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Orange is the new black – Stagione 4: La vita in un carcere femminile, non è roba da signorine

Si offende
qualcuno se dico che la quarta stagione di “Arancione è il nuovo nero” è una
delle migliori mai sfornate da questa serie? Forse non raggiunge le vette della
stagione numero due, ma poco importa, stagione spettacolare! Da qui in poi
qualche moderato SPOILER, lo dico così lo sapete.

Era chiaro che
nella terza stagione di “Orange is the new black” le cose stessero cambiando
nella struttura della serie, passata ufficialmente da “Comedy” a “Drama” (anche
se è sempre stata in equilibrio tra questi due generi) anche per venire
incontro agli Emmy awards. La serie era chiaramente diventata più corale anche
attraverso un utilizzo (massiccio) dei flashback e con alcune attrici del
cast ancora in attesa di conferma, la quarta stagione ha saputo sistemare tutti
questi dettagli mandando tutte le parti del puzzle al suo posto.
Si comincia un minuto dopo il finale della terza stagione, con quasi tutte le detenute ancora bagnate dopo il bagno nel lago
(cosa che genera più di una battutaccia, per altro…), Alex e Lolly ancora alle
prese con quel corpicino di sicario rimasto sulle croste. La prima puntata
parte alla grande con Laura Prepon e Lori Petty sugli scudi e un tocco ironico
finale che non guasta mai. Dopo anni passati ad ascoltarla tra i miei pezzi da
corsa, “Last Resort” dei Papa Roach assorge a nuova vita, grazie OITNB!



La chiamano la Morticia di Litchfield, ed io ho sempre amato la famiglia Addams.
In questa
stagione la narrazione si fa molto più corale, i flashback più mirati e meno
invasivi, utilizzati solo per regalare spaccati importanti del passato dei vari
personaggi e non più per riempire intere puntate, viene, inoltre, colmata una
lacuna che personalmente avevo sentito molto durante la terza stagione, ovvero
l’assenza di una cattiva vera e propria, che qui ha un volto e un nome: Piper
Chapman.



“I’m not in danger, I’m the danger!” (Cit.)
La biondina
interpretata da Taylor Schilling, sembrava avesse esaurito la carica propulsiva
del suo personaggio, in questa stagione, invece, sono riusciti ad utilizzare alla
grande la sua smania di potere, che ha portato la ragazza a credersi la Heisenberg
del racket delle mutante usate e poi recuperare alla grande (anzi direi
grandissima) il personaggio con quel finale di episodio incredibilmente
drammatico nella puntata 4×07 (It Sounded Nicer in My Head).
Il tutto
perfettamente integrato nello scenario generale di questa stagione: l’aria
è cambiata anche tra le mura del penitenziario di Litchfield, i sassolini che
iniziano a rotolare lungo la discesa partono dall’arrivo in carcere di Judy
King (Blair Brown), star televisiva di un noto programma di cucina, liberamente
ispirata alla celebre (negli USA da noi molto meno) Martha Stewart, regina dei
fornelli televisivi, finita al gabbio per una storiella con le tasse, perché negli
Stati Uniti con il temibile IRS (la loro agenzia delle entrate, ma più cattiva) non
si scherza. Dimostrazione che a volte la grande pozzanghera chiamata Atlantico
che ci divide è davvero grande.
Judy King in
virtù del suo stato di VIP viene tenuta nella bambagia da Joe Caputo (Nick
Sandow) che ha già i suoi bei problemi a gestire sia i suoi datori di lavoro
dell’MCC, che il nuovo zelante capo della guardie Desi Piscatella (Brad William
Henke, visto ovunque, ultimamente anche in Fury),
personaggio più sfaccettato di quello che si direbbe ad una prima occhiata, in
grado di far quasi passare il mitico Pornobaffo come un santo!



Vi assicuro che non resta vestito da Robocop per tutta la stagione.
In tutto
questo s’incastrano alla perfezione tutte le trame e le sottotrame dedicate
ai vari personaggi, da Sophia Burset (Laverne Cox) ancora in isolamento, fino
al ritorno della mia preferita (ad Ovest di Alex): vi assicuro che mi sono
esaltato tantissimo quando ho rivisto la zazzera fuori controllo di Nicky! Natasha
Lyonne mi sembra sempre quella più a suo agio con il personaggio, quando la
trama richiede di recitare intensamente risponde sempre: “Presente!”… E poi fa
morire dal ridere! Dai, quando saluta Piper con il saluto Nazista conferma di
essere la più faccia da schiaffi di tutta la banda!

Indovinate chi è tornata a casa? (…and the crowd goes banana!)
Ecco, Nazismo,
sì, perché Piper nel suo delirio di onnipotenza, nel tentativo di eliminare il
cartello (delle mutande) rivale delle latine, guidato da Maria Ruiz (Jessica
Pimentel), di fatto si trova ad “inventare” l’equivalente del KKK, dando vita
al movimento per l’orgoglio bianco nel carcere di Litchfield, brava Piper,
bella idea!



Tra le tante
cose che ho apprezzato di questa stagione non posso non citare le parti
dedicate a Lolly, personaggio centrale interpretata alla grande da Lori Petty. Se questa serie è sempre in equilibrio tra commedia e dramma (o “drammedy” come
dicono gli americani che hanno una parola per tutto e se non ce l’hanno la
inventano), allora l’unica donna del cast di Point Break, si dimostra la più adatta a passare da un registro all’altro, in
tutto questo regalando anche una nuova chiave di interpretazione ad un
personaggio come quello di Sam Healy (Michael J. Harney) che rischiava di
diventare un po’ monodimensionale.



Lori Petty si aggiudica il mio personale premio di MVP della stagione (M-WIP-P!).
Anche a causa
del sovraffollamento della prigione, le latine si trovano in vantaggio
numerico, tutti quegli estrogeni, radunati insieme in così poco spazio rendono
l’aria elettrica, a questo aggiungete le nuove guardie sempre più sadiche
(Gulp!) ed è chiaro che il disastro è dietro l’angolo.



Viva la raza! (Latino heat).
Ho apprezzato
moltissimo come gli autori sono stati in grado di gestire l’escalation di
soprusi e ingiustizie subite dalla nostre WIP preferite, nel corso della
stagione, spostando sempre un po’ più in là quella fatidica ultima goccia che
fa traboccare il vaso.



“Com’era quella parola con la A che urlava Pacino in Dog Day Afternoon?”.
Il finale di
stagione è spalmato sui due episodi finali, il colpone di scena che conclude l’episodio
4×12 (The Animals) è costruito ad arte e vi farà fare un salto di un metro sul
vostro divano (garantito al limone!). Nell’ultimo episodio (4×13 – Toast Can’t
Never Be Bread Again), invece, le cose degenereranno completamente dimostrando
ancora una volta l’intelligenza degli autori. Ero pronto a vedere la rivolta
già in questa stagione, ma complice la conferma di “Orange is the new black”
fino alla settima stagione (Yuppi!!), ora Jenji Kohan può permettersi di
gestire trame più lunghe, il che è un gran bene per questa serie.

Per altro, non
ho nemmeno notato la solita flessione che rende gli episodi centrali più
pesanti da seguire, mi sono bevuto questa stagione numero quattro senza mai un
momento di noia e la sensazione generale è che il meglio debba ancora venire! Non lo avrei mai detto alla fine della terza stagione, invece “Orange is the
new black” ha menato il suo colpo più duro, confermandosi come una delle
migliori serie tv che vi possa capitare di guardare e non è che le manchi la
concorrenza.



Una volta avevamo “Oz”, e se l’arancione è il nuovo nero, possiamo dire che (forse) Netflix è la nuova HBO?
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