (letteralmente).

Ora, mentre cerco di elaborare con voi l’idea per cui il
finale tagliato di “Omicidio in diretta”, per il suo regista sempre molto
critico con il proprio lavoro, fosse addirittura migliore di quello che abbiamo
visto al cinema (anche se mi sembra impossibile), va sottolineato come un po’
del pessimismo cosmico e dell’umorismo nero di De Palma sia trapelato anche nel
finale approvato dalla major pagante.

Sulle note di Sin City
di Meredith Brooks (se ricordate la sua “Bitch”, bravi, guardavate EMMEtivì
negli anni ’90), una lentissima inquadratura, un inesorabile zoom ci mostra
come il nuovo casinò venga tirato su, sopra i corpi dei peccatori, visto che il
pacchiano anello emerge da una delle colonne di cemento, un dettaglio che si
può notare solo se ci si sofferma a guardare che, poi, è un po’ il grande tema
di “Snake Eyes”.

L’umorismo nero non manca mai con Brian da Newark di mezzo.

Per il nostro Springsteeniano appuntamento ad Atlantic City
di oggi è tutto, tra sette giorni qui, un’altra missione per il nostro Brian da
Newark non mancate perché andremo molto lontano, in un luogo ben più alieno del
New Jersey la mattina presto.

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