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Once (2006): la vita non segue la sceneggiatura

Ci sarete mai stati ad un concerto, una volta in vita vostra, no? Immagino che abbiate visto qualcuno commuoversi per una canzone. Il primato, per me, resta quella volta che Glen Hansard apriva per Eddie Vedder, con un set iniziato con una cover del Boss: palco, voce e, ovviamente, la sua fidata e consunta chitarra, per il solito incredibile livello di generosità e coinvolgimento, quello che solo uno abituato a suonare per strada sa mettere su.

Ad un metro da me una ragazza scoppia a piangere disperata a tempo con la nota numero uno, e quando scrivo «una ragazza» non è una metafora per non dire che quello che piangeva ero io, non avrei nessun problema a dirvelo. Comunque questa storia (vera) finisce con il titolo del pezzo, che ovviamente non poteva che essere Falling Slowly.

Non era nemmeno la prima volta che lo vedevo dal vivo, Glen Hansard, anzi, a dire la verità ho un po’ perso il conto delle volte in cui l’ho sentito suonare. La prima volta continuavo a pensare al fatto che mi ricordasse qualcuno, prima dell’illuminazione a metà concerto… Il chitarrista dei The Commitments!

Anche se devo essere onesto, a costo di passare per il T-800 che sono, a me «Falling Slowly» fa sempre molto ridere, non tanto per la parodia di The Last Man on Earth (…anche se), quanto per il fatto che a casa Cassidy è diventata una specie di tormentone. La Wing-woman, che reagisce sempre a modo suo quando nei film cantano, ancora mi sfotte ricordandomi che sono stato io a trascinarla al cinema per vederlo, spinto dalla mia ossessione per tutto quello che è irlandese, ma questa è un’altra storia (vera).

Anche perché io i primi vent’anni di “Once” non avrei proprio dovuto festeggiarli in questo modo. Pochi giorni fa, un incidente in motocicletta, dopo un concerto, non in un grande stadio, ma in un pub poco fuori dalla città che non ha mai lasciato, ovvero Dublino, ci ha portato via Glen Hansard, artista incredibile e incarnazione bipede del concetto stesso di umiltà, virtù che in questa società sbagliata dal tetto alle fondamenta è sempre vista come una debolezza su cui passare sopra in retromarcia.

Vita di Glen Hansard, svolgimento.

La storia di Glen Hansard era già da film prima che i film li facesse per davvero: la scuola lasciata a tredici anni per iniziare a fare il busker, il cantante lungo le strade di Dublino, il gruppo dei The Frames fondato nel 1990 e il già citato ruolo in quel gioiello che è The Commitments, fino ad arrivare proprio a “Once”, un film nato praticamente dal nulla, o quasi. I suoi due protagonisti, impersonati da Glen e dalla sua allora compagna Markéta Irglová, non erano attori professionisti, erano, prima di tutto, musicisti. Una scelta che oggi potrebbe sembrare quasi scontata, visto il modo in cui il film mescola continuamente cinema e musica, ma che all’epoca rappresentava una scommessa mica da poco.

Del resto, John Carney conosceva bene il mondo musicale: prima di mettersi dietro la macchina da presa aveva suonato il basso nei Frames, la band di cui Hansard era il frontman, e proprio da quell’amicizia nacque l’idea di coinvolgere il musicista nel progetto. Carney gli chiese di occuparsi della colonna sonora e, soprattutto, di mettere a disposizione del film un po’ di quelle storie e di quegli aneddoti raccolti negli anni. Il protagonista doveva essere un chitarrista squattrinato e, inizialmente, il ruolo era stato pensato per Cillian Murphy, che prima di diventare l’attore che tutti conosciamo aveva anche accarezzato l’idea di una carriera nel rock, arrivando quasi a firmare un contratto discografico.

Murphy avrebbe dovuto partecipare anche alla produzione del film, ma l’attore non era particolarmente convinto dall’idea di recitare accanto a una protagonista completamente inesperta come Irglová e, come se non bastasse, non sembrava entusiasta nemmeno della prospettiva di cantare i brani scritti da Hansard, complicati anche dai frequenti cambi di ottava.

Un ragazzo incontra una ragazza, e cantano. Fine della trama di “Once”.

A quel punto Carney si ritrovò con un film da fare e senza il suo protagonista. La soluzione, per quanto possa sembrare folle, era lì davanti ai suoi occhi: Glen Hansard. Aveva già interpretato un chitarrista del tutto simile a lui per Alan Parker? Figurati se non puoi interpretarne un altro ancora più simile. La risposta di Hansard? Un entusiasta: «Non lo so, non credo affatto di essere la persona giusta». La più grande e maltrattata virtù della nostra società in azione.

Qui arriva la parte che rende “Once” ancora più coerente con quello che racconta. Il film parla di persone comuni che cercano di mettere insieme qualcosa di bello con gli strumenti che hanno a disposizione, che poi è come fu realizzato esattamente nello stesso modo. Il 75% del budget arrivò dalla Bord Scannán na hÉireann, l’Irish Film Board, mentre il restante 25% venne messo dallo stesso Carney. Le riprese durarono appena diciassette giorni e, per risparmiare il più possibile, si lavorò sfruttando la luce naturale e le case degli amici. La festa tra musicisti, per esempio, venne girata nell’appartamento di Hansard, circondati dai suoi amici e persino da sua madre, Catherine Hansard.

Se poi siete stati a Dublino, quelle strade le avrete attraversate, per girare alcune scene non vennero nemmeno richieste le necessarie autorizzazioni: Carney utilizzò un teleobiettivo, cercando di fare in modo che i passanti non si accorgessero delle riprese e che i due protagonisti non si sentissero osservati dalle cineprese. Le reazioni davanti allo scippo che apre il film sono autentiche.

Presentato al Sundance prima e al Festival del Cinema di Torino successivamente, “Once” fece una cavalcata trionfale: il film minuscolo che arriva ad incassare un’esagerazione nel mondo, a beccarsi i complimenti di Spielberg e a vincere tanti premi, il più vistoso quello a “Falling Slowly”, miglior canzone nel 2008, perché la storia del busker che arriva a vincere l’Oscar è più cinema dello stesso “Once”.

Vinciamo noi Grace (cit.)

Nel corso degli anni, specialmente per le nuove generazioni che lo hanno conosciuto già mitico e premiato, “Once” è diventato un culto, di cui non fa davvero niente di poi così innovativo. È una sorta di “Prima dell’alba” (1995) ancora più piccolo del film di Richard Linklater. I protagonisti non hanno un nome, sono identificati per ruolo, come aveva già fatto Walter Hill con largo anticipo. A ben guardarlo non è nemmeno una storia articolata: parla di una che ha un aspirapolvere rotto e di uno che ha i mezzi per aggiustarlo, che poi è la grande metafora del nostro tempo su questo gnocco minerale che ruota intorno al sole. Siamo tutti alla ricerca di chi può aggiustarci l’aspirapolvere. Se siete tecnici in questo settore, sappiate che andate via come il pane.

“Once” è una favolina con il titolo da inizio di una favola e un poster che sembra la versione “live action” di “The Freewheelin’ Bob Dylan”. Infatti, nel 2007, Hansard e Irglová registrarono una versione di You Ain’t Goin’ Nowhere per il film “Io non sono qui”.

A costo di sembrare, come detto, il T-800, “Once” non è un grande film, è sincero, che è la negazione totale del cinema, se ci pensate. Quelle sono davvero le strade di Dublino, quella che vediamo è una rappresentazione quasi totalmente fedelissima delle vite di Hansard e Irglová, che innamorati lo erano anche nella vita. A ben pensarci, questo film, nel panorama cinematografico, è esattamente come Glen Hansard: onesto, trasparente, non se la tira, non urla, non sbraita, non fa casino per attirare la tua attenzione. Come il suo protagonista, uno capace di suonare sul palco, far piangere disperatamente una ragazza ad un metro da me, poi scendere, intrufolarsi non visto tra la folla, dedicando a quei pochi che lo hanno riconosciuto dei sorridenti «Shhhh», per potersi godere la musica del suo amico Eddie Vedder come noi, in mezzo alla folla, come uno dei tanti, come uno normale.

I protagonisti, nella parte di chiunque, durante ogni momento della loro prima vacanza in Irlanda.

No, io i primi vent’anni di “Once” non li avrei mai, ma proprio mai, voluti festeggiare così, anche perché io voglio continuare a sorridere pensando agli sguardi al cielo della Wing-woman quando sente «Falling Slowly», che, per una combinazione astrale, poi, l’unica altra colonna sonora che le provoca lo stesso effetto è quella di Drive, altro titolo dove è stata trascinata al cinema dal sottoscritto, e che condivide con Hansard la breve distanza dell’altro lutto di questi giorni, la morte di Kavinsky, perché non si attiene alle regole classiche della sceneggiatura: la vita scrive le trame come vuole lei.

Proprio per questo nemmeno io sono costretto a seguire le regole classiche dell’analisi cinematografica, non se mi vedo costretto a festeggiare i primi vent’anni di “Once” in queste condizioni. Quindi lo faccio al netto di quelle che rispetto, all’Irlandese: Glen Hansard aveva stretto una grande amicizia con uno dei migliori poeti mai usciti da quell’isoletta verde, il cantante dei Pogues Shane MacGowan. Per questo io il buon vecchio Glen voglio ricordarlo su questa Bara così, mentre canta uno dei più bei pezzi della storia della musica, perché se c’è qualcosa che gli Irlandesi ci hanno insegnato molto bene è che birra e musica non devono mancare mai, specialmente se devi salutare qualcuno di speciale.

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