
Oggi tocca ad un titolo che si ama o si odia, non credo ci siano mezze misure, quindi benvenuti al nuovo capitolo della rubrica… Who’s Better, Woo’s Best!

Penso che dopo due titoli molto personali e carichi di emotività come The Killer e Bullet in the Head, il genietto di Hong Kong sentisse anche un po’ il bisogno di cambiare tono, se Just Heroes era stato un sentito e doveroso omaggio al suo Maestro Chang Cheh, il suo nuovo lavoro “Zong heng si hai”, noto come “Once a thief” nel resto del mondo, resta il suo omaggio al cinema, tutto, o per lo meno quello che stava molto a cuore a John Woo.
Di tutta la cricca di registi che hanno fondato la “new wave” del cinema di Hong Kong, John Woo non è solo quello con lo stile più rigoroso ed esplosivo, ma anche quello con più riferimenti occidentali, proprio per questo per noi, da questa parte del globo, risulta più facile trovare appigli nel suo cinema. Parliamo di un regista che ai suoi attori e ai suoi collaboratori sul set, quando aveva bisogno di spiegare quello che voleva realizzare, lo ha sempre fatto utilizzando come esempio il lavoro dei registi occidentali, quindi ancora una volta Woo rende omaggio ad Alfred Hitchcock e in particolare al suo “Caccia al ladro” (1955), che mescolato alla poetica e all’estetica di Woo, diventa “Once a thief” titolo che necessità però di un paragrafo a parte, quindi… Time Out Cassidy!

“Once a thief” è il film di oggi, da non confondere con “Once a thief”, serie canadese andata in onda tra il 1997 e il 1998, una sola stagione da 22 episodi, con Sandrine Holt, Ivan Sergei e Nicholas Lea ad ereditare i ruoli che in originare furono di Cherie Chung, Chow Yun-fat e Leslie Cheung, per una telefilm che ha avuto anche un lungo episodio pilota, un film per la tv uscito nel 1996 e diretto dallo stesso John Woo che di fatto, ha diretto il rifacimento Yankee del suo film del 1991, intitolato anche lui – giusto per facilitarci il compito – “Once a thief” ma in uno strambo Paese a forma di scarpa noto anche con il super generico titolo di “Soluzione estrema”. Vi dico la mia? Tutto molto simpatico, ma mi tengo stretto il film hongkonghese originale, fine del Time Out Cassidy!
Se conoscete il titolo di oggi, sapete cosa vi attende, per tutti gli altri, l’avviso ai naviganti è sempre lo stesso: se vi aspettare l’epica e il dramma di A better tomorrow, potreste restare scottati, “Once a thief” è un animale diverso, che pesca qua e là da molto cinema occidentale, rendendo sentito omaggio ma che in generale, ha il tono di un cartone animato, però con le sparatorie e le scene d’azione dirette da John Woo. Brutto?

Per me no, affatto, non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di considerarlo tra i migliori del genietto nato Wu Yu-sen, ma ogni volta che vado a rivedermelo mi diverto un mondo, per un titolo molto più rilassato che gioca con la stessa poetica del regista, strizzando l’occhio a tutto il cinema giusto, qualche esempio? Oltre all’omaggio a zio Hitch, nella colonna sonora riecheggiano porzioni di pezzi musicali pescati dai temi di Red Scorpion oppure brani composti da Wang Chung per Vivere e morire a Los Angeles. Per un film che potrebbe piacere agli appassionati di Lupin (cioè tutti quelli con il cuore dal lato giusto) perché per certi versi potrebbe sembrare nel tono la versione animata del celebre ladro creato da Monkey Punch, ma se proprio vogliamo dirla tutta, il film che associo più spesso nella mia testa a “Once a thief” resta Hudson Hawk, con più azione e meno canzoni usate in alternativa all’orologio.
Il film ha permesso a Woo di ridurre la distanza, in questo caso anche geografica, con uno dei suoi grandi modelli di riferimento cinematografici, ovvero Jean-Pierre Melville, visto che il film oltre ad Hong Kong è stato girato in parte a Parigi e a Cannes, per una storia che è la più classica del mondo: tre ladri cresciuti insieme fin da bambini, decidono di organizzare un ultimo grande furto d’arte, rubare un dipinto maledetto scomparso da anni e poi ritirarsi a vita privata. Il cinema ci insegna che ovviamente quasi nulla andrà secondo i piani, anche perché a complicare ma anche a rendere più interessante l’assunto, ci pensa lo spunto romanticone, visto che i due uomini, Joe (Chow Yun-fat) e James (Leslie Cheung), sono innamorati della stessa donna, la ragazza con cui sono cresciuti ovvero Cherie (Cherie Chung).

Una delle parti più interessanti di “Once a thief” sono i flashback dedicati al passato dei tre protagonisti, trovatelli cresciuti da un malavitoso di Hong Kong ed educati sin da piccoli al furto, in questo cortocircuito di continue citazioni cinematografiche, Woo sembra pescare da tutte le parti. Ora, io credo sia abbastanza impossibile che tra i modelli del regista ci fosse il nostrano “Scuola di ladri” (1986), ma l’allenamento allo scippo dei portafogli sui mezzi pubblici, fatto utilizzando un manichino, ironicamente sembra quasi lo stesso nei due film, se non che dove Neri Parenti metteva l’ironia, John Woo infila gli schiaffoni rifilati ai bambini dal loro mentore e una disciplina tutta orientale, smorzata solo da momenti di tenerezza tra i tre. Quando una di loro viene lasciata senza cena per non aver assolto un compito, gli altri le tengono da parte il cibo per farla mangiare di nascosto. Inoltre, anche se ovviamente l’epica, il tono, la portata dei due film è diversissima, in questi flashback ci rivedo sempre un pochino di quei momenti cinici e teneri delle scene con protagonisti i bambini di C’era una volta in America, perché per lo meno lo spirito e il legame tra i personaggi, me lo ricorda molto.
Ovviamente poi John Woo è Maestro anche delle scene d’azione, quindi si inizia con un inseguimento ad un camion, serissimo nella messa in scena ma non nel tono con cui lo affrontano i “Tre amigos”, con Chow Yun-fat che atterra sul tetto usando un paracadute sulle note di Valzer sul Bel Danubio Blu di Johann Strauss.

“Once a thief” è tutto così, ha un tono leggero perché i protagonisti prendono tutto alla leggera, ma mentre lo stai guardando diventa chiaro che le scene d’azione siano comunque girate e montate in modo rigoroso, per assurdo più il film si allontana dal realismo abbracciando quel tono da cartone animato, più le scene d’azione si fanno articolate e riuscite. Una delle più memorabili è la scalata al castello, tra reticoli laser e pavimenti su cui non si può appoggiare un piede, i due amici si prendono amabilmente per i fondelli («Ti piace troppo il cibo francese ciccione!») mentre dondolano appesi al lampadario, a metà tra il Diabolik di Mario Bava e un episodio a caso di Lupin III, di cui per altro il Chow Yun-fat di questo film mi sembra la miglior versione in carne ed ossa possibile. Il mio cervello, non so perché eh? Ho completamente rimosso tutto, mi suggerisce che l’unico personaggio dell’immaginario interpretato da lui dovrebbe essere il Maestro Muten di “Dragon Ball”, ma io ignoro volutamente i segnali della mia mente (chiaramente un errore dovuti ad anni di troppa birra) e proseguo fischiettando e facendo finta di nulla, con lo stile dei protagonisti di “Once a thief”.
Per essere il regista che è stato il massimo cantore dell’amicizia virile al cinema, qui John Woo sembra idealmente rispondere alla sua maniera al triangolo amoroso messo su dall’ex amico e socio Tsui Hark in A better tomorrow III. Una bella fetta di film è occupata dai momenti romanticoni, sempre filtrati da una buona dose di commedia (Woo ne ha diretta tante ad inizio carriera), che rende tutto molto leggero e giocoso, anche quando va in scena uno dei temi chiavi del regista: l’amico caduto in disgrazia.

Abbiamo visto questa tematica in tutte le salse, solo Chow Yun-fat nella stessa filmografia ha recitato la zoppia di Mark Gor e la paralisi alle gambe del suo personaggio qui, con toni opposti, perché da una parte avevamo l’assoluto (melo)dramma, mentre qui sembra sempre tutto un gioco o uno scherzo, quando non lo è per davvero, se avete visto il film, capirete al volo a cosa mi riferisco.
Anche perché in questo grosso divertimento chiamato “Once a thief” succede davvero di tutto, compresa una lunga e molto articolata sparatoria finale, che è molto più del classico duello conclusivo tipico dei “Crime drama” di Hong Kong, perché si svolge come al solito, tutta in interni, ma per varietà di soluzioni e armi (variopinte) utilizzate, risulta un vero spettacolo.

Nella stessa lunga sequenza abbiamo, sicari che lanciano carte da gioco (che è tutto un grosso cartone animato ve l’ho detto no?), canne da pesca utilizzate in svariati modi alternativi, scarpe esplosive utilizzate come di norma di fa per beccare la zanzara fastidiosa ad agosto, ma anche bombe artigianali tirate su improvvisando con un forno a microonde e una palla da basket.
Quello che apprezzo di questo scontro finale è come anche i due toni del film si scontrino idealmente, da una parte abbiamo il cattivo, perennemente serissimo, dall’altra Chow Yun-fat che capisce al volo tutta l’operazione ed infatti risulta essere il migliore in campo, talmente a fuoco – a mio avviso molto più del compare Leslie Cheung, in parte ma spesso più spalla che altro – che anche quando si vede palesemente la controfigura che lo sostituisce per i movimenti marziali più esagerati (in tono con lo stile del film) risulta tutto efficace, divertente e molto riuscito, conferma del talento e della versatilità di un attore che in quella manciata di anni, stava sulla cresta di un’onda altissima.

Insomma “Once a thief” può essere considerato minore, specialmente dai cinefili che amano fare dei film titoli da incasellare nelle classifiche (quindi non io), anche perché parliamoci chiaro, i suoi titoli più intensi e drammatici, come The Killer e Bullet in the Head, il secondo in particolare, sono stati amati più all’estero che in patria, entrambi modesti incassi al botteghino a differenza di “Once a thief”, un film girato in pochissimi giorni che è andato piuttosto bene nei cinema di Hong Kong, permettendo al regista di mettere insieme i fondi per realizzare un altro titolo, girato con ancora più fretta, perché ormai era chiaro che John Woo fosse un pesce troppo grosso per continuare a nuotare nel comunque notevole stagno del porto dei fiori, ma prima, bisognava incastonare un altro gioiello nella sua corona di imperatore del cinema di Hong Kong.
Però di questo parleremo diffusamente la prossima settimana, con un altro capitolo e un’altra tappa fondamentale della carriera di John Woo, spero che la vostra assistenza sanitaria copra tutte le spese, perché con il prossimo capitolo faremo i botti. Sempre qui, tra sette giorni, non mancate!
Sepolto in precedenza venerdì 23 giugno 2023


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